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Un grande disco di pietra scolpito con un volto al centro e quattro riquadri intorno, come un calendario

le ere del mondoTeotihuacan · mitologie azteca e maya

I cinque Soli

la leggenda dei Soli

un po' paurosa

Gli Aztechi credevano che il mondo fosse già stato creato e distrutto quattro volte, e che ogni era avesse avuto il suo sole. Il primo mondo finì divorato dai giaguari, il secondo spazzato via dal vento, il terzo bruciato da una pioggia di fuoco, il quarto sommerso da un diluvio. Il quinto sole, il nostro, nacque a Teotihuacan, quando un piccolo dio umile e malato ebbe il coraggio di gettarsi nel fuoco sacro e ne uscì splendente. Anche questo mondo, dicevano, un giorno finirà.

Lo sai che… la famosa «Pietra del Sole» azteca, al Museo Nazionale di Antropologia di Città del Messico, rappresenta proprio i cinque Soli.

La storia

Gli Aztechi dicevano una cosa che a prima vista fa paura: il mondo è già finito quattro volte.

Ogni mondo aveva avuto il suo Sole, e ogni Sole era durato finché gli dèi non si erano stancati di lui, o lui degli uomini. Poi tutto era crollato, e ne era cominciato un altro.

Il primo Sole si chiamava Quattro Giaguaro. In quel mondo, dicevano, vivevano gli uomini giganti, forti come querce, ma non sapevano coltivare il mais e mangiavano ciò che trovavano. Un giorno i giaguari uscirono dalle foreste, e li divorarono tutti. Il Sole si spense, e il mondo fu vuoto.

Il secondo Sole si chiamava Quattro Vento. Durò finché una tempesta non cominciò a soffiare e non smise più. Strappò le case, sradicò gli alberi, portò via la gente come foglie. Quelli che riuscirono ad aggrapparsi ai rami, dicevano, diventarono scimmie, e ancora oggi saltano fra gli alberi.

Il terzo Sole si chiamava Quattro Pioggia. Ma non era acqua quella che cadeva: era fuoco. Una pioggia ardente scese dal cielo, e i pochi che si salvarono, dicevano, si trasformarono in uccelli e volarono lontano.

Il quarto Sole si chiamava Quattro Acqua. Per cinquantadue anni il cielo versò acqua sulla terra, e il mondo scomparve sott'acqua. Un dio di nome Titlacahuan, però, aveva avvertito due persone, un uomo e una donna, di nascondersi.

«Scavate il tronco di un grande ahuehuete», disse. «Entrateci e chiudete l'apertura. Prendete con voi una spiga di mais a testa, e non mangiatene altre.»

I due obbedirono. L'acqua arrivò, alta fino al cielo, e il tronco galleggiò nel buio. Quando l'acqua si ritirò, i due uscirono, affamati. Videro un pesce guizzare nelle pozze, lo arrostirono sul fuoco e lo mangiarono.

Il fumo arrivò fino al cielo.

Titlacahuan si arrabbiò. «Che cosa avete fatto?» disse. «Vi avevo detto di non mangiare altro che mais.» E come punizione li trasformò in cani.

Anche l'ultimo mondo se n'era andato.

Poi ci fu solo il buio.

Gli dèi si riunirono a Teotihuacan, il luogo degli dèi. Il cielo era nero, senza stelle, senza luna, senza sole. Nessuno vedeva il volto del vicino.

«Dobbiamo fare un nuovo mondo», disse uno di loro. «Ma per vedere dove metterlo ci serve un Sole. Chi di noi ha il coraggio?»

Ci fu un lungo silenzio.

Tecuciztecatl, il dio ricco, fece un passo avanti. Aveva un mantello di piume e gioielli. «Lo farò io», disse.

«Ne serve un altro», disse la voce di prima, «uno che lo accompagni.»

Nessuno si fece avanti. Gli dèi si guardavano, a testa bassa. Alla fine qualcuno indicò un dio piccolo, in disparte, che non parlava mai. Era Nanahuatzin. Aveva il corpo coperto di piaghe e di croste, e nessuno lo aveva mai invitato a una festa.

«Tocca a te», dissero.

«Va bene», rispose lui, semplicemente. «Come desiderate.»

Per quattro giorni i due si prepararono con la penitenza. Gli dèi accesero un grande fuoco in un focolare di pietra, e lo alimentarono notte e giorno.

Tecuciztecatl portò come offerta cose preziose: palle di piume bellissime, rami d'oro, spine di giada, incenso profumato. Nanahuatzin portò quello che aveva: nove canne legate in tre mazzi, e spine di agave, e invece dell'incenso le sue stesse croste. Erano povere cose. Ma le offrì con tutto il cuore.

Poi, a mezzanotte, il fuoco era alto come una montagna. Gli dèi si disposero in due file.

«Tecuciztecatl», dissero, «vai. Gettati.»

Il dio ricco corse verso le fiamme. Sentì il calore sul viso. Si fermò.

Tentò una seconda volta. Si fermò.

Tentò una terza volta. Si fermò.

Tentò una quarta volta, e di nuovo si bloccò, tremando. Non ce la faceva.

«Nanahuatzin», dissero allora gli dèi. «Tocca a te.»

Il dio piccolo chiuse gli occhi. Non corse. Non esitò. Camminò dritto verso le fiamme, come chi entra in una casa che conosce, e si gettò dentro. Il fuoco crepitò. Poi non si sentì più niente.

Allora Tecuciztecatl, vergognandosi, prese coraggio, e anche lui si gettò. Un'aquila li seguì nel fuoco, e le sue penne rimasero scure per sempre. Poi un giaguaro, ma più tardi, quando il fuoco era ormai basso, e per questo ne uscì soltanto macchiato di scuro.

Gli dèi aspettarono, in silenzio, con lo sguardo rivolto alle quattro direzioni del mondo, senza sapere da dove sarebbe venuta la luce.

Fu a oriente che il cielo si arrossò.

Il Sole sorse. Era così luminoso che nessuno poteva guardarlo, e dietro di lui, nello stesso punto, sorse un altro astro splendente quanto lui. Era Tecuciztecatl. Due soli uguali avrebbero bruciato il mondo.

Allora uno degli dèi prese un coniglio e lo lanciò in faccia al secondo. La luce si attenuò, e sul suo viso rimase per sempre la forma di un coniglio. Così nacque la Luna, e chiunque la guardi, in una notte limpida, ancora la vede.

Ma il Sole, rimasto in alto, non si muoveva.

«Perché non cammina?» si chiesero gli dèi.

Il Sole rispose: «Non mi muoverò finché non avrete dato la vostra vita, come ho dato io la mia.»

Gli dèi capirono. Il nuovo mondo non poteva stare in piedi senza un dono grande, e così decisero di offrirsi. Quando ebbero finito, Ehecatl, il dio del vento, soffiò con tutte le sue forze, e il Sole, spinto da quel soffio, si mise finalmente in cammino.

Così nacque il quinto Sole, il nostro, che gli Aztechi chiamavano Quattro Movimento, perché si muove.

Dicevano anche che un giorno questo Sole finirà fra terremoti e carestia, come gli altri. Ma c'è una cosa che non dimenticavano mai. Il Sole non era nato dal più ricco o dal più forte, ma da chi aveva avuto il coraggio di buttarsi per primo.

A Città del Messico, nel Museo di Antropologia, c'è una grande pietra rotonda, la Pietra del Sole, che mostra al centro il volto del Sole e intorno i segni dei quattro mondi che furono. Chi la guarda da vicino se ne accorge: i quattro mondi sono lì, stretti attorno al quinto, come in attesa.

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Fonti

  • «Leyenda de los Soles» (1558)
  • Bernardino de Sahagún, «Codice Fiorentino», libro VII
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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