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Atlante dei Miti 0/300
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Un animaletto paffuto simile a un procione con una foglia in testa, che si trasforma in una teiera

animali burlonicampagne e boschi del Giappone · mitologia giapponese

I tanuki

狸, il cane procione

per niente paurosa

Il tanuki è un animale vero, il cane procione, ma nel folklore giapponese è un buffo trasformista. Si mette una foglia sulla testa e diventa una persona, un oggetto, perfino una teiera. Gli piace imbrogliare i viandanti, pagare con foglie trasformate in monete e far baldoria. Una storia famosa racconta di un tanuki che si trasformò in una teiera e fu venduto a un tempio; quando i monaci la misero sul fuoco, la teiera tirò fuori zampe e coda e scappò via strillando.

Lo sai che… davanti a tanti ristoranti giapponesi c'è una statuetta di tanuki con il cappello di paglia e la pancia grande: porta fortuna e affari.

La storia

Se un giorno vedete passare, in campagna, un viandante con una foglia sulla testa, state attenti. Probabilmente non è un viandante.

È un tanuki.

Il tanuki, a dire la verità, esiste davvero: è un animale peloso, tondo, con la maschera nera intorno agli occhi, che somiglia a un procione e gira di notte nei boschi. Ma in Giappone, dice la tradizione, il tanuki fa una cosa che i procioni veri non fanno: si mette una foglia sulla testa, dice una parolina, e diventa quello che vuole. Un monaco, un mercante, un sasso, una lanterna. Una teiera.

È proprio di una teiera che parla questa storia.

Tanto tempo fa, in un villaggio fra i campi di riso, viveva un uomo molto povero. Aveva una casa con il tetto bucato, un orto grande come un lenzuolo e niente altro. Ma era di buon cuore, e questo, nelle fiabe, vale più di un forziere.

Una mattina, tornando dal bosco con un fascio di legna, sentì un lamento. Dietro a un cespuglio c'era una trappola di cacciatori, e dentro la trappola c'era un tanuki, con una zampa incastrata, che piangeva con il muso fra le zampe e la coda tutta arruffata.

«Pietà», disse. «Sono solo un povero tanuki. Giuro che non ho fatto niente.»

«Sei tu quello che ha pagato le tagliatelle con le foglie?» chiese l'uomo, che le voci le sapeva.

Il tanuki fece finta di non sentire. Poi, a bassa voce: «Una volta sola. Ero molto, molto affamato».

L'uomo sospirò. Allargò con la forza delle braccia le sbarre della trappola e lo lasciò uscire.

«Va', e non farti più prendere.»

Il tanuki zoppicò fino al margine del bosco. Poi si voltò, fece un inchino che quasi toccava terra, e sparì tra i cespugli.

Quella notte, mentre l'uomo dormiva, qualcuno bussò alla porta. Pian piano, tre volte.

Fuori c'era il tanuki, con un cappello da pellegrino di traverso sulla testa, o forse era una foglia.

«Ti ho portato un regalo», disse. «Anzi, sono io, il regalo.»

«Come?»

«Domani mi trasformerò in una teiera. Una bellissima teiera di ferro. Tu mi porti in città e mi vendi. Ti daranno un bel po' di soldi.»

«Ma io non voglio venderti.»

«Non preoccuparti, so cavarmela.» Il tanuki gli diede un colpetto sulla spalla con la zampa. «E poi, per te, è un affare.»

L'uomo non capì bene come, ma la mattina dopo, sul tavolo, c'era una teiera lucida, panciuta, col coperchio e il manico, con l'aria di una teiera molto soddisfatta.

La portò in paese. Un monaco di un tempio la vide esposta al mercato, la prese in mano, la rigirò, la odorò, e disse:

«Bella. Quanto?»

L'uomo disse una cifra a caso. Il monaco ne offrì la metà, e si accordarono nel mezzo. L'uomo tornò a casa con una borsa pesante e un sacco di dubbi.

Intanto, al tempio, la teiera fu lavata, strofinata, lucidata. I monaci la guardavano con ammirazione.

«Mettiamola sul fuoco», disse il vecchio monaco. «Faremo un tè.»

La riempirono d'acqua. La appoggiarono sul braciere. Aspettarono.

Per un po', la teiera rimase tranquilla. Poi, piano, cominciò a sudare.

«Mm», disse la teiera.

I monaci si guardarono.

L'acqua cominciò a ribollire. La teiera si fece rossa. Dal suo coperchio uscì un lamento sottile, che somigliava a una voce.

«Ahi. Ahi, ahi. Che caldo!»

«Hai sentito?»

«Una teiera che parla…»

«AHI! CALDO! CALDISSIMO!»

All'improvviso, dal bordo della teiera sbucò una testa pelosa con il muso nero, poi quattro zampe, poi una coda folta. La teiera saltò giù dal fuoco, rotolò sul pavimento, rovesciò l'acqua calda sul monaco più vicino e scappò per il corridoio, con una gamba di qua e una di là, una pancia di ferro che tintinnava, urlando:

«Aiuto! Mi cuociono! Mi cuociono!»

I monaci le corsero dietro. La teiera aggirò un pilastro, scavalcò un gatto, scivolò sul pavimento lucido, si infilò sotto una porta, attraversò il giardino. Il vecchio monaco, con la veste che gli svolazzava, gridava: «Fermatela! È un demone!». Un altro, più veloce, la mancò per un soffio e finì nello stagno dei pesci.

Ma il tanuki, ormai, era fuori dal cancello.

Corse per il sentiero, saltò il fosso, attraversò i campi di riso, e verso sera bussò, ansimando, alla porta dell'uomo. Aveva la pancia gonfia, le zampe bruciacchiate, la coda sfilacciata, e un'aria offesissima.

«Per poco non mi cuocevano!»

L'uomo non sapeva se ridere o piangere. Lo medicò, gli diede da mangiare, e il tanuki, sdraiato accanto al fuoco, pensò ad alta voce.

«Mi è venuta un'idea», disse. «Se la gente paga per una teiera, pagherà anche per vederne una che cammina.»

Il giorno dopo, nella piazza del mercato, comparve un cartello: Bunbuku chagama, la teiera che fa spettacolo. Una corda fu tesa fra due pali. L'uomo, con un ventaglio in mano, annunciò il numero. E sulla corda, in equilibrio perfetto, con il coperchio in testa e un ventaglio in una zampa, comparve la teiera.

Camminò avanti. Camminò indietro. Fece un giro su sé stessa, salutò con la coda, e a un certo punto, per fare scena, cominciò perfino a ballare.

La folla rimase a bocca aperta. Poi scoppiò in un applauso che si sentì fino al villaggio vicino.

Lo spettacolo andò avanti per giorni, poi per settimane. Da ogni parte arrivava gente. L'uomo comprò un tetto nuovo, poi una casa, poi un campo, e non fu più povero.

Un giorno il tanuki gli disse: «Direi che ora sei a posto. Io vado a riposare».

«Resta», disse l'uomo.

«Ci resto un po'», disse il tanuki, «ma niente più fuoco.»

Dicono che da allora i tanuki abbiano un rispetto speciale per chi apre le trappole. E ancora oggi, davanti a tanti ristoranti giapponesi, c'è una statuetta di tanuki con il cappello di paglia, la pancia grande e uno sguardo un po' furbo. Dicono che porti fortuna e affari.

Ma per sicurezza, i ristoratori, il conto lo guardano sempre.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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Fonti

  • «Bunbuku chagama», fiaba tradizionale
  • Michael Dylan Foster, «The Book of Yōkai» (2015)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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