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Atlante dei Miti 0/300
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Una grande barca di legno ferma sulla cima di una montagna, con un corvo che vola via sopra le acque

sopravvissuto al diluvioShuruppak · mitologia mesopotamica

Utnapishtim e il diluvio

Utnapishtim, «ha trovato la vita»

un po' paurosa

Durante il suo viaggio, Gilgamesh incontrò Utnapishtim, l'unico uomo a cui gli dèi avevano donato la vita eterna. Lui gli raccontò la sua storia: gli dèi avevano deciso di mandare un diluvio, ma il dio Enki l'aveva avvertito in segreto. Così aveva costruito una grande barca, ci aveva messo la sua famiglia, gli artigiani e gli animali, e aveva resistito sei giorni e sette notti di tempesta. Quando la barca si fermò su una montagna, liberò una colomba, una rondine e un corvo, per vedere se le acque si erano ritirate.

Lo sai che… la tavoletta con il racconto del diluvio fu letta per la prima volta nel 1872 da George Smith al British Museum, che si dice fosse così emozionato da mettersi a correre per la sala.

La storia

Gilgamesh camminava da tanto tempo che non aveva più nemmeno la forza di avere paura.

Il suo amico Enkidu era morto. Il re di Uruk, che non aveva mai temuto niente, aveva vegliato il corpo per sei giorni e sette notti, e solo allora aveva capito che la morte esiste davvero e che un giorno sarebbe venuta anche per lui. Aveva lasciato la città, coperto di pelli di leone, ed era partito in cerca dell'unico uomo al mondo che non doveva morire mai.

Dopo montagne e deserti, e dopo aver attraversato le Acque della Morte su una barca guidata da un barcaiolo, arrivò a una riva lontana. Davanti a una casa semplice sedeva un vecchio. Non era un gigante, né un eroe. Gilgamesh lo guardò e provò quasi una delusione.

«Tu non sei diverso da me», disse. «Come hai fatto a ottenere la vita senza fine?»

Il vecchio sorrise.

«Siediti. Ti racconto una storia che nessun uomo vivo ha mai sentito da chi c'era.»

Si chiamava Utnapishtim, ed era di Shuruppak, una città antichissima sulla riva dell'Eufrate.

«Gli dèi decisero di mandare un diluvio», cominciò. «Si riunirono in consiglio, Anu, Enlil e gli altri, e giurarono di non dirlo a nessuno. Ma c'era anche Ea, il dio delle acque dolci, e Ea non sopportava l'idea che tutti dovessero morire.»

Abbassò la voce.

«Ea non parlò a me. Parlò alla parete di canne della mia capanna. Quella notte, nel buio, sentii: "Parete, parete. Capanna, capanna. Ascolta, uomo di Shuruppak, figlio di Ubar-Tutu. Demolisci la tua casa e costruisci una barca. Lascia le ricchezze e salva la vita. Porta sulla barca il seme di ogni essere vivente."»

Gilgamesh si era fatto più vicino.

«E tu cosa hai fatto?»

«Ho risposto: "Ho capito, mio signore. Ma cosa dirò alla città, agli anziani?" E Ea mi ha suggerito: "Di' loro che Enlil ti è nemico, e che per questo devi andare a vivere sulle acque, vicino al tuo dio."»

Dalla soglia entrò un soffio di vento, e il fuoco tremò.

«Il quinto giorno posai lo scafo. Aveva sette piani, e ogni piano nove stanze. Spalmai di pece l'esterno e l'interno. I miei operai lavoravano e banchettavano insieme, bevevano vino e olio come fosse acqua. Non sapevano niente. Caricai tutto quello che possedevo. Poi feci salire la mia famiglia, i miei parenti, gli artigiani migliori, e gli animali del campo, i selvatici e i domestici.»

«E poi?»

«Shamash, il dio del sole, aveva fissato un segno. Quando fosse arrivata la sera della pioggia, io avrei dovuto entrare e chiudere la porta. Il giorno venne. Il cielo era bello da guardare, ma io avevo paura a guardarlo. Entrai e chiusi la porta.»

Utnapishtim si fermò. Le mani gli tremavano appena, e Gilgamesh pensò che quella paura era ancora tutta lì, dopo un'infinità di anni.

«All'alba una nuvola nera si alzò dall'orizzonte. Dentro tuonava il dio della tempesta. I venti si urtavano come eserciti. Il giorno si trasformò in buio. Gli stessi dèi si spaventarono e fuggirono fino al cielo di Anu, accucciati come cani contro il muro. Per sei giorni e sette notti soffiarono il vento e il diluvio. Il settimo giorno la tempesta si fermò.»

«Aprii una finestrella. La luce mi cadde sul viso. Guardai il mare: era piatto come un tetto. Dappertutto, silenzio. Gli uomini erano tornati argilla. Mi inginocchiai e piansi.»

Anche gli dèi, disse, avevano pianto. La dea Ishtar gridava come una donna che sta per partorire: «Come ho potuto dire parole di male in mezzo agli dèi? Io ho generato quegli uomini, e ora riempiono il mare come pesci!»

«Lontano, emerse una montagna, il monte Nimush. La barca si fermò lì e non si mosse per sei giorni. Il settimo feci uscire una colomba. Volò via, ma tornò: non aveva trovato dove posarsi. Allora feci uscire una rondine. Tornò anche lei. Infine lasciai andare un corvo. Il corvo vide che le acque si erano ritirate, beccò, gracchiò e non tornò più.»

Il vecchio alzò le spalle, con un mezzo sorriso.

«Allora aprii tutte le porte. Gli animali scesero ai quattro venti. Sulla cima della montagna feci un sacrificio, e bruciai canna, cedro e mirto. Gli dèi sentirono il profumo e si radunarono intorno all'offerta come mosche.»

Poi era arrivato Enlil, e aveva visto la barca, e si era infuriato: nessun uomo doveva scampare. Ma Ea lo aveva fermato. «Non punire chi non ha colpa. Se vuoi ridurre il numero degli uomini, manda un leone, un lupo, una carestia. Non un altro diluvio. E io il segreto non l'ho svelato: ho solo fatto fare un sogno a un uomo molto saggio, e lui ha capito.»

Enlil salì sulla barca. Prese per mano Utnapishtim e sua moglie, li fece inginocchiare e toccò loro la fronte. «Finora eravate soltanto uomini. Da oggi voi due sarete come noi dèi. Vivrete lontano, alla foce dei fiumi.»

Il fuoco si era abbassato. Nella casa c'erano ombre lunghe.

«Dunque non sei immortale perché eri il migliore», disse piano Gilgamesh.

«Non so se ero il migliore. So che qualcuno, nel buio, ebbe pietà di me.» Utnapishtim lo guardò a lungo. «E tu, figlio di Uruk? Chi ti darà la vita eterna? Ti metto alla prova: resta sveglio per sei giorni e sette notti. Se non riesci nemmeno a questo, come potresti vincere la morte?»

Gilgamesh si sedette sulla soglia, con le braccia sulle ginocchia. Una nebbia soffice scese sui suoi occhi. Cercò di resistere. Un momento dopo il mento gli cadde sul petto.

Dormì a lungo. La moglie di Utnapishtim, ogni mattina, cuoceva una pagnotta e la posava accanto a lui, senza far rumore. Una il primo giorno, una il secondo. Alla fine le pagnotte erano sette, in fila, e le prime erano già dure come pietre.

Quando il vecchio lo scosse, Gilgamesh aprì gli occhi.

«Ho solo chiuso un momento le palpebre», disse.

Utnapishtim indicò le pagnotte, una per una. «Questa è del primo giorno. Questa del secondo. Guarda come si è seccata.»

Gilgamesh le contò. Rimase in silenzio, con una pagnotta dura fra le mani.

Capì che la morte non si lascia battere neppure dal sonno, e che il vecchio gli aveva dato la risposta in due modi: con la storia del diluvio, e con il pane.

Ascolta / Leggi anche

  • Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music

Fonti

  • «Epopea di Gilgamesh», tavoletta XI
  • «Atrahasis», poema accadico
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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