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Atlante dei Miti 0/300
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Un ragazzo che si alza in piedi appoggiato a una sbarra di ferro piegata, accanto a un grande baobab

re leggendarioMali · tradizioni africane

Sundiata

Sunjata Keita

per niente paurosa

Sundiata è il fondatore dell'Impero del Mali, vissuto nel Duecento, e il suo racconto mescola storia e leggenda. Da bambino non riusciva a camminare e tutti lo prendevano in giro, soprattutto la regina rivale di sua madre. Un giorno, per difendere l'onore della madre, chiese una sbarra di ferro, si appoggiò e, con uno sforzo enorme, si alzò in piedi, piegando il ferro. Poi sradicò un intero albero di baobab e lo portò a casa. Da grande sconfisse il re stregone Soumaoro e fondò un impero.

Lo sai che… la sua storia è tramandata da secoli dai griot, cantastorie e musicisti che conoscono a memoria la storia delle famiglie e dei re.

La storia

Ascoltate. Io sono un griot, figlio di griot, e la mia gente conserva la memoria dei re da tanto tempo che nessuno più ricorda chi ha cominciato a ricordare. Quello che sto per dirvi non è cambiato in settecento anni. Dunque, ascoltate.

C'era un re nel paese dei Mandingo, Naré Maghan, e un giorno un cacciatore venne alla sua corte con una profezia. Disse che il re avrebbe sposato una donna brutta, una donna con la gobba, di nome Sogolon, la donna-bufalo. E che da lei sarebbe nato un figlio che avrebbe reso il Mali più grande di qualunque paese.

Il re non fece domande. Sposò Sogolon.

Il bambino nacque, e lo chiamarono Mari Djata, il principe leone. Ma il leone non si alzò. Passarono i mesi, poi gli anni: un anno, tre, cinque. Il bambino mangiava per dieci, aveva gli occhi vivi, ma restava a terra, e dovevano portarlo in braccio come un neonato.

Intorno, le voci ridevano. Soprattutto una voce: quella di Sassouma Bérété, la prima moglie del re, che aveva già un figlio, Dankaran Touman, e che passava il tempo a ricordare a Sogolon che il suo era un figlio inutile.

Quando il re morì, a Sundiata erano passati sette anni, e ancora non camminava. Sassouma fece incoronare il suo Dankaran. A Sundiata fu lasciato soltanto un compagno: Balla Fasséké, il figlio del griot di suo padre, quello che l'avrebbe accompagnato per tutta la vita.

Un giorno Sogolon andò da Sassouma a chiedere qualche foglia di baobab, che le serviva per cucinare. Sassouma gliele diede, con un sorriso storto. «Ecco le tue foglie. Ma dimmi: tuo figlio, il re, cammina già?»

Sogolon tornò a casa con gli occhi lucidi e le foglie in mano.

Sundiata era seduto per terra, nella stanza in penombra. Guardò sua madre. Capì tutto, e non disse niente per un tempo lungo.

Poi disse: «Madre, non piangere. Vai dal fabbro e fatti dare una sbarra di ferro. La più pesante che c'è».

I fabbri la forgiarono. Era una sbarra lunga, nera, che due uomini facevano fatica a sollevare. La piantarono a terra, davanti alla porta, e la tennero ferma. Sogolon si mise a cantare. Balla Fasséké si mise a cantare. E tutta la gente che si era radunata davanti alla casa smise di respirare.

Sundiata afferrò la sbarra con le due mani. Appoggiò i palmi sul metallo freddo, tese le braccia, e tirò.

La sbarra si piegò.

Sembrò che anche la terra trattenesse il fiato. Le gambe del ragazzo tremavano, sottili come canne, ma il corpo si alzava. Un pollice. Un palmo. Si sollevò del tutto. Per la prima volta in vita sua, Sundiata era in piedi.

«Madre», disse, con la voce che gli usciva a fatica, «hai chiesto delle foglie di baobab. Ora te le porto io.»

Camminò. Andò fino al baobab più grande del villaggio, l'albero con il tronco largo come una capanna, e lo abbracciò, e lo scosse come si scuote un bambino. Le radici si staccarono dalla terra con uno schiocco. Sundiata se lo caricò sulle spalle e lo portò a casa, davanti alla porta di sua madre, e lo depose a terra come un fascio di legna.

«Ecco le foglie, madre. Prendine quante ne vuoi.»

Da quel giorno tutti seppero chi era. Compresa Sassouma. E Sassouma, che aveva paura, cominciò a pensare a come liberarsene.

Sundiata dovette partire. Con la madre, con i fratelli, con Balla Fasséké, camminò di regno in regno, in esilio. Imparò a combattere, a cacciare, ad ascoltare. Ovunque andasse, la gente vedeva nei suoi occhi qualcosa di calmo e di stanco insieme, come in chi ha aspettato a lungo. A Mema, il re Moussa Tounkara lo accolse come un figlio e gli affidò una parte del suo esercito.

Intanto, a nord, era cresciuto un altro re. Si chiamava Soumaoro Kanté, ed era il signore dei Sosso. Era un fabbro e uno stregone. Portava addosso amuleti e sapeva fare cose che nessun uomo sa fare: spariva, riappariva, parlava con i morti. Aveva conquistato i regni vicini uno dopo l'altro, e alla fine era arrivato anche in Mali. Dankaran era fuggito. I villaggi bruciavano. La gente non osava nominare Soumaoro nemmeno a bassa voce.

Fu allora che i messaggeri del Mali vennero a Mema e si inginocchiarono davanti a Sundiata.

«Torna», dissero. «Sei l'unico.»

Sundiata si alzò. Non era più il bambino portato in braccio. Era un uomo alto, silenzioso, con le spalle larghe come una porta. Raccolse un esercito di cavalieri, di arcieri e di cacciatori, e marciò verso nord.

Si incontrarono a Krina. Era una pianura aperta, con l'erba bassa, e quando il sole spuntò i due eserciti si guardarono da lontano. Dalla parte dei Sosso salivano i tamburi, un rombo sordo come un temporale. Dalla parte del Mali, Balla Fasséké batteva il balafon.

Soumaoro avanzò per primo, circondato da una nebbia di polvere. Gli stregoni cantavano. I cavalli si spaventavano. Le frecce, quando lo colpivano, sembravano rimbalzare.

Ma Sundiata sapeva una cosa che Soumaoro non voleva si sapesse. Soumaoro aveva una sola debolezza: lo sperone di un gallo bianco. Qualsiasi altra arma gli scivolava addosso; quell'unica lo feriva. Sundiata incoccò una freccia con la punta fatta da quello sperone, prese la mira nel fragore, e tirò.

La freccia sfiorò appena la spalla del re stregone.

Bastò. Soumaoro lanciò un grido, e la sua forza scomparve come l'acqua dalla sabbia. Lasciò il campo, si ritirò sulle montagne, e nessuno lo rivide più.

Il sole era alto quando il Mali capì di aver vinto.

I capi arrivarono da ogni parte, uno dopo l'altro, a inginocchiarsi davanti a quel giovane che era stato un bambino a terra. Lo proclamarono mansa, imperatore. Il Mali, che era un piccolo regno, divenne un impero grande come un mondo.

E io, Mamadou Kouyaté, figlio di griot, vi dico che questo non è un racconto da bambini. È la memoria di un popolo. Perché c'è stato un tempo in cui nessuno credeva che quel ragazzo si sarebbe alzato. E poi si alzò.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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  • Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music

Fonti

  • Djibril Tamsir Niane, «Soundjata ou l'épopée mandingue» (1960), dal racconto del griot Mamadou Kouyaté
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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