
Le Masche
«masca», strega in piemontese
paurosa
Nelle sere d'inverno, nelle stalle delle Langhe, si raccontavano storie di masche: persone del paese che di giorno sembravano uguali alle altre e di notte si trasformavano in gatti (in val Stura anche in pecore che seguivano i viandanti) per fare dispetti. Si credeva che il loro potere non sparisse da solo: si poteva solo passare a un'altra persona, quando la masca voleva morire. Accanto al racconto c'è però una storia vera e triste: nel Quattrocento alcune donne innocenti furono processate come masche, per esempio a Levone nel 1474.
Lo sai che… la parola «masca» compare già nell'Editto di Rotari, del 643, anche se la sua origine resta incerta.
La storia
Nelle sere d'inverno, nelle Langhe, il buio scende alle cinque. Fuori c'è la nebbia che copre le vigne e ti copre anche i piedi. Dentro, nella stalla, c'è il caldo delle mucche, la lanterna, la polvere di fieno che brilla.
Si chiamavano vijà. Le veglie. Si andava lì dopo cena, coperti con scialli e giacche, e ci si sedeva uno accanto all'altro. I più vecchi stavano nei posti migliori. E quando arrivava il momento giusto, uno di loro si schiariva la voce e diceva:
«Vi racconto delle masche.»
I bambini si stringevano.
Le masche, dicevano, erano streghe. Non quelle dei libri, col naso lungo e il cappello a punta. Erano persone del paese, e di giorno non le riconoscevi. Magari era la vicina di casa, che ti salutava dalla porta. Magari la donna che comprava l'uovo al mercato.
Ma di notte non erano più quella.
Di notte potevano trasformarsi. Il vecchio diceva che molte diventavano gatti. Per questo, in certe case, i gatti sulla soglia non erano visti volentieri. In una valle più a sud, la val Stura, raccontavano di pecore: una pecora bianca, sola, che ti seguiva sulla strada la sera, e tu non ricordavi di averla incontrata. Camminava dietro di te, a distanza. Poi, a una svolta, spariva.
«Perché fanno così?» chiedeva sempre qualcuno.
«Per vendicarsi di un torto», rispondeva il vecchio. «Una masca non dimentica.»
E dopo un silenzio: «O per un capriccio.»
Quando succedeva una cosa strana, una disgrazia che nessuno sapeva spiegare, si diceva che fosse una mascherìa. La mucca che non dava più latte. Il pane che non lievitava. Il bambino che si ammalava all'improvviso. Qualcuno, di certo, doveva averla fatta. E nel paese, guardandosi intorno, si cercava chi.
Per questo ci si difendeva. Si spargeva il sale sulla soglia. I vestitini dei bambini non si lasciavano mai stesi fuori di notte, perché una masca avrebbe potuto toccarli. Le case si proteggevano con fili di canapa, filati però da ragazze che non avevano mai usato il fuso prima: dovevano essere i primi fili, i più puri. E in chiesa, durante la Messa, si diceva che il prete fosse capace di riconoscere una masca in mezzo alla gente, solo a guardarla.
Ma la cosa che faceva stringere di più i bambini erano i libri.
«Ci sono libri», diceva il vecchio, abbassando la voce, «che si chiamano libri del comando. Pieni di formule. Di parole che chiamano gli spiriti, quelli buoni e quelli cattivi. Si dice che li abbia scritti il diavolo in persona.»
Nella stalla, un animale si mosse. Nessuno rise.
«Chi ce l'ha non può buttarlo via. Né bruciarlo, né sotterrarlo. L'unico modo per liberarsene è darlo a qualcun altro. E chi lo riceve diventa masca a sua volta.»
«Allora è una trappola», disse un bambino.
«Una catena», disse il vecchio.
Fuori, per un momento, il vento fece muovere la porta.
Tutti guardarono dalla parte della porta. Sulla soglia, quasi invisibile nell'ombra, c'era un gatto, e li stava guardando. Un gatto qualsiasi. Poi si girò e sparì nel buio.
La stalla rimase zitta a lungo. Poi qualcuno rise, e rise un altro, e si ricominciò a respirare.
Il vecchio però non rideva. Aspettò che si facesse silenzio e disse una cosa che nelle veglie si diceva meno spesso.
Che alle masche non ci credeva tutto il paese, ma tutto il paese aveva paura di loro. E che la paura, a volte, faceva danni più grandi delle masche.
Raccontò di Micillina. Si dice che fosse di Barolo e che, sposata a un contadino, andò a vivere a Pocapaglia. Aveva un aspetto un po' diverso da quello delle altre donne, e un modo di fare che al paese non piaceva. Quando una bambina nacque con una gobba, e un altro giorno ci fu un incidente, qualcuno disse il suo nome. Poi lo disse un altro. Anche suo marito cominciò a trattarla male. Lei scappò nel bosco, e di lei si disse che avesse fatto un patto con il diavolo.
Vennero i giudici dell'Inquisizione. Alla fine Micillina fu condannata, e il suo destino si compì sulla collina che da allora, a Pocapaglia, si chiama il Bric d'la Masca.
«Era davvero una masca?» chiese il bambino.
Il vecchio rimase un po' zitto.
«Non lo so. Ma so che in quei tempi non serviva molto per diventarlo.»
E questo, a differenza dei libri e dei gatti, non è una storia. Nell'estate del 1474, a Levone, in Canavese, quattro donne furono processate con l'accusa di stregoneria. Due furono condannate. Le carte di quel processo sono ancora oggi conservate a Torino, nell'Archivio di Stato.
Quelle donne non avevano mantelli neri, né libri del diavolo. Erano donne del paese.
Gli storici lo ricordano con attenzione, e con rispetto: le masche, nei racconti, erano uno spavento da stalla. Ma accanto allo spavento c'è stata una cosa vera, e triste, che è accaduta a persone vere.
Nelle Langhe, oggi, nelle stalle non si fa più la veglia. I vecchi che ricordano quelle storie sono rimasti pochi. Quando raccontano, però, abbassano ancora la voce. Non per le masche.
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Fonti
- Donato Bosca e Bruno Murialdo, «Masche»
- Langhe.net, «Masche, tra mito e realtà»
