
Il Buffardello
da «buffo», soffio di vento
un po' paurosa
Il Buffardello è un folletto vestito di rosso della Garfagnana e della Lunigiana, e arriva con il vento. Entra dalle finestre insieme alle folate, scompiglia tutto, rovescia le cose e combina dispetti in casa e nella stalla. Di notte si siede sul petto di chi dorme e lo fa sentire pesantissimo. Nei racconti locali può avere anche l'aspetto di un animale, per esempio una volpe. In Garfagnana lo si nomina ancora oggi, per gioco, per spaventare un po' i bambini.
Lo sai che… in Garfagnana, quando si alza all'improvviso un vento forte, c'è chi dice che sta passando il Buffardello.
La storia
A Camporgiano, in Garfagnana, c'è una frase che i nonni dicono ancora ai bambini, per gioco.
«Se non sei buono, ti mangia il buffardello.»
Nessuno ci crede, naturalmente. Ma quando una sera d'autunno il vento comincia a soffiare dalla montagna e le imposte si mettono a battere, anche i grandi alzano gli occhi verso la finestra.
C'era una bambina, in una di quelle case, che la frase l'aveva sentita cento volte e non aveva mai avuto paura. Il buffardello, per lei, era una storia. Come l'uomo nero, come il lupo.
Quella sera suo nonno la guardò a lungo prima di mandarla a letto.
«Senti il vento?» disse.
«Sì.»
«Quando tira così, dicono che passa lui. Tira il buffardello, si dice.»
Lei sorrise. Il nonno no.
«Non ti sto spaventando», aggiunse. «Ti sto dicendo come si fa. Se mai ti capitasse, ricordati una cosa sola.»
«Cosa?»
Il nonno si avvicinò e le disse piano una frase. Poi la fece ripetere. Poi gliela fece ripetere ancora.
La bambina andò a letto, e per un po' pensò soltanto a quella frase, perché era buffa e perché non c'erano altre cose a cui pensare.
Il vento, fuori, saliva.
Passò un'ora. Forse due. In casa tutti dormivano. La bambina era sveglia, immobile sotto le coperte, con gli occhi sul soffitto.
Poi sentì il primo rumore.
Era un rumore piccolo. Un fruscio vicino alla finestra, come di stoffa che si trascina. Le imposte avevano smesso di battere. Il vento non aveva smesso, ma aveva cambiato suono: adesso sembrava un fischio sottile, quasi una risata.
La candela che il nonno aveva lasciato sul comodino si spense.
Non per il vento: la finestra era chiusa. Si spense e basta, come se qualcuno ci avesse soffiato sopra.
La bambina non si mosse. Contò fino a dieci. Poi fino a venti.
Le coperte si mossero.
Prima piano, come un tirare di dita. Poi più forte. Si scoprirono i piedi, poi le ginocchia. Lei le riprese con tutte e due le mani e le strinse al petto. Dall'altra parte, qualcuno le tirava con la stessa forza, ma senza fretta, come per gioco.
Il letto cominciò a tremare. Piano, poi sempre di più.
Qualcosa cadde sul pavimento. Qualcosa fu spostato. Dalla cucina venne un rumore di oggetti messi al posto sbagliato, uno dopo l'altro, con l'aria di chi sa quello che fa. Nel buio, vicino ai suoi piedi, le sembrò di sentire un passetto leggero, e poi un altro, con una scarpa che batteva sul pavimento: toc, toc, come una scarpa a punta.
E poi, d'un tratto, un peso.
Era sul suo petto. Leggero, all'inizio, come un gatto. Poi sempre più pesante, come un sasso, come un sacco di castagne. Le mancò l'aria. Provò a muoversi e non ci riuscì: le braccia erano inchiodate, le gambe di piombo. Aprì la bocca per gridare e non uscì niente.
I vecchi, in dialetto, hanno una parola per questa sensazione. Dicono che il buffardello «calcolisce», cioè ti sta addosso con tutto il suo peso.
Nel buio, davanti ai suoi occhi, c'era una forma piccola. Non più alta di mezzo metro, seduta sul suo petto. Aveva un berretto rosso, o forse una veste rossa. Aveva due mani sottili che le tenevano ferme le braccia. Il viso non si vedeva: poteva essere quello di un bambino senza barba, poteva essere quello di un vecchio con la barba lunga, nessuno sa mai bene quale.
La bambina pensò al nonno.
Pensò anche a una cosa che le avevano detto da piccola: che le mani del buffardello sono bucate, che non possono stringere sul serio, che quello è l'unico motivo per cui non fa male a nessuno. Così dicono. E mentre lo pensava le tornò in mente la frase.
La frase che aveva ripetuto dieci volte nel letto, per gioco.
Prese fiato, quel poco che poteva. Lo raccolse tutto in fondo ai polmoni. E disse, con una voce che non sembrava la sua, ma che fece tremare il buio:
«Tanto non m'affoghi!»
Il peso sparì.
Non lentamente: di colpo. Come se qualcuno l'avesse spinto giù dal letto. Si sentì un fruscio, una corsa piccola e veloce, il rumore di una finestra che si apre da sola e poi si chiude. E poi, all'improvviso, il vento si calmò.
La bambina rimase a lungo senza respirare. Poi respirò, a lungo e forte, come dopo una corsa.
La mattina dopo, il nonno la trovò seduta al tavolo della cucina, con una tazza di latte tra le mani e gli occhi un po' lucidi.
«Hai dormito?» chiese.
«Un po'.»
Il nonno non disse altro. Aprì la porta di casa. Nel fango del cortile, ancora umido di rugiada, c'erano piccole impronte che attraversavano il cortile e sparivano verso il bosco. Sembravano zampe di volpe.
«Succede», disse il nonno. «C'è chi dice che ogni tanto abbia l'aspetto di una volpe. C'è chi dice un gatto, o un grosso uccello della notte. Nessuno l'ha mai visto bene.»
Lei guardò le impronte a lungo.
«Torna?» chiese.
«Quando c'è vento.»
La bambina sorrise appena. Poi, per la prima volta, ripeté la frase a bassa voce, solo per sé. Tanto non m'affoghi.
Fuori, tra gli alberi, il vento ricominciò a soffiare.
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