
Saraswati
Sarasvatī, in sanscrito
per niente paurosa
Saraswati è la dea della conoscenza, della musica, delle arti e della parola, venerata da studenti, musicisti e artisti. Viene raffigurata vestita di bianco, seduta su un loto bianco o accanto a un cigno, mentre suona la veena, un grande strumento a corde. Nei testi più antichi dell'India, i Veda, Saraswati è anche un fiume sacro, lodato come il migliore dei fiumi. La sua festa, Vasant Panchami, arriva all'inizio della primavera: in molte famiglie i bambini scrivono le loro prime lettere proprio quel giorno.
Lo sai che… attraverso il buddhismo arrivò fino in Giappone, dove è venerata con il nome di Benzaiten, protettrice della musica.
La storia
In una mattina di fine inverno, in una casa dell'India, una bambina siede sul pavimento con davanti un piatto di riso crudo.
Ha i vestiti gialli, il colore della primavera che arriva. Accanto a lei c'è sua nonna, e davanti a loro, su un piccolo altare, la statua di una dea con la veena in grembo. Tutto intorno, sparsi sui tappeti, ci sono i libri della famiglia: quelli della scuola, quelli vecchi, quelli di canto, un quaderno ancora chiuso.
«Oggi si comincia», dice la nonna. «Usa il dito. Fai quello che faccio io.»
Con il dito la bambina traccia la sua prima lettera nel riso. Non è difficile. È solo una linea e una curva. Ma la nonna la guarda come si guarda una cosa che sta nascendo.
È il giorno di Vasant Panchami, la festa di Saraswati. Il giorno in cui, in tante case, i bambini imparano a scrivere. Anche i libri riposano: la sera prima li hanno messi ai piedi della dea, e fino a domani nessuno li aprirà.
«Nonna», chiede la bambina, «perché lei?»
La nonna sorride. E comincia a raccontare dal fiume.
Tanto tempo fa, nel nord dell'India, c'era un fiume che si chiamava Sarasvati.
Scendeva dai monti con tutta la sua acqua e arrivava fino al grande mare, o forse a un grande lago. Sulle sue rive vivevano le tribù dei poeti-sacerdoti. Ogni mattina, prima che il sole fosse alto, si sedevano accanto alla corrente e cantavano. Non cantavano per divertimento. Cantavano per chiedere piogge, per chiedere raccolti, per lodare gli dèi e i fiumi che li facevano vivere.
Le mandrie scendevano a bere, i bambini correvano nell'acqua bassa, e le voci dei cantori si alzavano insieme al fumo dei primi fuochi.
Quei canti li ricordiamo ancora, perché sono i più antichi dell'India: gli inni del Rigveda. E fra quegli inni, ce ne sono alcuni dedicati a lei.
«Migliore delle madri», cantavano. «Migliore dei fiumi. Migliore delle dee.»
E ancora: «Una corrente pura scorre dalle montagne fino al mare.»
Per loro il fiume non era semplicemente acqua. Era qualcosa che dava il pane, ma anche le parole: le parole per pregare, per ricordare, per tramandare ai figli quello che si sapeva. L'acqua dava la vita, e il canto la rendeva viva. In un altro inno la pregavano di purificare, e di ispirare i pensieri giusti a chi parla.
La bambina ascolta, senza muoversi.
«Poi cosa è successo?»
Poi, dice la nonna, il fiume cominciò a cambiare.
Gli anni passarono. Le piogge non furono più le stesse. Le tribù si spostarono verso est, a cercare terre più verdi, e il fiume, a poco a poco, si fece piccolo. Un'estate l'acqua non arrivò più al mare. Un'altra, non arrivò più nemmeno alle pianure.
Il grande poema del Mahabharata ricorda un uomo, Balarama, che un giorno decise di camminare lungo tutto il corso della Sarasvati, per tutta la sua lunghezza, per visitare i suoi luoghi sacri. E racconta che a un certo punto, in un posto chiamato Vinasana, la corrente si fermava. Si perdeva nella sabbia del deserto, come se la terra l'avesse bevuta.
«È morta?» chiede la bambina.
«No», risponde la nonna.
Si dice che continui a scorrere, sotto la terra, dove nessuno la vede. Che a Prayag, nel punto in cui il Gange e lo Yamuna si incontrano, ci sia anche lei, invisibile, a completare tre fiumi, e che per questo quel luogo sia così sacro.
Qualcuno dice che sia solo una storia. Gli studiosi ancora discutono su quale fiume sia stato davvero il suo: forse l'attuale Ghaggar-Hakra, che oggi in molti punti è asciutto, anche se molti oggi lo ritengono poco probabile. Nessuno è sicuro. Ma la nonna non se ne preoccupa.
«Un fiume può sparire dalle carte», dice. «Quello che ha dato, no.»
«Che cosa ha dato?»
«Pensa alle parole che usi ogni giorno. Qualcuno le ha dette per primo, e qualcuno le ha insegnate a qualcun altro, e poi a un altro ancora, fino a te. È una corrente anche quella, e non si è mai fermata.»
E così, dice, il fiume diventò altro.
I saggi che cantavano sulle sue rive continuarono a farlo, anche quando le rive si erano spostate. Nei testi più tardi, la dea Sarasvati divenne la Parola, la voce che dice il nome delle cose. Senza di lei non si possono insegnare i canti, non si possono scrivere i libri, non si può nemmeno dire grazie. Poi qualcuno cominciò a raffigurarla: una donna vestita di bianco, seduta su un loto bianco. Un cigno, accanto a lei, che si dice sappia separare il latte dall'acqua: sappia scegliere, cioè, il vero dal falso. Fra le braccia, una veena, grande strumento a corde, che suona con calma.
Non ha gioielli appariscenti. Non ha armi. Quello che regge, in una mano, è un libro, e in un'altra una collana di perle, che servono a contare le preghiere.
Per questo si rivolgono a lei gli studenti prima di un esame, i musicisti prima di un concerto, gli artisti prima di cominciare un'opera. E per questo i bambini, a Vasant Panchami, scrivono la prima lettera. Non perché sia la più importante, ma perché è la prima di molte.
Nei paesi lontani l'hanno conosciuta anche con altri nomi. In Giappone, passando attraverso il buddhismo, divenne Benzaiten, la protettrice della musica.
La bambina guarda il riso, dove c'è la sua prima lettera. Poi guarda la statua, con la veena e il cigno.
«Nonna, ma lei ci sente?»
La nonna non risponde subito. Ci pensa, come si pensa a una domanda seria.
«Dicono che chi studia con onestà, e chi canta con il cuore, ha già parlato con lei», dice alla fine. «Adesso fai la seconda lettera.»
La bambina tende il dito.
Fuori dalla finestra, in una strada qualunque, qualcuno comincia a suonare.
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Fonti
- «Rig Veda», inni a Sarasvati
- David Kinsley, «Hindu Goddesses», University of California Press (1986)
