
Il Bunyip
bunyip, da una lingua aborigena del Victoria
un po' paurosa
Il bunyip è una creatura che, secondo i racconti raccolti nel Sud-est dell'Australia, vive nelle paludi, nei fiumi e nelle pozze chiamate billabong. Nessuno è d'accordo su come sia fatto: per alcuni ha il muso di cane e la coda di cavallo, per altri il collo lungo o le zanne, per altri ancora è coperto di piume. Di notte se ne sentirebbe il richiamo cupo provenire dall'acqua. Nell'Ottocento anche i coloni europei ne parlavano, e alcuni giornali pubblicarono perfino notizie di avvistamenti.
Lo sai che… secondo alcuni studiosi il richiamo del bunyip potrebbe essere il verso del tarabuso australiano, un uccello di palude dal canto profondo e cupo.
La storia
Il richiamo, la prima volta, lo sentirono i fratelli di notte, vicino al fuoco.
Era stato un giorno lungo. Avevano portato le pecore al pascolo oltre il fiume, in una pianura di erba secca dove l'unica ombra era un gruppo di eucalipti. Verso sera erano arrivati a un billabong, una di quelle grandi pozze lasciate dal fiume quando cambia strada, dove l'acqua resta ferma e scura per tutto l'anno. Intorno c'erano canne alte come un uomo. Sulla riva, mezzi sommersi, tronchi morti con le radici all'aria.
Il fratello grande accese il fuoco. Il piccolo srotolò le coperte. Le pecore, in un recinto improvvisato di rami, erano stranamente irrequiete, e continuavano a girare su se stesse.
«Hanno sete», disse il grande.
«Allora perché non bevono?» rispose il piccolo.
Era vero. Le pecore se ne stavano ammassate nell'angolo più lontano del recinto, con le teste basse, e guardavano tutte nella stessa direzione: verso l'acqua.
Quando il sole sparì, i grilli smisero di cantare, tutti insieme, come se qualcuno avesse chiuso una porta. Rimase un silenzio così pieno che si sentiva scoppiettare ogni legno nel fuoco.
Poi, dal billabong, arrivò il suono.
Non fu un grido. Fu un rombo basso, lungo, come un muggito dentro un barile, o come qualcuno che soffia con tutta la forza in una bottiglia enorme. Partì dall'acqua e rotolò sopra le canne, sopra il recinto, sopra di loro. Fece vibrare la tazza di latta appoggiata a terra.
Il fratello piccolo si schiacciò contro la spalla del grande.
«Cos'è?»
«Un animale», disse il grande, senza convinzione.
«Che animale?»
Il suono tornò. Una volta, due volte, ancora più vicino. Ogni volta le pecore si stringevano di più.
Nella pianura, quella sera, c'erano molte storie. Le avevano sentite al villaggio, alla bottega, dai pastori che tornavano. Dicevano che nelle paludi del Sud-est vivesse una creatura chiamata bunyip. Ma nessuno raccontava la stessa storia. Per uno il bunyip aveva una testa da cane e una coda da cavallo. Per un altro era un animale dal collo lunghissimo come quello di un cigno gigante. Per un altro ancora aveva le zanne, o il corpo coperto di piume, o la pelle liscia come una foca. Quel che tornava sempre, in ogni racconto, era la voce: un richiamo cupo, di notte, dall'acqua.
Il piccolo si ricordò di quello che una volta gli aveva detto un pastore più anziano: che nella sua gente, da prima ancora che arrivassero i coloni, il bunyip fosse una cosa di cui ci si ricordava soprattutto quando si andava a giocare troppo vicino all'acqua scura. «Lì sotto c'è qualcosa», dicevano ai bambini. E i bambini, per qualche tempo, stavano lontani dalle rive.
«Andiamo a vedere», sussurrò.
«Sei matto?»
«Se non andiamo, domani non lo sapremo mai.»
Il grande rimase in silenzio. Poi prese un tizzone dal fuoco, lo alzò come una torcia e si avvicinò alle canne. Il piccolo lo seguì con un passo di ritardo, la mano stretta alla sua giacca.
Camminarono sul fango, che a quell'ora era freddo e appiccicoso e tratteneva gli stivali come una mano. Ogni passo faceva un rumore come un bacio, e a ogni rumore i due si fermavano e ascoltavano se qualcuno, laggiù, rispondeva. Le canne si aprivano e si richiudevano dietro di loro con un fruscio. L'aria sapeva di muschio e di foglie marce.
All'improvviso il richiamo risuonò così vicino che sentirono la vibrazione nello stomaco. Il tizzone tremò. Il piccolo non respirava più.
Davanti a loro, a pochi passi, le canne si muovevano.
Non c'era vento. Si muovevano comunque, piano, come se qualcosa di grosso fosse in mezzo a loro e facesse largo.
Il grande alzò il tizzone. La luce arancione scivolò sulle canne, sul pelo dell'acqua, su una forma lunga e scura che la riva sembrava nascondere. Per un istante, un solo istante, brillarono due punti lucidi, all'altezza dei loro occhi.
Poi la torcia si spense. Un soffio d'aria l'aveva spenta.
Nel buio, vicinissimo, qualcosa si mosse nell'acqua. Un tonfo basso. Cerchi che si allargavano. Poi il richiamo ancora una volta, ma più lontano, come un animale che si allontana verso il centro della palude.
I fratelli tornarono al fuoco correndo. Passarono la notte svegli, con i bastoni in mano, spalla contro spalla. Non successe più niente.
Al mattino le pecore erano tutte lì, tranquille. Sulla riva non c'erano impronte, almeno non di quelle che si possono spiegare. Solo il fango smosso, e un solco nelle canne, largo come il corpo di una persona.
Quando il pastore anziano li vide arrivare con le facce stanche, non chiese niente. Si fece raccontare, ascoltò fino in fondo e poi sorrise, ma senza prenderli in giro.
«Un tarabuso», disse. «Un uccello di palude. Ha una voce che sembra venire dalla terra.»
Il piccolo si voltò verso il billabong. «Un uccello?»
«Alcuni lo dicono», rispose il pastore. «Altri no.»
Nell'Ottocento, i giornali erano pieni di storie così. Le stampavano accanto al prezzo della lana e alle notizie del tempo, con la stessa aria seria. Qualcuno scriveva di aver visto qualcosa nuotare in un fiume, qualcuno di aver sentito un verso strano nella notte, qualcuno di aver trovato un osso troppo grosso. Ogni autore descriveva una bestia diversa, e ognuno giurava di aver visto quella giusta. Gli studiosi, un secolo e mezzo dopo, leggono quelle pagine e fanno ipotesi: un uccello, un animale scomparso, una paura che prende la forma del posto in cui si vive. Nessuno è riuscito a mettere tutti d'accordo.
Il fratello grande non disse niente. Ripensò all'acqua nera, ai due punti lucidi, al tizzone spento.
Quella sera, quando il sole tornò a calare, spostarono il recinto più lontano dalla riva. Accesero un fuoco più grande. Lasciarono le pecore al riparo.
E aspettarono, in silenzio, che l'acqua parlasse ancora.
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Fonti
- Robert Holden, «Bunyips: Australia's Folklore of Fear» (2001)
- National Library of Australia, Trove, articoli di giornale dell'Ottocento sul bunyip
