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Fate con abiti chiari che corrono in fila lungo il fianco di una montagna alle prime luci dell'alba

fatePretare di Arquata del Tronto · Marche

Le Fate del Monte Sibilla

le ancelle della Sibilla

per niente paurosa

Le fate erano le ancelle della Sibilla e vivevano con lei nella grotta in cima ai monti. Di notte scendevano nei paesi, soprattutto a Pretare, a ballare con i pastori e i ragazzi del posto, ma dovevano tornare a casa prima dell'alba. Si racconta che un pastore curioso scoprì il loro segreto: sotto le gonne lunghe avevano zampe di capra. Una notte fecero tardi e corsero via così veloci che lasciarono le loro impronte sul fianco del Monte Vettore, la cima più alta delle Marche: da allora quella strada si chiama «Strada delle Fate».

Lo sai che… ogni agosto a Pretare una rappresentazione teatrale, «La discesa delle fate», racconta questa storia.

La storia

In cima ai Monti Sibillini, dove il vento non smette mai, c'è una grotta. La gente delle Marche la chiama Grotta della Sibilla. Ma qualcuno la chiama anche Grotta delle Fate, ed è un nome che dice molto di più.

Si racconta che la Sibilla, la profetessa dei monti, non vivesse da sola. Con lei c'erano le sue ancelle, le fate. Ragazze che nessuno aveva mai visto da vicino, tranne in certe notti.

Perché di notte, quando la Sibilla era distratta o aveva smesso di guardare, le fate sgusciavano via. Uscivano dalla grotta e scendevano per la montagna, leggere, senza far rumore. Scendevano verso un piccolo paese di pietra, Pretare, ai piedi del Monte Vettore, la cima più alta delle Marche.

Laggiù c'erano i pastori. Portavano le greggi al pascolo, e quando il buio calava li trovavi ancora lì, accanto al fuoco, con i cani addormentati e il cielo pieno di stelle.

Poi, dal sentiero, arrivava un suono. Un passo di danza, un ritmo, forse una risata trattenuta.

Le fate danzavano con loro il salterello. Giravano, saltavano, battevano i piedi sull'erba, e i pastori non avevano mai visto niente di simile. Le gonne lunghe si aprivano come corolle di fiori. E nessuno chiedeva da dove venissero, perché nessuno voleva che la musica finisse.

Ma c'era una regola, e le fate la conoscevano bene. Prima dell'alba dovevano essere di nuovo alla grotta. Quando il cielo cominciava a schiarirsi sopra le montagne, scomparivano. Tutte insieme. Senza salutare.

Per molte notti andò così. Al mattino l'erba era calpestata e l'aria sapeva ancora di musica, ma di ragazze neanche l'ombra. I pastori parlavano di quelle ragazze mai viste, e di come svanissero. Ma uno di loro, più curioso degli altri, cominciò a guardare con più attenzione.

Si racconta che una notte si fermasse a osservare le fate mentre ballavano, e che notasse una cosa che nessuno aveva ancora visto. Sotto le gonne lunghe, a ogni giro, quando il tessuto si sollevava per un attimo, spuntava qualcosa che non somigliava a un piede di ragazza. Era uno zoccolo. Una zampa di capra.

Il pastore non gridò. Non lo disse a nessuno, almeno finché non arrivò il giorno. Ma il suo sguardo, forse, si era fermato un istante di troppo.

Da quella notte qualcosa cambiò. Nelle storie che ancora oggi si raccontano, la Sibilla scoprì che il segreto delle fate era stato svelato. E le imprigionò, le chiuse nel loro mondo, lontano da tutti.

I pastori rimasero senza danze. Le notti si fecero lunghe e silenziose. Il sentiero che portava alla grotta restò vuoto.

Finché un giorno arrivò da quelle parti un cavaliere. Era il Guerrin Meschino, un eroe delle antiche storie, e cercava la Sibilla. Quello che segue è come lo raccontano a Pretare. Sperava che lei gli rivelasse chi fosse davvero, da dove venisse. I pastori lo fermarono e gli chiesero un favore: ritrovare le fate scomparse.

Lui accettò. Salì verso la grotta e trovò la Sibilla, che si innamorò di lui. Gli promise di esaudire i suoi desideri, se avesse risolto i suoi enigmi. Il cavaliere li sciolse uno dopo l'altro, e l'incantesimo si spezzò. Le fate furono libere.

Tornarono giù dalla montagna, dai pastori, e con loro, dicono i racconti di Pretare, fondarono il paese. Per questo Pretare è ancora chiamato «il paese delle fate».

C'è però un'altra versione di quella notte, che lasciò un segno vero sulla montagna.

Quella volta le fate avevano fatto tardi. Ballavano con i giovani del paese, e quando si accorsero che il cielo stava già diventando chiaro, era quasi troppo tardi. Corsero via. Così in fretta che i loro piedi lasciarono impronte profonde sul fianco della montagna.

Se alzi lo sguardo verso il Monte Vettore, dicono, la vedi ancora. Una lunga striscia chiara che taglia il pendio, una strada senza inizio e senza fine. La chiamano Strada delle Fate. Sono le impronte della loro corsa.

Un'altra tradizione dice che anche la Sibilla non fosse affatto cattiva. Nei racconti di quei monti è una fata buona, bella e un po' incantatrice, regina di un mondo nascosto nella montagna. Il gentiluomo francese Antoine de La Sale, nel 1420, salì fin lassù e scrisse di quel regno sotterraneo, dove, racconta, vivono dame e giovani che imparano tutte le lingue del mondo e non invecchiano mai. Ma da quel mondo, avverte, non si esce quando si vuole: chi resta troppo a lungo non torna più indietro. E si capisce perché nessuno, da allora, abbia mai smesso di guardare la montagna con un po' di rispetto.

Oggi Pretare è un piccolo paese, e la montagna intorno è silenziosa. Ma ogni tanto, ad agosto, i suoi abitanti si ritrovano e mettono in scena la leggenda, in una rappresentazione che si chiama «La discesa delle fate». Si vestono, si truccano, risalgono di nuovo il sentiero. E la sera, quando scende il buio, qualcuno si volta verso il Vettore.

Non si sa mai.

Magari, in una notte di vento, qualche passo di danza è ancora laggiù, sull'erba, proprio dove finiscono le stelle. E se senti un suono leggero, un ritmo, forse una risata trattenuta, non guardare troppo le gonne.

Potrebbe ancora essere un segreto.

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Fonti

Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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