
Zhong Kui
鍾馗, in cinese
un po' paurosa
Zhong Kui era uno studente che, dice la leggenda, fu bocciato agli esami imperiali. Le tradizioni più tarde aggiungono che era arrivato primo ma fu scartato perché molto brutto, e che morì per il dispiacere e diventò il re dei cacciatori di demoni. Una leggenda racconta che l'imperatore Xuanzong, malato di febbre, lo vide in sogno mentre catturava un piccolo demone che gli aveva rubato un flauto. Al risveglio era guarito, e chiese al pittore più famoso del regno di dipingere Zhong Kui come l'aveva visto, con la barba ispida e la spada.
Lo sai che… per secoli in Cina si è appesa la sua immagine sulle porte di casa, a Capodanno o d'estate, per tenere lontani gli spiriti maligni.
La storia
Nell'inverno in cui l'imperatore si ammalò, il palazzo di Chang'an smise di fare rumore.
I servi camminavano sulle punte dei piedi. I medici entravano con le maniche piene di erbe e uscivano scuotendo la testa. L'imperatore Xuanzong, che governava il più grande impero del mondo, era a letto con una febbre che saliva la sera e scendeva all'alba, e che nessuna medicina riusciva a vincere. Di notte tremava sotto tre coperte. Di giorno fissava il soffitto.
Una notte, tra un brivido e l'altro, si addormentò. E nel sogno sentì dei passi.
Piccoli, svelti, leggeri come quelli di un gatto. Qualcuno correva per la sala, intorno alle colonne laccate, e rideva sottovoce. L'imperatore girò la testa e lo vide: un diavoletto non più alto di un bambino, vestito di rosso, con un piede scalzo e uno calzato. Stringeva due cose che l'imperatore conosceva bene. Il sacchetto profumato di Yang Guifei, la sua favorita. E il suo flauto di giada.
«Fermo!» provò a gridare. Ma nel sogno la voce non usciva, o usciva come un sospiro.
Il diavoletto si fermò lo stesso. Si voltò, fece un inchino da burla e si presentò. «Mi chiamo Xuhao. Vuol dire Vuoto e Spreco. Dove passo io le dispense si svuotano, le gioie si sciupano e sulle case scende la preoccupazione. Il sacchetto lo tengo. Il flauto pure. Tanto, a voi, a che servono?»
Fu allora che qualcosa cambiò nell'aria. Le lampade si abbassarono, come se avessero sentito un freddo improvviso. Fuori dalla porta si udì un passo pesante, uno solo, e poi un altro.
Entrò un gigante.
Aveva in testa un cappello sgualcito, addosso una veste blu e una spalla nuda, ai piedi stivali di cuoio sporchi di strada. La barba era ispida come il pelo di un cinghiale. Il volto era di quelli che non si dimenticano: largo, scuro, con gli occhi che sporgevano sotto le sopracciglia come due braci. Il diavoletto lo vide e smise di ridere.
Non ebbe il tempo di scappare. Il gigante lo afferrò per il collo come si prende un gattino, e quello rimase sospeso a mezz'aria, a scalciare nel vuoto.
Poi l'uomo si voltò verso il letto e s'inchinò.
«Maestà, sono Zhong Kui, dei monti di Zhongnan. Al tempo dell'imperatore Gaozu venni a Chang'an per gli esami di Stato e non fui promosso. Da allora ho fatto un giuramento: liberare l'impero dagli spiriti cattivi. Sono qui per questo.»
Quello che accadde dopo, l'imperatore non volle guardarlo. Chiuse gli occhi, e quando li riaprì era mattina.
La stanza era piena di sole. La febbre era sparita. Xuanzong si mise a sedere, stupito di respirare senza fatica, e si fece portare da bere, poi da mangiare. Poi mandò a chiamare Wu Daozi, il pittore più celebre del regno.
«Non ti chiedo di inventare», gli disse. «Ti chiedo di ricordare con me.» E gli descrisse tutto: il cappello, la veste blu, la spalla nuda, la barba, lo sguardo, il modo in cui l'uomo aveva stretto il diavolo.
Wu Daozi lavorò in silenzio. Quando posò il pennello, l'imperatore rimase a lungo senza parlare. Poi disse: «Sembra che tu fossi nel mio sogno, accanto al letto.» E lo ricompensò con dell'oro.
Fu il primo ritratto di Zhong Kui. Da quel giorno, nessuno ha più smesso di parlarne.
La gente voleva sapere chi fosse stato quell'uomo. Così, nei secoli, la storia crebbe, come crescono le storie quando sono amate. Nelle versioni più tarde, che non stanno nel racconto del sogno, si dice che Zhong Kui fosse stato il giovane più dotato del suo tempo, e che agli esami avesse scritto i versi più belli, arrivando primo. Ma il giorno della consegna dei premi, i funzionari alzarono lo sguardo e videro la sua faccia: brutta, segnata, con la barba ispida e gli occhi sporgenti. Qualcuno mormorò che un volto così non poteva stare davanti all'imperatore. Il suo nome fu cancellato.
Zhong Kui non resse al dolore. Morì quel giorno, sui gradini del palazzo.
Ma i morti, in Cina, non finiscono dove finiscono da noi. Nell'aldilà, raccontano, gli diedero un incarico adatto a lui. La faccia che non era servita a corte avrebbe fatto scappare i demoni a gambe levate. E Zhong Kui diventò il re dei cacciatori di spiriti, quello che gira per le notti dell'impero con la spada in mano, e trova chi si nasconde.
Per questo, dopo il sogno di Xuanzong, nacque un'abitudine. In ogni casa che poteva, a Capodanno, e in alcuni posti anche in estate, quando le malattie camminano con il caldo, si appendeva il suo ritratto sulla porta. La barba nera, la veste blu, gli occhi spalancati, la spada. Un portiere che non dorme mai e non si lascia convincere da nessuno.
Pensate a una casa, una sera di fine inverno. Fuori il vento muove le lanterne. Un bambino, in pigiama, si ferma davanti alla porta e guarda in su.
«Nonna, perché ha una faccia così arrabbiata?»
«Perché deve spaventare chi vuole entrare senza essere invitato.»
«E se non lo spaventa?»
«Lo spaventa sempre.» La nonna gli rimbocca la sciarpa. «Anche i diavoletti rossi con un piede scalzo. Soprattutto quelli.»
Il bambino la guarda, sospettoso. Poi guarda di nuovo il ritratto. Le sopracciglia folte, la bocca dura, lo sguardo che non cede. Gli sembra che l'uomo sulla porta stia ascoltando.
In quella casa, quella notte, non entra nessuno.
Intanto, da qualche parte in una strada buia, un diavoletto con un piede nudo e uno calzato esce da un vicolo, vede una porta con una grande faccia barbuta e si ferma con il fiato corto. Ci pensa un momento. Poi cambia strada. È quello che fanno tutti, quelli come lui, quando incontrano Zhong Kui.
Lui, quando era vivo, aveva solo voluto servire l'impero. L'impero, secondo le versioni più tarde, lo aveva respinto per via della faccia. E adesso quella faccia stava su milioni di porte, e il suo lavoro era proprio quello: farsi guardare.
Chissà se, sotto la barba, qualche volta sorride. Nessuno lo sa. Nessuno ha mai osato guardare da vicino.
Parenti nel mondo
Ascolta / Leggi anche
- Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music
Fonti
- Shen Kuo, «Mengxi bitan» (XI secolo)
- Lihui Yang e Deming An, «Handbook of Chinese Mythology», ABC-CLIO (2005)
