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Un dio con la testa di ibis dal lungo becco curvo, con una tavoletta da scriba e un calamo

dio della scritturaErmopoli · mitologia egizia

Thot

Ḏḥwtj, in egizio

per niente paurosa

Thot era il dio della scrittura, della matematica e della luna, con la testa di ibis, un uccello dal becco lungo e curvo. Gli Egizi pensavano che avesse inventato i geroglifici e che fosse lo scriba degli dèi: nella pesatura del cuore era lui a scrivere il risultato. Sapeva tutto, e annunciava il verdetto. Un mito racconta che vinse a un gioco con la luna una piccola parte della sua luce, con cui compose cinque giorni in più, e così l'anno passò da 360 a 365 giorni.

Lo sai che… lo scrittore greco Plutarco lo chiamava Ermes, come un dio dei Greci.

La storia

Un tempo l'anno aveva soltanto trecentosessanta giorni.

Era un anno preciso, rotondo, di dodici mesi uguali, e nessuno ne conosceva uno diverso. Ma c'era un problema, e riguardava la dea Nut, che aspettava dei figli.

Il dio Ra, il sole, era in collera con lei. Pronunciò una maledizione: «Nut non potrà partorire in nessun mese e in nessun anno».

Era un ordine terribile, perché ogni giorno dell'anno apparteneva a un mese, e ogni mese a un anno. Dove avrebbero potuto nascere quei figli? Gli dèi lo ascoltarono in silenzio. Nessuno osava contraddire Ra.

Tranne uno.

Era Thot, e la sua casa stava a Ermopoli, la città che i greci avrebbero poi chiamato con il nome del loro Ermes, perché lo trovavano simile.

Aveva la testa di ibis, con un lungo becco curvo, e due occhi attenti che vedevano sempre due cose in più di tutti gli altri. Era il dio della scrittura, dei numeri, del calendario e della Luna: sapeva leggere nel cielo e contare i giorni come nessun altro. Gli egizi credevano che avesse inventato i geroglifici. Quando c'era un problema, in Egitto si diceva: «Chiedetelo a Thot». E lui ci pensava, senza fretta, con la penna di canna in mano.

Se la maledizione era così, pensò, il problema non era Nut. Era il calendario.

Così andò dalla Luna, che da sempre amava giocare a tavola, e le disse: «Facciamo una partita?».

La Luna accettò. Si sedettero uno di fronte all'altro, sulla riva del cielo, e cominciarono a muovere le pedine. Giocavano piano, senza parlare. Thot muoveva con il becco puntato sulla scacchiera, e la Luna rideva, e perdeva un po' di luce a ogni mossa. Poi un'altra partita. Poi un'altra ancora.

Quando alla fine si alzarono, Thot aveva vinto. Dalla luce della Luna, che aveva perso, aveva staccato tante piccole parti, e le teneva in mano. Ne fece cinque giorni. Cinque giorni nuovi, che non appartenevano a nessun mese e non erano stati maledetti da nessuno, e li mise in fondo all'anno.

Fu così che l'anno diventò di trecentosessantacinque giorni. E in quei cinque giorni Nut poté partorire: nacquero Osiride, Horus il vecchio, Seth, Iside e Nefti, uno al giorno. Ra non poté dire niente. Le sue parole erano state rispettate: nessun mese, nessun anno. Solo che il tempo, in mano a Thot, aveva trovato un posto in più.

Ecco chi era Thot. Quando una legge non si può spezzare, lui la capisce meglio di chi l'ha fatta, e trova il posto in cui nascondere un giorno in più.

Per questo gli egizi lo mettevano accanto agli dèi in un posto speciale, il più delicato di tutti.

Dopo la morte.

Nel papiro di un uomo di nome Ani, scriba del tempio, si vede ancora com'era.

Ani era morto da poco. Camminava in un corridoio lungo, silenzioso, e al fianco aveva sua moglie Tutu. Non sapevano di cosa avere paura, perché nessuno è mai tornato a dirlo, e per questo camminavano piano, quasi in punta di piedi. Davanti a loro si apriva la Sala delle Due Verità. In fondo, sul trono, sedeva Osiride, il re dei morti, e intorno a lui altri quarantadue giudici, in fila, con gli occhi bassi.

Al centro della sala c'era una grande bilancia.

Il dio Anubi, con la testa di sciacallo, prese il cuore di Ani, quello che aveva dentro di sé fin dalla nascita e che aveva raccolto ogni azione della sua vita, e lo posò su un piatto. Sull'altro piatto mise una piuma. Era la piuma di Maat, la dea della verità e della giustizia. Leggerissima. Eppure bastava un solo peso sbagliato sul cuore per farla salire.

Sotto la bilancia, accovacciata, c'era Ammit, la divoratrice: una creatura con la testa di coccodrillo, il corpo di leone e le zampe posteriori di ippopotamo. Aspettava, con la bocca aperta. Se il cuore pesava più della piuma, lo avrebbe mangiato, e per Ani non ci sarebbe stato un altro mondo.

Ani guardò il suo cuore. E fu lì che parlò.

«Cuore mio, cuore di mia madre», disse, a voce bassa. «Non alzarti contro di me. Non testimoniare contro di me, davanti al tribunale.»

Era una formula antica, che gli scribi imparavano a memoria. Poi Ani dichiarò, uno dopo l'altro, ai giudici, i torti che non aveva fatto: non ho rubato, non ho mentito, non ho fatto piangere nessuno, non ho tolto il pane a chi aveva fame.

La bilancia oscillò. Le due braccia andarono su e giù, piano, e il silenzio era così fitto che si sentiva quasi il legno della bilancia respirare.

Poi si fermò.

I due piatti erano alla stessa altezza.

In disparte, davanti a una piccola tavolozza e con una canna in mano, c'era Thot. Aveva guardato tutto senza muoversi. Era il segretario degli dèi, lo scriba del tribunale, quello che mette sul papiro la parola che resterà. E adesso che la bilancia era ferma, scrisse.

La penna grattò sul papiro. Un segno. Un altro. Poi Thot alzò il becco verso i giudici e parlò con voce chiara:

«Ascoltate questo giudizio. Il cuore di Ani è stato pesato, e la sua anima ha testimoniato per lui. È stato trovato giusto. Non si è trovata colpa in lui.»

Gli dèi risposero insieme: «Ciò che esce dalla tua bocca, Thot, è vero. Ani è giusto».

Ammit chiuse la bocca e si ritirò. Horus, il dio falco, prese Ani per mano e lo condusse davanti a Osiride, lungo la sala, fra i giudici che lo guardavano passare.

Thot rimase dov'era, e finì di scrivere.

Gli egizi dicevano che Thot non sbagliava mai. Che sapeva tutto, e che aggiustava ogni cosa, perfino l'occhio ferito di Horus. Quando raffiguravano il suo sguardo, non era mai duro. Era soltanto attento.

Perché lui non giudicava. Scriveva ciò che era vero.

E nessuno, nemmeno un dio, poteva cambiare ciò che Thot aveva scritto.

Parenti nel mondo

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Fonti

  • «Libro dei Morti», papiro di Ani
  • Plutarco, «Iside e Osiride» (i cinque giorni)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

Altri miei lavori: audiolibri gratis su YouTube · ebook su Gumroad · Apple Books · musica su Spotify e YouTube Music