
Nut e Geb
Nwt e Gbb, cielo e terra
per niente paurosa
Nut era la dea del cielo e Geb il dio della terra. Gli Egizi disegnavano Nut come una donna altissima, piegata ad arco sopra il mondo, con le mani e i piedi appoggiati ai due orizzonti e il corpo coperto di stelle; sotto di lei, sdraiato, c'era Geb, verde di piante. Tra loro stava in piedi Shu, il dio dell'aria, che li teneva separati. Secondo la tradizione, ogni sera Nut inghiottiva il sole, che viaggiava nel suo corpo per tutta la notte, e ogni mattina lo faceva nascere di nuovo. Dai due vennero Osiride, Iside, Seth e Nefti.
Lo sai che… dentro molti sarcofagi egizi, sul coperchio, era dipinta Nut con le braccia aperte, perché proteggesse il defunto come il cielo protegge la terra.
La storia
All'inizio il cielo non era in alto.
Era steso sulla terra, come una coperta sul letto, e fra le due cose non c'era spazio nemmeno per un respiro. Il cielo si chiamava Nut. La terra si chiamava Geb. Erano fratello e sorella, e passavano il tempo a guardarsi.
Di giorno non succedeva niente di strano. Il sole del dio Ra, il re degli dèi, passava sopra i tetti del mondo, e il mondo era piccolo e pieno. Ma Ra non sapeva tutto. Non sapeva che in quel mondo stretto, sotto la sua luce, Nut e Geb si erano innamorati, e che aspettavano un figlio.
Quando lo seppe, si arrabbiò.
Non era la paura di un padre. Era una gelosia da re, che vede il proprio regno crescere alle sue spalle. Allora parlò, con una voce che fece tremare le colonne di tutti i templi, e disse a Nut parole che nessuna madre vorrebbe sentire:
«Non partorirai in nessun mese dell'anno. E non partorirai in nessun giorno dell'anno. Questa è la mia parola, e nessun dio può disfare la parola del re.»
Poi chiamò Shu, il dio dell'aria, e gli diede un ordine.
Shu si infilò fra i due, piano, come chi apre una porta in una stanza chiusa da tanto tempo. Mise le mani sotto il corpo di Nut e cominciò a spingere verso l'alto. Nut si sollevò. Si inarcò come un ponte, e le sue dita si posarono su un orizzonte, i suoi piedi sull'altro. Più Shu spingeva, più il mondo si allargava. Dove prima non c'era niente, ora c'era un cielo.
Sotto di lei rimase Geb, steso sulla schiena. Il suo corpo si copriva di erba, di alberi, di fiumi. Era diventato la terra.
Fra i due, a tenerli separati, restò Shu con le braccia alzate. Non era una punizione crudele, ma lo sembrava. Nut guardava Geb, dall'alto. Geb guardava Nut, dal basso. Non potevano toccarsi. E in mezzo, sempre, c'era il vento.
Nut era troppo grande per piangere. Sul suo corpo, però, apparvero le stelle.
La maledizione di Ra pesava su di lei come un macigno. L'anno degli Egizi aveva trecentosessanta giorni, e in nessuno di quei giorni lei poteva partorire. Il bambino cresceva dentro di lei e non c'era un modo di farlo nascere. Una notte, in piedi nell'arco del cielo, Nut disse al buio:
«Fratello. Non so come fare.»
Geb, sotto di lei, non rispose. Era un dio silenzioso, quello della terra. Ma le sue radici si strinsero, e Nut lo sentì anche senza guardarlo.
Fu Thot, il dio della scrittura e del calcolo, ad avere l'idea.
Thot era il più furbo fra gli dèi. Ascoltò la maledizione parola per parola, con la testa inclinata, e si accorse che il re aveva detto «in nessun giorno dell'anno». Non aveva detto «in nessun giorno». Bastava trovare dei giorni che non fossero dell'anno.
Così, una sera, Thot andò a cercare la Luna.
«Giochiamo?» disse. «A dama.»
La Luna era una dea gentile e le piaceva giocare. Accettò. Misero la scacchiera in mezzo al cielo e cominciarono la partita. E la prima volta Thot perse, e la seconda anche. Ma ogni volta che perdeva, rilanciava: «Un'altra. Questa volta puntiamo qualcosa.» E la Luna, che non pensava di perdere, accettò di puntare un po' della propria luce.
Giocarono tutta la notte. Alla fine, Thot aveva vinto tanta luce quanta ne serviva per fare cinque giorni interi.
Cinque giorni in più, che non facevano parte dell'anno. Cinque giorni che nessuno aveva mai contato.
Quando Thot tornò nel cielo di Nut, la Luna era più pallida di prima, e per qualche notte brillò poco. Nut non fece domande. Si limitò a guardare quei giorni nuovi, uno dopo l'altro, come si guardano cinque porte aperte in un muro che sembrava senza uscite. Ra non poteva dire niente. Aveva parlato lui, e aveva parlato bene: l'anno restava com'era.
Nel primo giorno nacque un figlio, e fu Osiride.
Nel secondo nacque il vecchio Horo, che aveva già in sé la forza del falco.
Nel terzo giorno nacque Seth, e nacque con uno strappo, come una tempesta che rompe il cielo.
Nel quarto giorno nacque Iside, piccola e attenta, con gli occhi che guardavano tutto.
Nel quinto giorno nacque Nefti, l'ultima, quella che non faceva mai rumore.
Sotto, Geb sentì ogni nascita come un colpo leggero nel petto della terra. Non disse una parola nemmeno allora. Ma quella primavera, dicevano, i campi fiorirono prima del solito.
Da quel giorno gli Egizi ebbero un anno di trecentosessantacinque giorni, e quei cinque erano i giorni dei figli di Nut. Giorni in cui, dicevano, il tempo non era ancora del tutto in ordine.
Ma Nut, in alto, non smise di essere madre.
C'era una cosa che faceva ogni sera, e gli Egizi la dipingevano sui soffitti dei templi, di blu scuro con le stelle d'oro. Quando il sole scendeva a ovest, Nut apriva la bocca e lo accoglieva. Il sole entrava nel suo corpo e lo attraversava per tutta la notte. La mattina, a est, la dea lo faceva nascere di nuovo, rosso e nuovo, come un bambino. Tutti i giorni. Per sempre.
E Geb, steso sotto di lei, guardava il suo cielo, e il suo cielo guardava lui, e fra loro soffiava l'aria di Shu, che nessuno poteva più togliere.
Così racconta l'Egitto.
Quando un re moriva, i sacerdoti scrivevano nelle sue camere funebri, sulle pareti della piramide, parole dirette a Nut. Gli chiedevano di stendersi su di lui, con tutta la sua lunghezza, di coprirlo con le stelle, di prenderlo con sé come una madre prende un figlio addormentato. E Geb, la terra, avrebbe aperto le braccia per accogliere le ossa.
Nei secoli, la scena si ripeté su migliaia di bare. Dentro il coperchio, in basso, dipinta in blu e oro, c'era Nut con le braccia aperte. Il morto, steso sulla schiena, la guardava dal buio. E sopra di lui, come sopra il mondo, il cielo continuava a fare quel che fa da sempre.
Tenere sotto di sé qualcuno che dorme.
Parenti nel mondo
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Fonti
- «Testi delle Piramidi» (circa 2400 a.C.)
- Plutarco, «Iside e Osiride» (I-II secolo)
