
Il Babàu
babàu, forse dal verso del cane: «bau bau»
un po' paurosa
Il babàu non ha una faccia precisa, e forse è proprio questo che lo rende così efficace. Era il mostro che i grandi nominavano per far stare buoni i bambini: «se non dormi, arriva il babàu». Non ha una vera storia, ma ha dei parenti: l'uomo nero e l'orco. L'origine del nome non è certa: la spiegazione più diffusa è che imiti il «bau bau» del cane, e la parola è attestata anche in Linguadoca.
Lo sai che… in italiano «babau» si dice anche di una persona che incute timore e ha fama di essere terribile.
La storia
Quella sera la nonna spense la lampada e disse la frase di sempre.
«Dormi, adesso. Se no arriva il babàu.»
Lo disse con la voce piatta di chi lo ha detto cento volte, e tirò la porta senza chiuderla del tutto. Una striscia gialla di luce dal corridoio rimase sul pavimento, sottile come un filo.
La bambina restò sotto le coperte, con gli occhi aperti.
Abitavano a Torino, all'ultimo piano di una casa vecchia, di quelle con il cortile in mezzo e le ringhiere di ferro. Di sera, il palazzo faceva i suoi rumori. Un tubo che gorgogliava. Una porta lontana. Il legno del soffitto che scricchiolava, come se qualcuno, lassù, spostasse una sedia.
Il babàu, pensò. Ma com'è fatto, il babàu?
Non l'aveva mai saputo. Quando ne parlava a scuola, ogni bambino ne aveva uno diverso. Per uno era alto fino al soffitto, per un'altra aveva le mani lunghe come rami. Il cugino piccolo giurava che era una testa senza corpo. Nessuno però l'aveva mai visto, e questo, pensò la bambina, era la cosa peggiore. Un mostro con la faccia, almeno, lo puoi guardare in faccia.
Il babàu no. Il babàu aveva la faccia che gli dava il buio.
Qualcosa si mosse sotto il letto.
La bambina smise di respirare. Il materasso era alto, le coperte pendevano fino a terra, e là sotto c'erano la polvere, le scatole dei giochi e quel posto nero in fondo, contro il muro, dove la luce del corridoio non arrivava mai. Aspettò. Il rumore non si ripeté.
Forse era stato il gatto, ma il gatto, quella notte, dormiva sulla sedia.
Lentamente, per non fare rumore, la bambina tirò le gambe verso il petto. Aveva sentito dire che il babàu abita nei posti scuri. Sotto il letto, nell'armadio, in cantina, in soffitta. Guardò l'armadio. Un'anta era socchiusa, di un dito, e dentro quel dito c'era solo nero. Pensò alla cantina, giù in fondo alle scale, dove la nonna andava a prendere le patate e non la mandava mai da sola. Pensò alla soffitta.
Il soffitto scricchiolò di nuovo.
Allora, dal cortile, arrivò un suono lungo e basso, che le fece alzare la testa dal cuscino.
Bau.
Si fermò. La bambina rimase immobile, con le mani strette sul bordo della coperta.
Bau. Bau.
Era un suono rotondo, caldo, di quelli che non fanno paura a nessuno. La bambina lo conosceva. Era il cane del portinaio, un meticcio grigio con un orecchio storto, che abbaiava a ogni gatto, a ogni passo, a ogni ombra che attraversava il cortile.
Bau, bau.
Poi, pian piano, un'altra idea le si fece strada nella testa, e a poco a poco divenne grande.
Bau bau. Babàu.
Ma certo, pensò. Forse era così. Come mai non c'era arrivata prima? Il nome si diceva così, anche se i grandi lo dicevano a voce bassa, quasi con rispetto. Era il verso del cane, ripetuto due volte, e poi allungato in una parola per far paura.
Rimase un attimo a pensarci. Il suo cuore, che correva come un topo in una scatola, rallentò un poco.
Allora scese dal letto, perché adesso voleva sapere. I piedi scalzi toccarono il pavimento freddo. Si chinò, con il cuore ancora forte, e guardò sotto il letto.
Il posto nero in fondo c'era. Era grande, e profondo, e non finiva mai. In mezzo alla polvere e alle scatole non c'era niente di più, né occhi né mani, né un respiro. C'era però il posto nero, che continuava a guardarla.
«Chi sei?» sussurrò, e le sembrò una domanda stupida, perché da là sotto non rispose nessuno.
Ma la bambina sentì che l'oscurità stava ascoltando.
Per un lungo momento le due cose si guardarono, il buio e la bambina, senza che nessuna delle due si muovesse. Poi dal corridoio venne il rumore di una ciabatta, e la porta si aprì.
«Che cosa fai in piedi?»
La nonna era sulla soglia, con la vestaglia a fiori e i capelli sciolti. La bambina non seppe cosa dire. Poi rispose, con la voce più piccola che aveva.
«Stavo guardando se c'era.»
«Chi?»
«Il babàu.»
La nonna rimase un attimo in silenzio. Sulla soglia, con la luce alle spalle, aveva una faccia che la bambina non riusciva a vedere bene.
«E c'era?» chiese.
«Non lo so. Non ha la faccia.»
La nonna entrò. Si sedette sul bordo del letto, che scricchiolò, e per un po' non disse niente. Fuori il cane abbaiò ancora due volte.
«Sai che cosa mi diceva mia nonna?» disse. «Che il babàu lo conoscono tutti, e che nessuno l'ha mai visto. Ha sempre abitato dove c'è buio. E il buio, quando arriva qualcuno con una luce, non resta mai a lungo.»
«Allora non esiste.»
«Non ho detto questo.»
La bambina la guardò. Per la prima volta, nell'ombra, le sembrò che la nonna sorridesse.
«Ho solo detto che non sta mai dove c'è una luce accesa. Su, torna a letto.»
La bambina risalì sotto le coperte. La nonna non chiuse la porta, anzi la lasciò spalancata, e la striscia gialla sul pavimento diventò larga come un tappeto. Poi si fermò un attimo davanti all'armadio e chiuse bene l'anta socchiusa, con un colpetto, come si fa con un animale che non deve scappare.
«Buonanotte.»
«Nonna?»
«Cosa c'è?»
«Se arriva, lo dico anche a lui. Che deve farsi vedere.»
La nonna rise piano, e uscì.
La bambina rimase sola. Il tubo gorgogliò, il soffitto scricchiolò, il cane del cortile abbaiò un'ultima volta. Sotto il letto il posto nero era sempre lì, paziente, senza faccia, in attesa.
Ma lei, adesso, lo sapeva. Dormì con una mano fuori dalle coperte, come per tenere aperta la porta. E la mattina, quando guardò sotto il letto con la luce del sole, trovò una scatola di bottoni, due calzini spaiati e una pallina rossa che credeva di aver perso per sempre.
Dall'altra parte del cortile, in una finestra ancora accesa, una voce di mamma stava già dicendo la frase di sempre.
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