
Pangu
盤古, in cinese
per niente paurosa
All'inizio, racconta un mito cinese, tutto era chiuso in un enorme uovo scuro, e dentro c'era il gigante Pangu. Dopo diciottomila anni il cielo e la terra si separarono: le parti leggere e chiare salirono e diventarono il cielo, quelle pesanti e scure scesero e diventarono la terra. Per tenerle separate, Pangu ci si mise in mezzo e crebbe ogni giorno, spingendo il cielo sempre più in alto. Quando morì, il suo respiro diventò il vento, i suoi occhi il sole e la luna, il suo corpo le montagne.
Lo sai che… è un'idea che si ritrova in molte parti del mondo: anche il gigante nordico Ymir diventò il mondo dopo la sua fine.
La storia
Prima che ci fosse il mondo, non c'era nemmeno il buio.
Il buio, per esistere, ha bisogno di qualcosa che non sia buio: una luce che manca, un occhio che non vede. Non c'era niente di tutto questo. C'era soltanto una cosa, chiusa su se stessa, immobile, e i vecchi libri della Cina la descrivono con le parole più semplici che conoscono: un uovo.
Un uovo come quello di una gallina, dicono. Dentro, il cielo e la terra erano mescolati insieme, il chiaro col torbido, il leggero col pesante, come il bianco e il tuorlo prima che qualcuno li separi. Non c'era un sopra e non c'era un sotto. Non c'era un prima e non c'era un dopo.
E in mezzo a quel grumo senza forma, un giorno che non era un giorno, nacque Pangu.
Era un gigante, anche se non c'era niente con cui confrontarlo. Dormiva rannicchiato, con le ginocchia al petto, e non sognava, perché non c'era ancora nulla da sognare. Dormì così per diciottomila anni. Nessuno li contò, perché nessuno c'era. Ma dentro l'uovo, piano piano, qualcosa cominciò a muoversi.
Le parti chiare e leggere, che i vecchi chiamano yang, salirono lentamente verso l'alto. Le parti scure e pesanti, che si chiamano yin, scesero verso il basso. Come la panna che affiora nel latte, come la sabbia che si posa nell'acqua torbida. Sopra si formò il cielo. Sotto si formò la terra.
Pangu aprì gli occhi.
Il primo suono del mondo fu il suo respiro. Un respiro lungo e profondo, come quello di chi ha dormito troppo. Si stirò. Provò a muovere un braccio, poi l'altro. Si mise in piedi, e sopra la sua testa, che prima toccava il soffitto dell'uovo, c'era adesso un po' di spazio.
Ma era pochissimo. Il cielo era appena un velo sopra di lui, e la terra era appena un velo sotto i suoi piedi. Pangu sentiva che, se avesse smesso di tenerli lontani, i due veli si sarebbero richiusi, e tutto sarebbe tornato come prima: un uovo, un grumo, un buio che nessuno guarda.
Allora decise. Non lo disse a nessuno, perché non c'era nessuno. Si piantò con i piedi sulla terra, mise le mani contro il cielo, e spinse.
Il testo antico dice una cosa precisa, che sembra una cifra da libro di conti: ogni giorno il cielo saliva di dieci piedi, la terra si ispessiva di dieci piedi, e Pangu cresceva di dieci piedi. Ogni giorno. Anche quando era stanco, anche quando le gambe tremavano. Dice anche che nello spazio di un giorno cambiava nove volte, e che in cielo era un dio e in terra un saggio, come se nessuna forma bastasse a contenerlo.
Provate a immaginare quell'attesa. Non c'è il sole, quindi non ci sono i giorni, ma Pangu li sentiva passare dal peso sulle spalle. Il cielo premeva. La terra tirava. A volte, se avesse potuto parlare, avrebbe detto: «Basta, non ce la faccio più». Ma ogni volta che stava per mollare, guardava in alto e vedeva una striscia nuova di spazio vuoto. Un palmo, una spanna, un braccio. Il mondo cominciava a esserci, perché c'era posto per metterlo.
Passarono altri diciottomila anni. Il cielo era diventato altissimo. La terra era diventata profondissima. E Pangu era diventato così alto che nessuna montagna, se allora ci fossero state, gli sarebbe arrivata al ginocchio.
Fu allora che i due veli smisero di cercarsi. Il cielo si era indurito nella sua distanza. La terra si era assestata nella sua profondità. Per tenerli separati non serviva più un gigante.
Pangu lo capì, e fu la sua ultima fatica. Si guardò attorno. C'era un cielo senza stelle e una terra senza erba, un mondo ben fatto e completamente vuoto. Era come una stanza grandissima in cui nessuno ha ancora messo una sedia.
Allora Pangu si sdraiò. Non ebbe paura. Aveva sorretto il cielo per un tempo più lungo di qualunque racconto. Si distese sulla terra nuova, chiuse gli occhi, e morì.
E qui il mito diventa quello che nessun altro racconto del mondo avrebbe saputo inventare: il suo corpo non sparì, si trasformò, pezzo per pezzo, in tutto ciò che ancora mancava.
L'ultimo respiro uscì dalla sua bocca e diventò vento e nuvole. La voce si spezzò in lontananza, e diventò il tuono. L'occhio sinistro si staccò e salì in alto, e diventò il sole. L'occhio destro salì dall'altra parte, e diventò la luna. Per la prima volta, nel mondo, ci fu una luce, e per la prima volta ci fu anche una notte, e da quel momento il buio ebbe qualcosa con cui confrontarsi.
Le braccia e le gambe si irrigidirono e diventarono i quattro angoli della terra, e il tronco si alzò a formare le grandi montagne. Il sangue scorse via e diventò i fiumi. Le vene si stesero lungo la pianura e diventarono le strade, quelle che poi gli uomini avrebbero percorso senza sapere di camminare sopra un gigante. I muscoli si aprirono in campi di terra buona. I capelli, lunghi e scuri, salirono verso il cielo e diventarono le stelle. I peli più piccoli del corpo diventarono l'erba, i fiori, gli alberi. I denti e le ossa diventarono i metalli e le pietre, e il midollo si addensò in perle e in giada. Il sudore si staccò dalla pelle in gocce, e diventò la pioggia.
Niente andò perso. Quello che Pangu era stato per tenere separati il cielo e la terra, lo restò per riempirli.
C'è una cosa che si può fare, nelle sere limpide, anche oggi: guardare in alto, dove la luna sale, e ricordare che quella luce è il suo sguardo. Camminare su una strada di montagna e sentirla sotto i piedi, salda, antica, come un osso grande. Stare sotto la pioggia d'estate e pensare che è la stanchezza di un gigante che ha spinto il cielo per diciottomila anni e non ha mai chiesto niente in cambio.
Quando il vento passa tra le montagne, in certe giornate di fine autunno, è un suono che somiglia a un respiro. I vecchi dicono che è il primo, quello che ha aperto il mondo.
Le montagne, in silenzio, ascoltano ancora.
Parenti nel mondo
Nei percorsi
Ascolta / Leggi anche
- Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music
Fonti
- Xu Zheng, «Sanwu liji» (III secolo)
- Anne Birrell, «Chinese Mythology: An Introduction» (1993)
