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Un gruppo di donne con lunghe vesti chiare che camminano leggere tra i tetti di una città di notte

fatePalermo e tutta la Sicilia · Sicilia

Le Donne di fora

«donni di fora», le signore di fuori

un po' paurosa

In Sicilia si raccontava di creature un po' fate e un po' streghe che di notte giravano per le case, trentatré creature guidate da una Mamma Maggiore: le donne di fora. Per rispetto le chiamavano «le Belle Signore». Se trovavano la casa in ordine e venivano accolte bene, portavano fortuna; se si offendevano, combinavano guai. Si credeva anche che alcune donne, di notte, uscissero dal corpo addormentato per unirsi a loro. Di queste credenze restano tracce anche nei documenti dell'Inquisizione.

Lo sai che… il grande studioso Giuseppe Pitrè, nell'Ottocento, raccolse dalla voce della gente tante storie popolari siciliane come queste.

La storia

Nelle case di Palermo, una volta, c'era una sera della settimana in cui la padrona di casa non lasciava niente al caso.

Non lo diceva a nessuno. Spazzava le stanze, una per una, anche gli angoli dove non guardava mai nessuno. Strofinava il rame della cucina, i pentoloni, la caffettiera, il bacile, finché non diventava uno specchio. Tirava fuori le lenzuola più bianche, quelle di lino, che sapevano di sapone e di sole, e rifaceva il letto tirando le pieghe con le mani. I cuscini li sprimacciava uno per uno, a pugni, finché non diventavano alti e morbidi come nuvole.

Il marito la guardava dalla sedia, senza capire. «Perché tanta fatica? Non viene nessuno.»

Lei sorrideva, senza rispondere.

Perché qualcuno veniva, invece. Questo lo sapevano tutti, anche se nessuno lo ammetteva. Si diceva che alcune notti, il martedì, il giovedì o il sabato, per le strade e per le case passassero loro. Le donne di fora.

Nessuno le vedeva mai in faccia. Non camminavano: arrivavano, come arriva il fresco dopo un giorno di caldo. Erano trentatré, dicevano. Trentatré creature, tutte sotto una grande madre, la Mamma Maggiore, che chiamavano la Savia Sibilla, la matrona, la maestra. Alcuni le chiamavano le belle signore, o i belli signori, o le padrone di casa. Parlarne a voce alta non era prudente: meglio con rispetto, e a bassa voce.

Chi erano? Né fate né streghe, dicono gli studiosi. Di giorno, si raccontava, se qualcuno le scopriva si trasformavano in rospi e restavano così fino alla notte dopo. Per questo, a Palermo, nessuno faceva mai del male a un rospo. Non si sa mai.

Di notte, invece, tornavano se stesse.

E quello che succedeva era la parte più strana. Non entravano dalla porta. Anzi, in un certo senso non entravano proprio col corpo. Alcune donne, quelle che avevano il dono, la sera si coricavano come tutte le altre. Il corpo restava là, nel letto, immobile, con il respiro piano. Ma lo spirito usciva, leggero, e andava a unirsi alle donne di fora. Passavano per le toppe delle serrature, come un filo di vento, e giravano per le case.

Cosa facevano? Guardavano. Pesavano ogni cosa. Se la casa era in ordine, se il rame era lucido e il letto bianco e le stanze spazzate, era come se qualcuno dicesse: qui si vive bene. E chi aveva fatto quel lavoro, con la fatica di tutto il giorno, veniva ricompensato. Se invece trovavano polvere e disordine, o qualcuno che le trattava con sgarbo, allora la visita non finiva in modo dolce.

Quella sera, mentre la padrona di casa spazzava la cucina, si sentì un rumore piccolissimo, fuori, sul pianerottolo. Poteva essere il vento. Poteva essere un gatto. Lei però si fermò con la scopa a mezz'aria.

Poi riprese.

Quella notte, dopo la cena, mise sul fuoco un po' d'incenso, due foglie d'alloro e un rametto di rosmarino. Lo fece prima di mezzanotte, come si dice che si debba fare. Il profumo riempì la stanza, dolce e scuro. Il marito la guardò e non disse niente. Lei gli posò una mano sulla spalla.

«Stanotte», disse piano, «se mi vedi dormire, non mi toccare. Non mi svegliare, qualunque cosa succeda. Promettilo.»

Lui promise. Non era uomo da fare tante domande. E poi, in fondo, da tempo se lo aspettava.

La casa si spense. Il letto era bianco, profumato. Lei si stese tra le lenzuola e chiuse gli occhi.

Un'ora dopo, o forse due, nel silenzio più profondo, il marito sentì qualcosa alla serratura. Un fruscio, un sussurro, come di tante voci lontanissime che parlano insieme. Non aprì gli occhi. Non si mosse. Accanto a lui, sua moglie respirava piano piano, ma c'era qualcosa di diverso nel suo respiro: sembrava che non fosse più completamente lì.

Per un momento la stanza si riempì di un profumo che non era né incenso né rosmarino. Sulla parete si mosse un'ombra lunga, ed ebbe l'impressione di non essere solo.

Pensò a tutte le cose che si raccontavano. Pensò a Ventotene, dove si diceva che le trentatré si riunissero tre volte alla settimana, in consiglio, a decidere di malocchi e di fatture da sciogliere, e anche di faccende di casa. Pensò alla torre del vecchio mercato di Ballarò, dove sette donne ricevevano di notte gli uomini e le donne che le attiravano, con balli e musica, e li riportavano a casa prima dell'alba. E pensò al Cortile delle Sette Fate, all'Albergheria, che in certe sere pareva più buio del resto della strada.

Aveva promesso. Rimase fermo, con gli occhi chiusi, e il cuore che batteva.

Poi il sussurro si allontanò. La serratura scattò, piano, come un dito che si ritrae. L'ombra sulla parete sparì.

Nella stanza tornò il silenzio.

Al mattino, la luce arrivò dalle persiane, bianca e leggera. La moglie dormiva ancora, tranquilla, con le guance rosa e un lieve sorriso. Quando aprì gli occhi lo guardò, e capì che aveva mantenuto la promessa.

«È andato tutto bene?» chiese lui.

«Bene», disse lei. Non aggiunse altro.

Il rame, in cucina, brillava più di prima. Ma nessuno avrebbe saputo dire se era merito suo o di qualcun altro.

Forse, dicono alcuni, il segreto delle donne di fora era soprattutto questo: quando un uomo non riusciva a credere che sua moglie fosse così brava, così capace, così sempre un passo avanti, la spiegazione più facile era pensare che avesse delle amiche invisibili.

Ma di notte, a Palermo, c'è ancora chi lascia la casa in ordine, per ogni evenienza.

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Fonti

Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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