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Atlante dei Miti 0/300
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Una dea vestita di rosso seduta su un grande fiore di loto rosa, con monete d'oro che cadono dalle mani

dea della prosperitàtutta l'India · tradizione induista

Lakshmi

Lakṣmī, in sanscrito

per niente paurosa

Lakshmi è la dea della prosperità, della fortuna e della bellezza, venerata in tutta l'India. La tradizione racconta che nacque di nuovo quando gli dèi e i loro rivali agitarono insieme l'oceano di latte per ottenere il nettare dell'immortalità: dalle onde emerse Lakshmi, seduta su un fiore di loto. È la sposa di Vishnu, e quando lui scende sulla terra lei lo accompagna in un'altra forma, per esempio come Sita accanto a Rama. Viene raffigurata con quattro braccia, fiori di loto e monete d'oro che cadono dalle sue mani.

Lo sai che… durante Diwali, la festa delle luci, molte famiglie disegnano davanti alla porta il rangoli, un disegno di polveri colorate, per accogliere Lakshmi.

La storia

Molto tempo fa, nel cielo di Indra, c'era un'età di abbondanza.

Gli dèi non conoscevano la fame. Non conoscevano il freddo. Il regno di Indra, signore del cielo e dei temporali, fioriva di giardini, e dalla sua corte arrivava in tutti i mondi un profumo di ricchezza e di pace. Questo succedeva perché in quei giorni Shri viveva con loro.

Shri è uno dei nomi di Lakshmi: la dea della fortuna, della prosperità, della bellezza. Dove lei sta, i raccolti sono buoni, le case sono in ordine e la gente ha di che vivere. Era nata, in un tempo antico, dalla moglie del saggio Bhrigu, e da sempre era la compagna del dio Vishnu.

Un giorno, per il mondo, camminava il saggio Durvasa.

Era un saggio severo, di quelli che non si fanno sfuggire un torto. Una fanciulla del cielo gli donò una ghirlanda di fiori profumati. Durvasa la portò al cielo di Indra e gliela offrì.

Indra la prese, e la mise sul collo dell'elefante che cavalcava, Airavata, l'elefante bianco dei grandi dèi. Ma l'elefante non capì. Sentì il profumo, tirò su con la proboscide la ghirlanda e la gettò a terra, calpestandola.

Durvasa si fece rosso in viso.

«Hai disprezzato il mio dono», disse a Indra. «Un dono dato da un saggio, e tu l'hai trattato come un pezzo di stoffa. Per la tua superbia, la ricchezza dei tre mondi ti lascerà.»

E così fu.

Quella notte, Shri se ne andò. Lasciò il cielo, la terra e le regioni di sotto, e si ritirò nell'oceano di latte, nel luogo dove non arrivava nessuno. Nella sala di Indra le lampade si abbassarono da sole, una dopo l'altra, e i fiori nei vasi chinarono la testa. Indra se ne accorse e capì troppo tardi quello che aveva perso. Il giorno dopo, i tre mondi cominciarono ad appassire. I raccolti diedero poco. Le case si svuotarono. Gli stessi dèi, che prima splendevano di forza, divennero deboli. E i loro rivali, gli asura, se ne accorsero.

Attaccarono. Vinsero. Gli dèi, sconfitti, scapparono sul monte più alto e si rivolsero a Brahma, il creatore, che li condusse da Vishnu.

Vishnu li ascoltò in silenzio. Poi parlò con una voce calma.

«Fate la pace con gli asura per un tempo. Insieme, agitate l'oceano di latte. Da lì verrà il nettare dell'immortalità, e con quello tornerete forti. Ma l'impresa è grande, e non può essere fatta da una parte sola.»

Gli dèi e gli asura, nemici da sempre, accettarono il patto. Era l'unico modo.

Presero il monte Mandara come bastone per agitare l'oceano. Presero Vasuki, il serpente dalle molte teste, come corda. Gli dèi tennero la coda, gli asura la testa. E Vishnu, per fare da sostegno al monte che altrimenti sarebbe sprofondato nel mare, prese la forma di un'enorme tartaruga e si mise sotto la montagna.

Cominciarono a tirare.

Il monte girava, avanti e indietro, avanti e indietro, e l'oceano di latte schiumava sotto i loro sforzi. Il rumore si sentiva da un capo all'altro dell'universo. Nessuno dei due schieramenti si fermò a riposare. Per ore, per giorni, per anni. Gli dèi sudavano e i demoni ansimavano. Vasuki sibilava. L'acqua bianca si alzava in onde che sembravano montagne.

Poi, dalle onde, cominciarono a salire dei doni.

Prima una mucca, che esaudiva ogni desiderio. Poi un albero fiorito, il cui profumo riempiva i mondi. Poi fanciulle celesti, e la luna, pallida e tonda. Gli dèi guardavano e non osavano parlare. Tra i doni apparve anche un uomo con una coppa tra le mani: Dhanvantari, il medico degli dèi, con l'amrita, il nettare che dà l'immortalità.

Gli asura reclamavano ogni cosa che usciva dall'acqua, e gli dèi, che non volevano altre liti, lasciavano fare. Ma non era ancora finita.

Il mare si fece quieto. L'acqua si aprì, come una tenda, e dal fondo salì un fiore. Un grande loto rosa. E sul loto, seduta, con un altro loto in mano, una donna di una bellezza che nessuno aveva mai visto.

Era Shri. Era Lakshmi.

Gli dèi tacquero. I saggi, che erano presenti, cominciarono a cantare un inno in suo onore, piano, con le voci che tremavano. I fiumi sacri, Ganga e gli altri, scesero a bagnarla. Gli elefanti dei punti cardinali la lavarono versando acqua da vasi d'oro. L'oceano stesso le portò in dono una ghirlanda di fiori di loto che non appassivano mai.

Lakshmi non guardò gli dèi. Non guardò gli asura, che già tendevano le mani verso di lei. Guardò un punto solo.

Vishnu la guardava a sua volta.

Si avvicinò a lui. Gli mise al collo la ghirlanda. E si posò, leggera, sul suo petto, dove sarebbe rimasta.

Gli asura, che avevano combattuto tanto per lei, capirono di averla persa. Senza di lei, anche i più forti avevano perso metà della loro forza. Gli dèi, invece, sentirono tornare il vigore, come dopo una lunga malattia. Il cielo di Indra rifiorì.

E Indra, che aveva imparato, si inchinò a lei e le dedicò un inno.

Si racconta che Lakshmi non lasci mai chi la onora con cuore sincero. Non sceglie i ricchi e non sceglie i potenti. Sceglie le case dove si lavora con onestà, dove si accoglie chi bussa alla porta, dove c'è ordine e c'è gratitudine. E si ritira, in silenzio, dove regnano la superbia e l'avidità.

Quando Vishnu scende sulla terra per aiutare gli uomini, lei scende con lui. Nel Ramayana è Sita, la sposa di Rama, che lo segue nella foresta e lo aspetta nei giorni più difficili.

E ancora oggi, nella notte di Diwali, la festa delle luci, le famiglie accendono piccole lampade lungo le soglie. Davanti alla porta disegnano il rangoli, un tappeto di polveri colorate, a forma di fiori di loto. E molti lasciano la porta aperta.

Per farle strada, se vuole entrare.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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Fonti

  • «Vishnu Purana», libro I
  • David Kinsley, «Hindu Goddesses», University of California Press (1986)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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