
Gli Eroi Gemelli del Popol Vuh
Hunahpú e Xbalanqué
un po' paurosa
Il Popol Vuh, il libro sacro dei Maya K'iche' del Guatemala, racconta di due gemelli, Hunahpú e Xbalanqué, campioni del gioco della palla. Il rumore delle loro partite infastidì i signori di Xibalbá, il regno sotterraneo, che li sfidarono. Laggiù i gemelli dovettero superare case piene di prove: la casa del buio, quella del freddo, quella dei giaguari, quella dei pipistrelli. Con l'astuzia vinsero tutte le sfide e sconfissero i signori di Xibalbá. Alla fine salirono in cielo e diventarono il sole e la luna.
Lo sai che… il gioco della palla maya si giocava davvero, colpendo una pesante palla di gomma con i fianchi; in molte città ci sono ancora i campi di pietra.
La storia
Sotto la terra, dove i cacciatori non scendono mai, c'era un regno che si chiamava Xibalbá, il Luogo dello Spavento.
Lo governavano dodici signori, e i due più terribili si chiamavano Uno Morte e Sette Morte. Passavano le giornate sulle loro panche di pietra, a inventare trappole. Ai viaggiatori che arrivavano, offrivano una sedia di sasso rovente. Ai guerrieri, un bicchiere di acqua gelata. E nessuno tornava più su.
Un giorno, mentre sedevano nell'ombra, sentirono qualcosa.
Tum. Tum. Tum.
Un rumore secco, regolare, che veniva da molto in alto. Una palla di gomma batteva sul campo di gioco, sopra le loro teste, e ogni colpo faceva cadere un po' di polvere dal soffitto.
«Chi sono?» ringhiò Uno Morte.
«Due ragazzi», disse un servitore. «Giocano a palla. Si chiamano Hunahpú e Xbalanqué.»
I due signori si guardarono. Quel nome lo conoscevano. Molto tempo prima avevano ucciso un uomo che si chiamava Hun Hunahpú, e suo fratello. Anche loro giocavano a palla, e anche loro facevano troppo rumore.
I gemelli erano figli di quell'uomo. Erano nati dopo la sua morte, e avevano un solo desiderio: diventare i migliori giocatori del mondo. Li aveva cresciuti la nonna, Xmucané, in una casa di campagna. I fratellastri più grandi, Hun Batz e Hun Chouen, erano gelosi di loro, finché i gemelli non li trasformarono in scimmie, con un trucco, e quelli saltarono via fra i rami.
Adesso Hunahpú e Xbalanqué si allenavano ogni giorno. Ma sapevano che prima o poi i signori di Xibalbá li avrebbero chiamati.
Una mattina arrivarono quattro gufi.
«I signori vi invitano a giocare con loro», dissero. «Venite subito.»
Prima di partire, i gemelli piantarono due piante di mais nella casa della nonna. «Finché le piante sono verdi», dissero, «saremo vivi. Se si seccano, vorrà dire che siamo morti. Non piangere.»
Scesero per un sentiero ripido, oltre due fiumi neri, e arrivarono a una sala con una fila di sedie. Un uomo di legno e uno di paglia, vestiti da signori, sedevano sulle prime due.
Ma i gemelli avevano mandato avanti una zanzara. Ne aveva morsi uno per uno, nel buio, e a ogni morso qualcuno aveva gridato il suo nome o quello del vicino. I pupazzi di legno, naturalmente, non avevano detto niente.
Così, quando la sala si aprì, Hunahpú e Xbalanqué passarono davanti ai pupazzi senza guardarli. Salutarono i signori veri, uno per uno, chiamandoli per nome: «Buongiorno, Uno Morte. Buongiorno, Sette Morte.» Dalle panche del fondo non scoppiò nessuna risata. Era l'unica volta che qualcuno, laggiù, restava senza parole.
«Accomodatevi», disse Uno Morte, indicando una panca.
«No, grazie», rispose Hunahpú. «È una pietra bollente, non ci si siede.»
Anche i pochi sorrisi rimasti si spensero.
Allora i signori li condussero a passare la notte nella Casa del Buio, e diedero a ciascuno una torcia di resina e un sigaro. «Domattina», dissero, «le restituirete intatti.»
Era impossibile. Una torcia accesa si consuma, un sigaro acceso si consuma. Ma i gemelli avevano pensato a tutto. Sulla torcia misero qualche piuma rossa di ara, che da lontano sembrava una fiamma. Sulla punta dei sigari, due lucciole. Al mattino erano intatti.
I signori ruggirono. Mandarono i gemelli nella Casa del Gelo, dove il freddo mordeva fino alle ossa, e anche al mattino li trovarono vivi. Poi li chiusero nella Casa dei Giaguari, ma i gemelli, con un osso in mano, saziarono le belve. Allora li mandarono nella Casa dei Pipistrelli.
Lì, fra le ombre, volava Camazotz, il pipistrello della morte. Hunahpú si nascose nella cerbottana, ma volle sporgersi un istante a vedere se faceva giorno, e il pipistrello lo prese.
Per una notte intera, Hunahpú fu senza testa.
I signori portarono la sua testa sul campo da gioco e la usarono come palla.
Xbalanqué non si perse d'animo. Chiamò tutti gli animali della terra, e in mezzo a loro scelse una zucca, la intagliò con cura, e la mise al posto della testa del fratello. Sembrava vera. Poi, d'accordo con un coniglio, gli ordinò di nascondersi nel campo. All'inizio della partita, quando la palla venne lanciata in aria, il coniglio saltò fuori dal recinto. I signori e il pubblico corsero a inseguirlo, e nel trambusto Xbalanqué si riprese la vera testa di Hunahpú e la rimise al suo posto.
I signori, quando se ne accorsero, erano furibondi. La palla era una zucca, che nel gioco si ruppe in mille semi.
«Bruciateli», comandò Uno Morte.
Costruirono una grande pira. Ma i gemelli sapevano che quella era la loro ultima prova, e avevano deciso di affrontarla a modo loro. Salirono da soli sulle fiamme, e le ceneri furono gettate nel fiume.
Il quinto giorno, due ragazzini sbucarono dall'acqua. Erano due pesci, anzi due ragazzi con le pinne, ed erano belli e scherzosi. Il giorno dopo erano tornati ragazzi, vestiti da giocolieri, e si misero a viaggiare di villaggio in villaggio, danzando.
Facevano cose incredibili. Bruciavano una casa e la ricostruivano. Uno si lasciava uccidere dall'altro per finta, e l'altro lo faceva risorgere con un soffio.
Giunse la voce a Xibalbá. «Portateli qui», comandò Uno Morte. «Voglio vedere.»
I gemelli furono condotti nella sala. Fecero il loro spettacolo davanti ai signori, e fu così bello che i dodici signori batterono le mani.
«Fatelo anche a noi!» gridò Uno Morte. «Uccidetemi e fatemi risorgere!»
Così i gemelli presero Uno Morte, e poi Sette Morte, e li fecero morire. Ma non li fecero risorgere. Gli altri signori, capito l'inganno, fuggirono nell'ombra e si arresero, chiedendo pietà. I gemelli dissero loro chi erano davvero: i figli di quel Hun Hunahpu che avevano ucciso.
«Non sarete più potenti come prima», dissero. «Vi lasceremo questo regno, ma non avrete più il potere di uccidere chi non lo merita.»
Intanto, nella casa di campagna, la nonna non aveva smesso di guardare le due piante di mais. Il giorno della pira si erano piegate, e lei aveva pianto in silenzio. Il quinto giorno si erano rialzate, verdi come prima.
Il Popol Vuh racconta che alla fine i due fratelli salirono al cielo: uno divenne il Sole, l'altro la Luna. E i Maya K'iche' che raccontavano questa storia, la sera, intorno al fuoco, dicevano ai bambini di guardare in alto: in quella luce c'era qualcuno che aveva vinto la paura senza usare la forza.
Parenti nel mondo
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Fonti
- «Popol Vuh» (manoscritto del XVI secolo, trascritto da Francisco Ximénez, circa 1701)
