
Artemide
Ártemis, in greco antico
per niente paurosa
Artemide è la dea della caccia, dei boschi, degli animali selvatici e della luna. È la sorella gemella di Apollo e gira per le foreste con arco e frecce, accompagnata da un gruppo di ninfe e da cani da caccia. Resta sempre vergine e vuole vivere libera nei boschi, senza sposarsi. Guai a chi la disturba: un cacciatore di nome Atteone, che arrivò per caso, sbagliando strada, dove lei faceva il bagno, fu trasformato in cervo. I Romani la chiamavano Diana.
Lo sai che… gli antichi inni la chiamano la dea dalle frecce e dall'arco d'oro: l'arco d'argento è invece un epiteto di suo fratello Apollo.
La storia
Nei boschi della Grecia, dicono gli antichi inni, vive una dea che non ama le città.
Si chiama Artemide, e i Romani la chiameranno Diana. È la sorella di Apollo, la vergine che si diverte con le frecce. Corre sui monti pieni d'ombra, tende il suo arco d'oro e fa tremare le cime con la sua caccia. Poi, quando è stanca e contenta, allenta l'arco e va nella casa del fratello, a Delfi, a guidare la danza delle Muse e delle Grazie. Con lei vivono le ninfe, che la servono, e i cani, e la notte, e il silenzio degli alberi.
C'è una sola regola, nel suo regno: nessuno deve vederla quando è sola.
Ma una regola si può spezzare senza saperlo. È quello che accadde ad Atteone, nipote di Cadmo, il fondatore di Tebe.
Era un giovane cacciatore. Aveva battuto i monti tutta la mattina con i suoi amici e con la sua muta, e le reti erano piene. A mezzogiorno, quando le ombre diventano corte e il bosco sembra trattenere il fiato, si fermò.
«Amici», disse, «per oggi basta così. Domani, appena torna la luce, ricominceremo.»
Gli altri si sparpagliarono a riposare all'ombra, con i cani stesi accanto, la lingua fuori, il petto che andava su e giù. Atteone, che non aveva sonno, si mise a camminare da solo. Non sapeva dove andava. Ovidio lo dice chiaro: lo portò il caso, o il destino, ma non la voglia di spiare nessuno.
Vicino c'era una valle chiamata Gargafia, piena di cipressi e di pini, sacra a Diana. In fondo si apriva una grotta che nessuna mano aveva scavato: la natura, giocando, aveva imitato l'arte, e il soffitto era una volta di pietra leggera, curva come un arco. A destra scorreva una sorgente, e l'acqua si allargava in una pozza chiara, con la riva d'erba.
Proprio quel giorno la dea, stanca della caccia, era scesa lì a bagnarsi.
Aveva consegnato a una ninfa il giavellotto, la faretra e l'arco senza corda. Un'altra le aveva preso il mantello. Due le avevano slacciato i sandali, e un'altra, la più brava, le raccoglieva i capelli in un nodo. Altre ancora riempivano grandi vasi d'acqua. Nella valle c'erano soltanto il suono dell'acqua e le voci basse delle ninfe, e il caldo del mezzogiorno non arrivava fin lì, sotto gli alberi.
Atteone entrò nel bosco sacro, con passi lenti, e vide la grotta.
Le ninfe lo videro nello stesso istante.
Si udì un grido, uno solo, lungo, che riempì tutta la valle. Corsero intorno alla dea per nasconderla con i loro corpi, ma Artemide era più alta di tutte: la sua testa spuntava sopra le teste di quelle ragazze. Il suo viso diventò rosso, come le nuvole quando le colora il sole al tramonto.
Avrebbe voluto avere le frecce a portata di mano. Non le aveva. Aveva soltanto l'acqua.
Ne prese un po' nel cavo della mano e la gettò in faccia al giovane, sui capelli. «Adesso», disse, «va' a raccontare, se ci riesci, di avermi vista senza veli.»
Non aggiunse altro. Ma sulla fronte bagnata di Atteone cominciarono a spuntare corna di cervo.
Il collo si allungò. Le orecchie divennero strette e a punta. Le mani si fecero zoccoli, le braccia gambe sottili, e sul corpo comparve un pelo macchiato. Dentro, il cuore gli saltò di paura.
Atteone scappò, e scappando si stupì di quanto andasse veloce. Si fermò a una pozza per bere, vide nell'acqua un muso e due grandi corna, e provò a gridare: «Povero me!». Non uscì nessuna parola. Uscì soltanto un gemito. Le lacrime gli rigarono un viso che non era più il suo. Gli era rimasta solo la mente, tale e quale a prima.
Che fare? Tornare al palazzo del re, o nascondersi nel bosco? Dal primo lo fermava la vergogna, dal secondo la paura.
Mentre esitava, lo videro i suoi cani.
Furono Melampo e Icnobate a dare il segnale con il loro abbaiare, poi tutta la muta si lanciò dietro di lui, più veloce del vento. Erano i suoi cani: li aveva cresciuti lui, li aveva chiamati uno per uno, con la stessa voce con cui ora non riusciva a chiamarli. Alcuni gli arrivavano alle spalle. Altri, che avevano preso una scorciatoia dalla montagna, gli sbarravano la strada davanti. Atteone corse per i luoghi che conosceva meglio, per i dirupi, per le rocce, fra le gole dove non si passa, e fuggì dalla sua stessa terra di caccia.
Avrebbe voluto gridare: «Sono Atteone! Riconoscete il vostro padrone!». Le parole non vennero. L'aria era piena di latrati.
Arrivarono i compagni, e incitarono i cani, e chiamarono: «Atteone! Atteone!», come se fosse lontano. Lui, sentendo il suo nome, voltò la testa.
«Dov'è?» dicevano gli amici. «Peccato che non ci sia. Si perde lo spettacolo.»
Atteone avrebbe voluto davvero non esserci. Ma c'era, e avrebbe voluto soltanto vedere, senza sentire.
Ovidio non indugia su quello che segue. Dice soltanto che i cani gli furono addosso da tutte le parti, e che soltanto quando la sua vita fu finita, a quanto si racconta, l'ira di Diana si placò.
Poi la valle di Gargafia tornò com'era: la sorgente, l'arco di pietra, la pozza chiara, le ninfe intorno alla loro dea. Il sole era ancora alto, e per un po' nessuno ebbe voglia di parlare.
La gente, dopo, ne parlò in due modi. Alcuni dicevano che la dea era stata più dura del giusto. Altri la lodavano e dicevano che era una punizione degna della sua virtù severa. Ognuno trovava le sue buone ragioni.
Ovidio, però, scrive un verso che nessuno dei due partiti può cancellare. Se guardi bene, dice, in quella storia troverai la colpa della sorte, non quella di un uomo. E aggiunge una domanda: quale colpa poteva avere un semplice errore?
Parenti nel mondo
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Fonti
- «Inni omerici»
- Ovidio, «Metamorfosi», libro III (Atteone)
