
Kintarō
金太郎, «il ragazzo d'oro»
per niente paurosa
Kintarō era un bambino dalla forza incredibile, cresciuto nei boschi del monte Ashigara. I suoi amici erano gli animali: faceva la lotta con gli orsi, correva con i cervi e cavalcava un orso come fosse un cavallo. Portava sempre con sé una grande ascia e, nelle immagini popolari, un grembiulino rosso. Un giorno, per aiutare gli animali ad attraversare un fiume, sradicò un albero e ne fece un ponte. Lo vide un generale del grande guerriero Raikō, che lo portò dal suo signore. La tradizione popolare lo identifica con Sakata no Kintoki, uno dei guerrieri di Raikō che combatterono contro gli oni.
Lo sai che… il 5 maggio, giorno dei bambini in Giappone, molte famiglie espongono bambole di Kintarō sperando che i figli crescano forti e sani.
La storia
C'è un monte, in Giappone, che si chiama Ashigara, e per molto tempo i boscaioli ci salirono con un po' di rispetto. Non per i lupi, né per le frane. Per il bambino.
Viveva nel bosco con la mamma, in una capanna senza vicini. Era un bambino come tanti, con il viso tondo e le guance rosse. Ma a pochi mesi sollevava già i sassi che gli adulti non riuscivano a spostare, e a due anni, quando la mamma si distraeva, usciva a cercare qualcuno con cui giocare.
Il bosco di amici ne aveva, e li trovò presto.
Il primo fu un orso. Un orso enorme, che passava di lì per caso e vide un bambino piccolissimo davanti a lui, con le mani sui fianchi.
«Facciamo la lotta?» disse il bambino.
L'orso non capì all'inizio. Poi capì benissimo, quando il bambino lo prese per il pelo e lo fece cadere sul sedere, in un tonfo che fece volare via gli uccelli.
Nacque così una grande amicizia. L'orso, il cervo, la scimmia, la lepre arrivarono tutti, uno dopo l'altro, a vedere quel bambino che non aveva paura. E lui, che si chiamava Kintarō, il «ragazzo d'oro», perché «kin» vuol dire oro, divenne il re di quel bosco senza corona.
Ogni mattina Kintarō si legava un grembiulino rosso, si metteva sulla spalla la sua ascia grande quasi quanto lui e usciva. Si sentiva già da lontano, perché cantava. Gli animali lo aspettavano in una radura, in fila, e lui organizzava le gare: la scimmia lottava con la lepre, che di solito vinceva e si faceva un po' troppo furba, e il cervo correva contro tutti. L'orso faceva da arbitro, seduto su un sasso, con una zampa alzata a mo' di bandiera.
Alla fine, però, toccava sempre a lui. Era il più grosso, il più forte, e il più sicuro di vincere. Kintarō lo spingeva col dito sul pancione, e l'orso volava. Poi Kintarō gli saliva in groppa e partivano per il bosco, lui con l'ascia sulla spalla, l'orso con un'espressione di rassegnato orgoglio.
«Sei un cavallo bellissimo», diceva Kintarō.
«Grazie», brontolava l'orso. «Se solo non pesassi tanto.»
Una sera tornava a casa dopo una giornata di gare, e la mamma gli aveva fatto le polpette di riso. Mangiava a grandi bocconi, con le guance gonfie, mentre lei lo guardava e scuoteva la testa.
«Un giorno diventerai un grande uomo», disse. «Ma intanto, per favore, lava il grembiule.»
Un pomeriggio, mentre i suoi amici lo accompagnavano più lontano del solito, arrivarono a un fiume. L'acqua scendeva forte, bianca di schiuma, e dall'altra parte c'erano le foreste dove i funghi erano più belli e le more più dolci. Ma il ponte non c'era. Gli animali si fermarono sulla riva, a guardarsi i piedi.
«Come si fa?» chiese il cervo.
«Noi non sappiamo nuotare», disse una scimmia.
«Io sì, ma non con tutti questi bagagli», disse l'orso.
Kintarō si guardò intorno. Poi si mise le mani sui fianchi, come il primo giorno, e guardò un albero enorme che cresceva proprio sulla riva, con il tronco più largo di una casa.
«Si fa così», disse.
Prese il tronco a due mani, e tirò.
Il bosco scricchiolò. La terra si crepò attorno alle radici. Gli uccelli volarono via in nuvole. L'albero, che sembrava eterno, si inclinò, gemette, e con un colpo secco venne via, radici e zolle e tutto. Kintarō lo alzò sopra la testa, lo piantò di traverso sul fiume, e il ponte fu fatto.
Gli animali restarono immobili, a bocca aperta. Poi la scimmia cominciò a battere le mani, e tutti dietro a lei.
Passarono dall'altra parte sorridendo, uno alla volta. L'ultimo fu Kintarō, che si prese un applauso e fece finta di niente.
Ma sull'altra riva del fiume, in quel momento, c'era un uomo che guardava a bocca aperta. Sembrava un boscaiolo. In verità era molto di più: era Sadamitsu, un generale del famoso guerriero Raikō, travestito, che girava le montagne in cerca di uomini forti, e che di forze ne aveva viste tante. Non una così.
Lo seguì senza farsi vedere, e volle sapere di chi fosse quel bambino. Salì fino alla capanna, e a lungo parlò con la mamma. Le disse che un figlio come il suo, nel bosco, restava un tesoro nascosto; che a corte avrebbe potuto imparare a combattere, a leggere, a servire un grande signore.
La mamma non rispose subito. Guardò Kintarō, che dormiva in un angolo con l'ascia sotto la testa. Si asciugò gli occhi.
«Se è per il suo bene», disse alla fine.
La mattina della partenza, gli animali li aspettavano sul sentiero. L'orso aveva gli occhi lucidi. «Torni a trovarci?» chiese.
«Certo», disse Kintarō. «E tu non ti scordare di fare la ginnastica.»
Se ne andò con Sadamitsu, sulle strade lunghe del Giappone, fino a Raikō, che lo prese con sé e ne fece il capo dei suoi Quattro Prodi. La tradizione popolare, più tardi, gli diede il nome da adulto con cui molti lo ricordano: Sakata no Kintoki. Con il suo signore e con i suoi compagni salì sulle montagne dei mostri, e affrontò gli oni, quelli veri, con la pelle rossa e le mazze con le punte. Ma questa è un'altra storia, e probabilmente più rumorosa.
Oggi, il cinque maggio, giorno dei bambini in Giappone, molte famiglie espongono in casa una bambola di Kintarō: un bambino paffuto, con il grembiule rosso e l'ascia sulla spalla, magari a cavallo di un orso. Dicono che porti fortuna, e che i figli crescano forti e sani.
E ogni tanto, dicono i vecchi, sul monte Ashigara si sente ancora un tonfo lontano, come di qualcosa di grosso che cade sul sedere. Poi una risata. Poi un orso che brontola.
Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.
Parenti nel mondo
Ascolta / Leggi anche
- Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music
Fonti
- Yei Theodora Ozaki, «The Japanese Fairy Book» (1903)
- Noriko T. Reider, «Japanese Demon Lore», Utah State University Press (2010)
