Vai al contenuto
Atlante dei Miti 0/300
IT
Un dio barbuto con due fiumi pieni di pesci che sgorgano dalle sue spalle

dio dell'acqua dolceEridu · mitologia mesopotamica

Enki

Enki in sumerico, Ea in accadico

per niente paurosa

Enki era il dio dell'acqua dolce, della saggezza e delle arti. Viveva nell'Apsu, l'oceano di acqua dolce che si credeva scorresse sotto la terra, e riempiva d'acqua i fiumi Tigri ed Eufrate, pieni di pesci. Era il più furbo e il più amico degli uomini tra gli dèi. Secondo un mito la dea Nintu li plasmò con l'argilla, su consiglio di Enki, e quando gli altri dèi decisero di mandare un diluvio per cancellarli, fu lui a trovare il modo di avvertire un uomo saggio perché costruisse una barca.

Lo sai che… veniva raffigurato con due fiumi che gli scorrevano dalle spalle, con i pesci che ci nuotavano dentro.

La storia

Prima che ci fossero gli uomini, a lavorare erano gli dèi.

Nella terra fra i due fiumi, i tre grandi si erano divisi il mondo tirando a sorte. Ad Anu era toccato il cielo. A Enlil la terra. Ed Enki, il più furbo dei tre, aveva avuto l'acqua: l'Apsu, l'immenso mare di acqua dolce che scorre sotto il suolo, dove c'era la sua casa, a Eridu.

A Enlil toccava anche comandare, e la parte difficile del comando è far lavorare gli altri. Gli dèi minori, gli Igigi, scavavano i canali, pulivano il letto dei fiumi, alzavano argine dopo argine. Lo fecero per tanto tempo che un giorno non ne poterono più.

Una notte bruciarono i loro attrezzi. Poi, con le torce in mano, circondarono la casa di Enlil e restarono lì, nel buio, senza dire una parola.

Fu Nusku, il servitore, a svegliare il suo signore. «Alzati. La tua casa è circondata.»

Enlil non aveva paura di niente, e quella notte ne ebbe. Chiamò Anu. Chiamò Enki. Si sedettero in consiglio, e tutti guardavano a terra, perché nessuno sapeva cosa dire.

Parlò Enki, e parlò piano, come chi ha già pensato tutto.

«Perché accusarli? Il lavoro è troppo pesante, e questo è il loro unico torto. Qui accanto abbiamo Nintu, la dea che sa fare nascere le creature. Che sia lei a fare un uomo. Sarà l'uomo a portare il peso, e gli dèi potranno riposare.»

Nintu rispose che non poteva farlo da sola. «Senza Enki non so da dove cominciare.»

«Ti aiuterò io», disse Enki. «Prendi l'argilla. Io preparerò ciò che serve.»

Perché l'argilla, da sola, è soltanto terra. Un dio accettò di dare ciò che aveva dentro, la sua carne, il suo sangue e la sua intelligenza: si chiamava We, e capiva più degli altri. Dal suo essere, mescolato all'argilla, venne ciò che nell'uomo pensa. Nintu lavorò quella pasta con le mani. Staccò quattordici pezzi e li dispose in due file, sette e sette. Da una fila nacquero i maschi, dall'altra le femmine. Gli dèi minori, per la prima volta dopo tanti anni, si lavarono le mani e andarono a dormire.

Gli uomini scavarono i canali. Fecero i campi. Costruirono le città. E crebbero, e crebbero ancora, come cresce l'orzo sulla terra bagnata.

Passarono secoli, e un giorno Enlil non riuscì più a dormire.

«Il rumore», disse. «Questo popolo fa un rumore insopportabile. Non c'è un momento di silenzio, né di giorno né di notte.»

Mandò la peste. Gli uomini cominciarono a morire. Allora Atrahasis, un uomo saggio, che ascoltava Enki, andò dal suo dio. Enki gli disse cosa fare: smettere di pregare tutti gli dèi e portare le offerte solo a Namtar, il dio della peste, per farlo vergognare. La peste si fermò.

Il rumore tornò. Enlil mandò la siccità, e poi la fame, più di una volta. Di nuovo Atrahasis andò da Enki, ed Enki gli disse di portare le offerte solo ad Adad, il dio della pioggia, e alla dea del grano. La pioggia tornò. Per Enlil fu troppo. Chiamò gli dèi e disse: «Basta con i giri. Manderemo un diluvio che cancellerà tutto. Ma nessuno di noi deve dirlo a un uomo. Giuratelo.»

Anche Enki giurò. Era vincolato, e lo sapeva. Ma Enki non era soltanto il dio dell'acqua e della saggezza. Era il dio delle soluzioni.

Quella notte Atrahasis dormiva in una capanna di canne, sulla riva. Enki si avvicinò, nel buio, ma non andò dall'uomo. Parlò alla parete.

«Parete di canne, ascolta. Capanna, ascolta bene. Smonta la tua casa e costruisci una barca. Lascia ogni ricchezza e salva la vita. La barca sia chiusa sopra come l'Apsu, perché il sole non ci entri. Mettici il tetto e il ponte, spalmala di pece dentro e fuori.»

Non aveva rotto il giuramento: non aveva parlato a un uomo. Aveva parlato a una parete. Atrahasis, dall'altra parte, tratteneva il fiato.

Il mattino dopo cominciò a lavorare. Gli anziani della città venivano a chiedergli perché smontasse la casa. Lui diceva soltanto che il suo dio non era più d'accordo con Enlil, e che doveva andarsene. Qualcuno rise. Altri non ci pensarono più.

Quando la barca fu pronta, Atrahasis fece un banchetto. Mangiarono, bevvero, cantarono. Lui non riusciva a stare fermo: andava avanti e indietro, e il cuore gli batteva forte. Poi cominciò a sentire un rombo, lontano. Salì a bordo con la famiglia e con gli animali. Chiuse il portello.

Il diluvio arrivò, e fu un'oscurità che non finiva. Il dio della tempesta urlava dalle nubi, i venti si scontravano, l'acqua saliva sulle case e sulle mura. Gli dèi stessi, guardando dall'alto, ebbero paura. Nintu pianse: «Come ho potuto parlare di una cosa simile davanti a tutti? Io ho dato la vita ai miei figli, e ora riempiono il mare come pesci.»

Sette giorni e sette notti durò la tempesta. Poi si fermò.

Gli dèi avevano fame. Senza gli uomini non c'era più nessuno che portasse pane, birra e olio ai templi, e avevano sete e fame. Quando la barca toccò terra e Atrahasis offrì un sacrificio, gli dèi arrivarono da ogni parte, e si affollarono intorno a quel profumo.

Enlil, vedendo la barca, si infuriò. «Qualcuno ha parlato. Ci avevamo giurato.»

Enki rispose con calma. «Non ho rotto il giuramento. Ho detto una cosa a una parete. Se quell'uomo ha capito, non è colpa mia.» E poi, più piano: «Non possiamo cancellare chi ci dà da mangiare. Se gli uomini sono troppi, che muoiano anche loro, ma non tutti insieme.»

Così, dicono i testi, si decise di far morire alcuni bambini, e di non lasciarli moltiplicare senza misura: da allora gli uomini conoscono la fine, e conoscono la differenza fra una vita e un'altra.

Atrahasis visse. Enki, a Eridu, tornò nel suo palazzo d'acqua.

Fra tutti gli dèi di Sumer, era l'unico che aveva preso le parti degli uomini senza chiedere nulla in cambio. Aveva dato loro la vita, e poi gliel'aveva salvata, con una parete di canne e una frase detta al buio.

Ascolta / Leggi anche

  • Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music

Fonti

  • «Atrahasis», poema accadico (XVIII secolo a.C.)
  • «Enki e l'ordine del mondo» (testo sumerico)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

Altri miei lavori: audiolibri gratis su YouTube · ebook su Gumroad · Apple Books · musica su Spotify e YouTube Music