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Un contadino addormentato e, sopra di lui, la sua ombra che corre nella notte con un ramo di finocchio in mano

guerrieri dei sogniFriuli orientale, tra Cividale e Udine · Friuli-Venezia Giulia

I Benandanti

«benandants», quelli che vanno per il bene

un po' paurosa

Nel Cinquecento e nel Seicento alcuni contadini friulani raccontavano una cosa sorprendente: quattro notti all'anno, mentre il loro corpo dormiva, il loro spirito usciva e andava a combattere contro le streghe. Loro erano armati di rami di finocchio, le streghe di canne di sorgo. Se vincevano i benandanti il raccolto sarebbe stato buono, se vincevano le streghe sarebbe arrivata la fame. Erano quelli «nati con la camicia». Li conosciamo perché l'Inquisizione li interrogò, e i verbali sono arrivati fino a noi.

Lo sai che… lo storico Carlo Ginzburg ha raccontato la loro storia nel libro «I benandanti» (1966), studiato in tutto il mondo.

La storia

C'è una verità che gli storici hanno ritrovato in un archivio di Udine, tra le vecchie carte dell'Inquisizione. La verità è che nel Friuli di quattro secoli e mezzo fa c'erano contadini convinti di essere guerrieri.

Non di giorno, ovviamente. Di giorno zappavano, mungevano, portavano il grano al mulino, come tutti. Ma quattro volte all'anno, nelle notti che i calendari chiamavano Quattro Tempora, succedeva una cosa strana.

Prima di spiegare cosa, bisogna dire chi erano. Si chiamavano benandanti, cioè quelli che «vanno per il bene». E non lo diventava chiunque. Si nasceva benandante.

Succedeva di rado, ma succedeva. Certi bambini venivano al mondo ancora avvolti in una sottile pellicola, il sacco amniotico. Le levatrici dicevano che erano nati «con la camicia». Per i contadini era un segno: quel bambino aveva un dono. Una parte di quella membrana veniva conservata, seccata, e portata addosso come amuleto, il caulo. Se qualcuno lo perdeva, perdeva anche il suo potere. Il resto si imparava presto, da piccoli, spesso dalla madre.

E allora, ecco cosa succedeva nelle notti delle Quattro Tempora.

Il benandante andava a dormire. Il suo corpo restava lì, disteso nel letto, immobile come un morto. Ma lo spirito usciva. Usciva leggero, senza fare rumore, e prendeva la forma di un animale: un topo, una farfalla, un gatto. Correva per i campi, tra le siepi, sotto la luna. E andava a un appuntamento.

Lì lo aspettavano i suoi compagni. E di fronte, dall'altra parte, i nemici: i malandanti. Erano le streghe e gli stregoni, quelli che volevano rovinare i raccolti e fare ammalare gli animali.

Cominciava la battaglia.

I benandanti combattevano con steli di finocchio. I malandanti, con canne di sorgo. Armi da campo, armi da contadini. Si picchiavano, si inseguivano, finché una delle due parti non vinceva. E il risultato contava, perché da quello dipendeva l'anno. Se vincevano i benandanti, il grano cresceva, le viti si riempivano, le stalle restavano sane. Se vincevano i malandanti, veniva la carestia.

Quando tornava il giorno, i benandanti si svegliavano nei loro letti, stanchi come dopo una notte vera di lavoro. E per il resto dell'anno facevano il loro mestiere: curavano il malocchio, guarivano i malefici. Alcune donne dicevano di poter vedere i morti.

Questa storia sembrerebbe una fiaba. Invece è documentata. Perché a un certo punto, a Cividale, l'Inquisizione ne sentì parlare.

Nel 1575 un benandante, Paolo Gasparotto, del paese di Iassico, aveva dato un amuleto a un mugnaio di Brazzano, Pietro Rotaro, perché lo usasse per curare un figlio malato. Il parroco, Bartolomeo Sgabarizza, ne ebbe notizia. Si incuriosì. Andò a Cividale a parlare con l'inquisitore. Sentirono anche un altro benandante, Battista Moduco. Ascoltarono i loro racconti e, alla fine, li giudicarono semplici favole di campagna. Chiusero il caso.

Poteva finire lì. Ma nel 1580 arrivò un nuovo inquisitore, Felice Passeri, uno più severo, e riaprì tutto.

Gasparotto, convocato, negò di essere un benandante. Il giorno dopo cambiò idea e lo ammise. Moduco, arrestato, raccontò apertamente cosa faceva. Ma l'inquisitore non voleva sentire di battaglie a favore del raccolto. Voleva sentire che c'era di mezzo il Diavolo. A forza di domande, di pressioni, di giorni passati in cella, i due contadini finirono per dire quello che l'inquisitore voleva: di essere stati ingannati dal Diavolo.

Nel novembre del 1581 furono condannati come eretici a sei mesi di prigione, poi condonati. Dovevano solo restare a Cividale per quindici giorni.

Negli anni successivi altri benandanti furono interrogati: Anna la Rossa, Donna Aquilina, Caterina la Guercia, Toffolo di Buri. A poco a poco, secondo i verbali, i loro racconti cambiarono. Le battaglie per il bene si trasformarono, nelle parole dei giudici, in sabba di streghe. I benandanti, che si erano sempre considerati i difensori del villaggio, diventarono ai loro stessi occhi sospettati di stregoneria.

Nel 1649 fu arrestato Michele Soppe, che chiamavano il «capitano dei benandanti». Morì in carcere a Udine il 20 novembre 1650, prima che il processo finisse.

Il culto, a quanto pare, sopravvisse in qualche angolo fino al Seicento e oltre. Poi sparì.

Ce ne saremmo dimenticati, se un giovane storico non fosse entrato, negli anni Sessanta del Novecento, nell'Archivio arcivescovile di Udine. Si chiamava Carlo Ginzburg. Trovò quei verbali. Li lesse. E nel 1966 scrisse un libro, «I benandanti», che è stato tradotto in tutto il mondo.

Che cosa fossero davvero, gli storici ancora discutono. Ginzburg e altri pensavano a un antico culto della fertilità, nato chissà quanti secoli prima. Altri studiosi, come Norman Cohn e Ronald Hutton, hanno dubbi. Forse era un'idea più recente. Forse era una cosa più semplice, nata dalla paura dei raccolti.

Ma rimane il fatto, ed è questo che dà i brividi: quattro secoli fa, in Friuli, c'erano uomini e donne che credevano di combattere ogni anno per salvare i campi. Con un mazzo di finocchio in mano. Mentre dormivano.

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Fonti

Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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