
Apollo
Apóllōn, in greco antico
per niente paurosa
Apollo è il dio della luce, della musica, della poesia e della medicina. Era nato sull'isola di Delo. Suona la lira, che l'antico inno gli attribuisce, e guida le Muse, le dee delle arti. A Delfi aveva il suo santuario più importante, dove, secondo l'antico inno a lui dedicato, il culto fu affidato a sacerdoti cretesi. In Ovidio è lui stesso a dire che l'arte medica è una sua invenzione.
Lo sai che… secondo Pausania, sul tempio di Delfi era scritta una frase famosissima: «Conosci te stesso».
La storia
Nessuna isola voleva accogliere Leto.
Era incinta di un dio, e Era, la moglie di Zeus, la odiava. Così Leto camminava di terra in terra, con il pancione e i piedi stanchi, e ovunque bussasse le isole tremavano: tremava Lesbo, tremava Chio, tremava Samo. Nessuna aveva il coraggio di dare un letto a una donna che la regina degli dèi voleva cacciare.
Poi arrivò a Delo.
Delo era piccola e povera, scogli e capre, senza templi e senza ricchezze. Ma ascoltò Leto, e disse: «Sarei felice di accogliere tuo figlio. Ma ho paura. Dicono che sarà potente. Temo che mi disprezzi, che mi dia un calcio e mi spinga in fondo al mare.»
«Giuro sullo Stige» disse Leto, «che il tuo sarà il primo tempio di mio figlio. Ci verranno da ogni parte. Sarai ricca.»
Delo accettò. Leto, con un sospiro lungo, si sedette sotto una palma, con la schiena contro il tronco.
Il parto durò nove giorni e nove notti. Le dee del cielo andarono tutte a Delo ad assisterla, tranne Era, che teneva lontana Ilizia, la dea del parto, perché non scendesse. Alla fine le altre dee mandarono un messaggio a Ilizia, offrendole una collana d'oro lunga nove cubiti. Ilizia non resistette. Appena toccò Delo, Leto strinse le braccia attorno alla palma, il suolo si fece soffice come un prato, e il dio nacque.
Le dee lo lavarono nell'acqua limpida e lo avvolsero in una fascia bianca. Temi, la dea antica, gli diede il nettare e l'ambrosia, il cibo degli dèi. E il piccolo, appena li ebbe toccati, spezzò le fasce come fili. Si alzò. E disse le sue prime parole:
«Mia sarà la lira. Mio sarà l'arco curvo. E dirò agli uomini il volere sicuro di Zeus.»
Delo si coprì d'oro da cima a fondo, come la cima di un monte si copre di fiori in primavera. Non fu più la povera isola di scogli e di capre. Era diventata la casa di un dio.
Apollo, appena cresciuto, partì per cercare un posto dove costruire il suo tempio. Trovò una valle chiusa fra le montagne, ai piedi del Parnaso. Un posto di silenzio e di pietra, dove l'aria sembrava piena di voci. Ma lì viveva un mostro enorme, una dragonessa che spaventava gli uomini e le greggi, e che Ovidio chiama Pitone. Apollo tese l'arco e scoccò una freccia. Il mostro si contorse e morì. Il luogo fu chiamato Pito, e più tardi Delfi. Il sole, dice l'Inno, fece marcire il corpo del mostro sotto i raggi, e da allora il posto ebbe quel nome.
Mancava una cosa: qualcuno che servisse nel tempio.
Apollo guardò il mare e vide una nave. Era cretese, di Cnosso, piena di mercanti diretti a Pilo. Il dio saltò dal cielo, prese la forma di un delfino enorme, lucido come un'onda viva, e piombò sul ponte. La nave si inclinò. I marinai, terrorizzati, non riuscirono a governare la nave. Il vento la spinse da sé, lungo la costa, entrando nel golfo di Crisa, e la fece incagliare sulla sabbia.
I Cretesi scesero a terra, sconvolti. Davanti a loro, sulla spiaggia, comparve un giovane bellissimo, con i capelli lunghi sulle spalle.
«Stranieri» disse, «io sono Apollo, figlio di Zeus. Sono stato io il delfino che vi ha portati qui. Questo sarà il mio tempio. Voi ne sarete i custodi. Poiché vi sono apparso sul mare come un delfino, mi pregherete come Delfinio, e questo luogo si chiamerà Delfi. E avrete tutte le offerte che porteranno da ogni parte del mondo.»
I Cretesi lo seguirono su per la montagna, cantando.
Passò del tempo, e Apollo, che era giovane, si credeva invincibile.
Dopo la vittoria sul serpente, racconta Ovidio, andava in giro fiero come un pavone. Un giorno vide Cupido, il piccolo dio dell'amore, che tendeva il suo arco. Scoppiò a ridere.
«Che cosa te ne fai di un arco, bambino? Le armi come questa sono roba per me. Io ho abbattuto il serpente con mille frecce. Tu accendi le tue fiaccole e basta.»
Cupido non rispose. Salì sul Parnaso, estrasse due frecce dalla faretra: una d'oro, appuntita, che fa nascere l'amore, e una di piombo, spuntata, che lo fa fuggire. Con la prima ferì Apollo. Con la seconda colpì Dafne, una ninfa, figlia del dio fiume Peneo.
Da quel momento Apollo non vide più nessun'altra. Dafne correva nel bosco con i capelli al vento, cacciava come Diana e non voleva sentire parlare d'amore. Apollo la inseguì. «Aspetta!» gridava. «Non sono un nemico. Io sono Apollo, figlio di Zeus. Sono il dio della lira, dell'arco, delle erbe che curano. Ma nessuna erba, ahimè, cura l'amore!»
Dafne correva senza voltarsi. Sentiva il suo respiro sul collo. Le forze le mancavano. Davanti a lei brillava il fiume del padre.
«Padre» gridò, «aiutami! Cambia questo corpo che mi ha reso troppo bella!»
Non aveva finito di parlare che un torpore le prese le gambe. Il petto si coprì di una corteccia sottile. I capelli diventarono foglie, le braccia rami. I piedi, un attimo prima così veloci, si piantarono nel terreno. Davanti ad Apollo c'era un albero di alloro.
Il dio posò la mano sul tronco e sentì battere un cuore, ancora, sotto la corteccia.
«Se non puoi essere mia moglie» disse piano, «sarai il mio albero. Con le tue foglie mi incoronerò. Ti metterò sulla mia lira e nella mia faretra. E come la mia giovinezza non invecchia mai, così le tue foglie saranno sempre verdi.»
Da quel giorno Apollo portò sempre una corona di alloro, e così fecero, dopo di lui, i vincitori dei giochi e i comandanti dei trionfi. Il dio suonò la lira, guarì i malati con le sue erbe, e rispose agli uomini a Delfi. Ma quando passava vicino a un alloro, dicono, rallentava.
L'alloro chinò i rami. Come se dicesse di sì.
Parenti nel mondo
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Fonti
- «Inno omerico ad Apollo»
- Ovidio, «Metamorfosi», libro I (Apollo e Dafne)
