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Una volpe bianca con nove code e segni rossi, tra fiammelle azzurre

volpi magicheGiappone · mitologia giapponese

Le kitsune

狐, «volpe» in giapponese

un po' paurosa

Volpi magiche del folklore giapponese: più invecchiano, più code hanno, fino a nove. Possono trasformarsi in persone, a volte per fare scherzi, a volte per aiutare. Le volpi sono anche messaggere di Inari, la divinità del riso, e nei suoi santuari ci sono statue di volpi con una chiave o un gioiello in bocca. Nelle storie popolari una kitsune può sposare un uomo e vivere con lui per anni, finché un giorno un cane la spaventa e lei torna volpe; ma il marito la richiama, e lei continua a tornare da lui ogni sera.

Lo sai che… al santuario Fushimi Inari di Kyoto ci sono migliaia di portali rossi (torii) uno dopo l'altro.

La storia

A Kyoto, su una collina, c'è un sentiero che sembra non finire mai.

È coperto da migliaia di portali rossi, i torii, uno dietro l'altro, così vicini che la luce arriva a strisce. Si cammina in una galleria di legno color arancione, e si sente soltanto il rumore dei propri passi. A ogni svolta, ai lati del sentiero, c'è una volpe di pietra che guarda chi passa. Alcune hanno in bocca una chiave. Altre un gioiello.

È il santuario di Fushimi Inari, e le volpi sono le messaggere di Inari, la divinità del riso. Ma in Giappone si racconta che le volpi non siano soltanto messaggere.

Si racconta che una volpe, invecchiando, diventi più saggia, e che col tempo le cresca una coda in più. Le più vecchie ne hanno nove. Si chiamano kitsune, e sanno trasformarsi: in un viandante, in un monaco, in una ragazza dai capelli lunghi. Sui sentieri di notte accendono piccole fiamme che non scaldano. Se vogliono, trasformano le foglie in monete. Alcune lo fanno per scherzo, e il mattino dopo qualcuno si ritrova con le tasche piene di foglie secche. Altre, invece, lo fanno per aiutare.

Nei villaggi, quando piove mentre il sole è ancora in cielo, i contadini dicono che da qualche parte c'è un matrimonio di volpi, con un corteo di lanterne che nessuno deve guardare. Si dice anche che una kitsune non sia mai del tutto cattiva e mai del tutto buona, come il vento: dipende da come la si tratta.

Una delle storie più antiche è scritta in un libro del IX secolo, il «Nihon ryōiki». Non finisce male. Non finisce nemmeno del tutto bene.

C'era un uomo, nella provincia di Mino, che cercava moglie.

Una sera di fine estate attraversava a cavallo una grande pianura. L'erba era alta e il vento la piegava tutta dalla stessa parte, con un fruscio lungo, come se la pianura respirasse. Non c'era nessuno. Poi, in mezzo alla strada, comparve una donna.

Era bellissima. Era sola, e questo era strano. Non aveva né una borsa né un ombrello né un compagno di viaggio. Lo guardò, e sorrise come se lo aspettasse da tempo.

«Dove vai, a quest'ora?» disse.

«Cerco una moglie», rispose l'uomo, un po' per scherzo.

«Allora forse non devi cercare più», disse lei.

Si sposarono. Non si sa che cosa pensassero i parenti, né se qualcuno trovasse curioso che la donna non parlasse mai della sua famiglia. Si sa che furono felici. La casa profumava sempre di riso appena cotto, e lei aveva una grazia particolare nel muoversi, leggera, senza far rumore, come se camminasse sulla punta dei piedi. L'anno dopo nacque un bambino.

Nella stessa casa, lo stesso giorno, nacque anche un cagnolino.

Fu lui, il cagnolino, a rovinare tutto. Crescendo cominciò a ringhiare alla moglie. Ogni volta che lei entrava nella stanza, lui abbassava le orecchie e mostrava i denti. Lei diventava pallida. «Uccidilo», diceva a suo marito, a bassa voce. Ma l'uomo non ne aveva il coraggio, e il cane restava.

Poi venne il giorno del riso.

Era la fine dell'autunno. La donna pestava il riso nel mortaio, per le donne della casa, e il maglio batteva a ritmo: tum, tum, tum. Il cane dormiva sulla soglia. A un tratto si alzò, entrò nella stanza, e abbaiò con tutta la voce che aveva.

La donna si voltò di scatto. E in quel momento non fu più una donna.

La veste scivolò a terra. Le mani diventarono zampe, il viso si allungò, e dal fondo dell'abito comparve una volpe rossa, con gli occhi spalancati. La volpe saltò su un trave, poi su una staccionata del cortile, e rimase lì, tremando, a guardare l'uomo. Il cane abbaiava ancora. Tutta la casa era uscita a vedere.

L'uomo non gridò. Non prese un bastone. Guardò la volpe sulla staccionata, e pensò: quella è la madre di mio figlio.

«Fra noi due c'è un bambino», disse. Parlava piano, perché non scappasse. «Io non ti posso dimenticare. Vieni qui, a dormire con me. Ogni sera, quando vuoi.»

La volpe lo guardò a lungo. Il vento muoveva il pelo rosso sulla staccionata, e per un attimo parve che dovesse scappare verso i campi, verso l'erba alta, verso la pianura dove l'aveva incontrata. Il cane si era zittito. Nessuno in cortile osava respirare.

Poi la volpe scese dalla staccionata.

Da quel giorno la donna tornò ogni sera. Arrivava all'imbrunire, quando le lampade si accendevano, e rientrava in casa come una donna; e ogni mattina, quando il cielo cominciava a schiarire, non c'era più. Si dice che da questa abitudine sia venuto il nome di tutte le volpi del Giappone: kitsune, che si può leggere «vieni a dormire», oppure «viene sempre».

Il bambino crebbe, e crebbe forte. Si dice che fosse così veloce e così robusto da non avere rivali, e lo chiamarono Mino Kitsune, la volpe di Mino. Anche i suoi discendenti, per molte generazioni, furono ricordati per la loro forza.

Il racconto del libro finisce qui, e non dice che cosa pensasse il marito, nelle sere in cui la sua casa si riempiva, di nuovo, di quella presenza gentile. Non dice se, qualche volta, la moglie-volpe restasse sulla soglia un momento in più, ad ascoltare i passi del figlio nella stanza.

Non lo dice, e forse è il motivo per cui la storia piace ancora.

A Fushimi Inari, la sera, quando i pellegrini sono andati via e i torii diventano quasi neri, chi si ferma ad ascoltare può sentire un fruscio fra gli alberi. Può essere il vento. Può essere una volpe di passaggio, una messaggera di Inari che torna al suo santuario.

Oppure, dicono i vecchi, una madre che sta andando a casa a dormire.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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Fonti

  • «Nihon ryōiki» (inizio IX secolo)
  • Karen A. Smyers, «The Fox and the Jewel: Shared and Private Meanings in Contemporary Japanese Inari Worship», University of Hawaiʻi Press (1999)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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