
La leggenda della Sacra di San Michele
e della «bell'Alda»
un po' paurosa
Sulla cima del monte Pirchiriano, intorno all'anno Mille, fu costruita un'abbazia che sembra sospesa nel cielo. Una leggenda dice che l'eremita Giovanni Vincenzo ebbe la visione dell'arcangelo Michele, che gli ordinò di costruire lassù un santuario, poi consacrato dagli angeli. La storia più famosa è quella della bell'Alda, una ragazza che, inseguita da soldati, si lanciò dalla torre e fu posata a terra sana e salva dagli angeli. Ma nessuno le credette, e per dimostrare la verità si gettò di nuovo: quella volta nessuno la salvò e morì sulle rocce.
Lo sai che… la Sacra di San Michele ha ispirato a Umberto Eco l'abbazia del romanzo «Il nome della rosa».
La storia
Per arrivare alla Sacra bisogna salire. Non c'è altro modo.
La strada lascia la valle e si arrampica sul monte Pirchiriano, un monte alto poco meno di mille metri, proprio dove la Val di Susa si apre sulla pianura. I Longobardi, in quel punto, avevano costruito le loro chiuse, per sbarrare il passo a chi veniva dall'altra parte delle Alpi. Quando si arriva in cima, il vento ha già un altro sapore, e sopra la roccia si vede una costruzione che sembra uscire dalla montagna: l'abbazia, con i suoi archi altissimi, tesa verso il cielo.
Dicono che tutto cominciò con un eremita. Si chiamava Giovanni Vincenzo, ed era stato arcivescovo di Ravenna prima di ritirarsi a vivere lassù, da solo, tra le pietre. Una notte ebbe una visione. L'arcangelo Michele, quello con la spada, gli ordinò di costruire un santuario in cima al monte. Lo costruì. E quando fu finito, raccontano, a consacrarlo furono gli angeli. Per questo la cappella più antica è dedicata agli Angeli, e da quella cappella il luogo ha preso il nome di Sacra.
Con i secoli sopra la prima cappella crebbe una chiesa romanico-gotica, sul punto più alto del monte, e poco dopo un Nuovo Monastero con celle, cucine, refettorio, laboratori e una biblioteca. I monaci benedettini vi vissero fino al 1622. Poi il luogo rimase vuoto per tanto tempo, finché nel 1836 vi tornarono i padri Rosminiani.
Ma è un'altra, la storia che i ragazzi della valle si raccontano a bassa voce. Quella della torre.
Sul lato nord dell'abbazia, dove la roccia cade quasi a picco, c'è la torre che chiamano della Bell'Alda.
Non sappiamo di che anno fosse. Nessuno lo racconta. Sappiamo solo che una sera una ragazza di nome Alda correva su per la salita, e che dietro di lei, a pochi passi, c'erano dei soldati.
Le sentiva. Sentiva il ferro che tintinnava, i passi pesanti sulla pietra, le voci che si chiamavano nel buio. Aveva il fiato corto e la gola che bruciava. Entrò nell'abbazia per una porta che qualcuno aveva lasciato aperta, attraversò un corridoio, salì una scala stretta, poi un'altra. Non sapeva dove andava. Sapeva solo che in basso non c'era più nessuna strada.
Arrivò in cima alla torre.
Davanti a lei c'era l'aria. Sotto, molto più giù, la valle già scura, i tetti dei paesi come briciole, il filo argenteo del fiume. Dietro, sulla scala, i passi si avvicinavano.
Alda si voltò. Poi guardò il vuoto. Sul bordo della torre il vento le scostò i capelli dalla fronte, e per un istante sembrò una cosa leggera, che potesse anche volare.
«Madonna», sussurrò. «Madonna, aiutami.»
E si gettò.
Cadde, e il vento le riempì le orecchie. Per un attimo non sentì più nulla: né il ferro, né i passi, né la paura. Poi, dentro quel silenzio, sentì qualcos'altro. Un fruscio, come di grandi ali che si aprono. E, invece di schiantarsi contro la roccia, si sentì sorreggere, adagio, da mani che non vedeva.
Gli angeli la deposero a terra come si posa una piuma. Era sana e salva, senza un graffio.
Il giorno dopo la voce si sparse per tutta la valle. Alda raccontò quello che le era successo: la torre, la preghiera, le ali. Parlava piano, ancora con gli occhi spalancati. Ma nessuno le credette.
«Sei caduta, ma non da lì», le dissero. «Da quella torre non si torna a raccontarlo.»
«Vi giuro che è andata così.»
Le risero in faccia, o peggio, la guardarono con una pietà gentile. Alda sentì crescere dentro di sé una cosa dura, una specie di rabbia, che non era contro nessuno in particolare. Voleva solo che le credessero. E pensò che c'era un modo semplice per farlo.
Tornò alla torre.
Questa volta la gente la seguì. C'erano i curiosi, i monaci, qualche viandante fermatosi lungo il cammino, tutti con il naso all'insù. Alda salì fino in cima, lentamente, scalino dopo scalino, e quando fu sul bordo si voltò verso di loro. Era piccola, da laggiù, e aveva il vestito mosso dal vento.
«Guardate», disse, o forse lo pensò soltanto.
E si gettò di nuovo.
Questa volta nessun fruscio d'ali. Nessuna mano che la sorreggesse. Solo il vento, e le rocce sotto, e un grande silenzio che si chiuse sulla valle.
La gente rimase a guardare senza muoversi. Poi i monaci scesero, piano, e iniziarono a pregare.
Questa è la leggenda, come la raccontano ancora oggi a chi sale al santuario. Nell'Ottocento la ricordava anche Massimo D'Azeglio, nei suoi ricordi, e la chiamava il tragico volo della Bell'Alda, che si gettò due volte dalla torre più alta.
Oggi la torre c'è ancora, sul lato nord. Il vento è sempre lo stesso. E nel romanzo di uno scrittore, Umberto Eco, la stessa abbazia diventa il luogo dove si nascondono misteri, biblioteche e delitti, anche se quella è un'altra storia.
Chi sale fin lassù, al tramonto, e guarda giù dalla torre, spesso non dice niente. La valle è tutta d'oro, e molto lontana.
Poi, di solito, fa un passo indietro.
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