
La leggenda di Pia de' Tolomei
«Siena mi fé, disfecemi Maremma»
un po' paurosa
Nel Purgatorio, Dante incontra un'anima gentile che gli chiede solo di essere ricordata: è Pia, una nobildonna di Siena. In pochi versi dice di essere nata a Siena e di aver perso la vita in Maremma. La tradizione racconta che fosse la moglie di Nello, signore del Castel di Pietra, e che lui, per gelosia o per sposare un'altra donna, l'avesse fatta morire. Chi fosse davvero Pia gli studiosi non lo sanno con certezza: la sua storia è stata completata nei secoli da commentatori e poeti.
Lo sai che… Dante dedica a Pia solo sette versi, eppure sono tra i più famosi di tutta la Divina Commedia.
La storia
Nel quinto canto del Purgatorio, Dante cammina in mezzo a una folla.
Sono anime. Tante, in fretta, che si stringono intorno a lui perché hanno visto che il suo corpo fa ombra, e lo riconoscono per un vivo. Gli chiedono la stessa cosa tutte: quando torni al mondo, ricordaci, parla di noi, porta qualche preghiera ai nostri cari.
Sono anime di persone morte di morte violenta, e hanno ancora la fretta di chi è stato interrotto. Parlano una dopo l'altra. Il primo racconta e racconta. Il secondo anche. Hanno storie lunghe, nomi di battaglie, di fiumi, di luoghi.
Poi, quando tutti hanno finito, si fa avanti una terza voce.
È una voce bassa, e non ha fretta. Prima di dire il proprio nome, pensa a Dante.
«Quando tu sarai tornato al mondo», dice, «e riposato della lunga via…»
Pensa che sia stanco. Prima ancora di chiedere, gli augura riposo.
«…ricordati di me, che sono la Pia.»
E poi, due versi che sono rimasti nella testa di chi li ha letti per più di settecento anni.
«Siena mi fece, mi disfece Maremma.»
Siena la fece: è lì che è nata. La Maremma la disfece: è lì che è finita. Non c'è altro. Non dice come, non dice perché, non accusa nessuno. Dice soltanto che ci sono due luoghi e una vita in mezzo.
Poi, ancora, un'ultima frase, quasi sottovoce:
«Lo sa colui che prima, sposandomi, mi aveva messo al dito l'anello con la sua gemma.»
Non fa il nome. Dice «colui», e lo lascia lì. E nel testo Dante non risponde: non ci sono parole sue, dopo quelle di lei.
Sono sette versi. Sette in tutto, in un poema di più di quattordicimila versi. Una goccia nel mare. Eppure sono tra i più famosi della Commedia, e c'è chi li sa a memoria senza averla mai letta per intero. A volte basta poco, per restare.
Per questo, dopo di lei, tutti si sono chiesti chi fosse la Pia.
I primi commentatori, quelli che leggevano la Commedia pochi decenni dopo Dante, lo spiegarono così. Pia era una nobildonna senese, della famiglia dei Tolomei. Aveva sposato Nello d'Inghiramo dei Pannocchieschi, un uomo importante, signore di Castel di Pietra, nel cuore della Maremma.
Il castello sorgeva su una rupe. Dall'alto si vedeva tutta la pianura intorno a Grosseto e le colline dove si scavavano i metalli. Era un posto fatto per guardare lontano, e per essere guardato da lontano.
Qui, racconta la tradizione, Pia sarebbe finita. Una tradizione, ripeto: non un fatto provato.
Non sappiamo come vivesse, in quel castello. Possiamo immaginarla alla finestra, con la Maremma davanti e il vento che cambia direzione. Possiamo immaginarla pensare a Siena, alle sue vie, alle sue campane, a una città di mattoni rossi lasciata dietro le spalle. Ma questi pensieri sono nostri. La tradizione dice poco, e dice cose che non si somigliano.
Immagina una donna che guarda lontano da una rupe, e capisce di non poter tornare. Immagina il rumore dei passi nel corridoio. Immagina il silenzio di un castello dove nessuno ti chiama per nome. Qui la storia non ha più parole, e fa bene a non averne.
Una versione dice che Nello l'avesse chiusa nel castello. Un'altra, che fosse stata gettata da una finestra. Un'altra ancora, che fosse caduta dalla torre più alta. Alcuni dicono che fu lui a ordinarlo, perché si era innamorato di un'altra donna, Margherita Aldobrandeschi, contessa di Sovana e di Pitigliano, e voleva essere libero di sposarla. Altri, più antichi, dicono che fosse stata la gelosia: un sospetto improvviso, e mai provato, che lei lo avesse tradito.
Le versioni cambiano. Su un punto, però, i racconti si somigliano: Pia morì nel castello, lontano da Siena, e di lei non rimase che un nome.
E allora capisci perché, nei versi di Dante, parla così.
Le altre anime, nel Purgatorio, raccontano. Lei no. Chiede soltanto di essere ricordata. Non per vendicarsi e non per essere compianta, ma perché qualcuno, nel mondo dei vivi, pronunci ancora il suo nome.
Gli studiosi, oggi, sono prudenti. Dicono che l'identificazione di Pia con una Tolomei non è mai stata provata. Che nelle carte di Nello non compare nessuna moglie con questo nome. Che forse la donna di cui parla Dante era un'altra, e che la sua storia si è mescolata con quella di un'altra famiglia, in un altro castello, con un altro marito. Altre ipotesi parlano di una nobildonna di un'altra casata, sposata per procura.
Il mistero resta.
Ma il castello è ancora lì, in rovina. Sulla rupe sono rimaste le mura, la base di una piccola torre, grandi pietre squadrate. Ogni anno, il primo sabato di agosto, a Gavorrano la gente si veste con abiti antichi e rievoca quella caduta, e la chiama il Salto della Contessa.
C'è chi viene per la festa e chi per la curiosità. Qualcuno, in silenzio, per un'altra ragione.
Perché i sette versi di Dante, a distanza di sette secoli, hanno fatto quello che la Pia chiedeva. Nessuno sa con certezza chi fosse. Ma tutti, dopo di lei, hanno ricordato il suo nome.
Siena mi fece, mi disfece Maremma.
Nella storia vera
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Fonti
- Dante Alighieri, «Purgatorio», canto V, versi 130-136
- Toscana Promozione Turistica, visittuscany.com, «Castel di Pietra»
