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Atlante dei Miti 0/300
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Un uomo selvatico con lunghi capelli che beve a una pozza d'acqua insieme alle gazzelle

uomo selvaticola steppa e Uruk · mitologia mesopotamica

Enkidu

Enkidu, in accadico

per niente paurosa

Enkidu fu plasmato dagli dèi con l'argilla e lasciato nella steppa. Era coperto di peli, correva con le gazzelle, beveva con loro alle pozze d'acqua e liberava gli animali dalle trappole dei cacciatori. Quando arrivò in città e imparò a mangiare il pane e a vestirsi come gli uomini, sfidò Gilgamesh in una lotta furiosa. Nessuno dei due vinse: alla fine si abbracciarono e diventarono amici inseparabili. La sua morte è il momento più triste di tutta l'epopea.

Lo sai che… l'amicizia tra Gilgamesh ed Enkidu è considerata una delle più antiche storie di amicizia mai scritte.

La storia

Gli dèi lo fecero con un pezzo di argilla, perché a Uruk qualcuno doveva fermare un re.

Il re si chiamava Gilgamesh. Era per due terzi dio e per un terzo uomo, e nessuno in città era forte come lui. Il problema era proprio questo: non lo era mai abbastanza da fermarsi. Lavorava i giovani fino a farli cadere. Voleva sempre una sfida, una gara, una corsa. Le madri e i padri di Uruk, stanchi, si lamentarono con il cielo.

Gli dèi ascoltarono. E la dea Aruru, che aveva fatto gli uomini, si bagnò le mani, impastò un po' d'argilla, la gettò nella steppa lontana, e nacque Enkidu.

Era alto, e tutto coperto di peli, come le bestie. I capelli gli arrivavano alle spalle, lunghi come le spighe di grano. Non sapeva niente di città, di pane, di vestiti. Mangiava erba insieme alle gazzelle. Beveva con loro alla pozza, quando il sole saliva, e quando le gazzelle ripartivano lui correva al loro fianco, con il vento in faccia. Per lui il mondo era tutto lì: erba, acqua, sole, e le bestie che non avevano paura di lui.

Nella steppa c'era anche un cacciatore, e il cacciatore aveva un problema.

Ogni mattina andava a controllare le sue trappole, scavate con fatica nella terra dura, e ogni mattina le trovava riempite di sassi. Le reti erano strappate. Le gazzelle libere. Alla fine, una sera, nascosto dietro un cespuglio, vide chi era stato: un uomo grosso, coperto di peli, che si muoveva tra le bestie come uno di loro.

Il cacciatore tornò a casa pallido. Suo padre lo ascoltò, e disse: «Va' a Uruk. Chiedi a Gilgamesh una donna del tempio, Shamhat. Quando l'uomo selvaggio verrà alla pozza, lei lo vedrà. E le bestie lo lasceranno».

Così fu. Shamhat andò alla pozza, si sedette e aspettò. Quando Enkidu arrivò, lei non scappò, e non gridò. Gli parlò. Il testo dice che rimasero insieme sei giorni e sette notti.

Alla fine, Enkidu si alzò per andare a raggiungere le gazzelle.

Le gazzelle lo videro, e scapparono.

Lui le inseguì, ma le gambe non gli rispondevano più come prima. Si fermò, ansimando, con una strana pesantezza nel petto. Aveva perso la corsa. Ma, in cambio, la mente gli si era aperta come una finestra: ora capiva le parole, capiva i pensieri, capiva anche i silenzi.

Tornò da Shamhat, e lei gli disse: «Sei saggio, Enkidu. Sei come un dio. Perché vai in giro con le bestie nella steppa? Vieni con me a Uruk, la città dalle mura robuste, dove abita Gilgamesh».

Lo vestì con un mantello. Gli diede da mangiare il pane, e lui lo guardò senza sapere cosa fosse. Gli diede da bere la birra, e ne bevve sette coppe, e si mise a cantare, e il suo cuore si fece leggero. Si lavò, si unse d'olio, e dal pelo uscì un uomo.

Si incamminarono verso la città.

A Uruk, intanto, Gilgamesh aveva fatto due sogni. In uno cadeva dal cielo una stella, pesante come un macigno, e lui non riusciva a sollevarla. In un altro c'era un'ascia, e la gente della città le faceva ressa intorno. Sua madre, la dea Ninsun, ascoltò e disse: «Arriverà un compagno forte. Lo amerai come un fratello, e non ti lascerà mai».

In città era giorno di festa. Gilgamesh stava andando alla casa dove si celebrava un matrimonio, e davanti alla porta c'era un uomo che gli sbarrava la strada, con il piede appoggiato sullo stipite.

Gilgamesh si fermò. I due si guardarono.

Poi si buttarono uno sull'altro.

La porta cedette. I muri tremarono. Le travi cigolarono, e la polvere cadde dal soffitto. Lottarono come due tori, stringendosi i colli, battendosi i fianchi, e gli abitanti di Uruk, riuniti sulla strada, non osavano parlare. Nessuno dei due cedeva. Nessuno dei due vinceva.

A un certo punto Gilgamesh si piegò su un ginocchio e si fermò. La rabbia gli passò dal viso come una nuvola. Guardò quell'uomo, sporco di polvere e con i capelli ancora pieni di steppa, e capì che gli somigliava.

«Sei forte», disse. «Come nessun altro.»

E si abbracciarono. Fu in quel momento che nacque un'amicizia che i narratori di Babilonia non smisero più di raccontare.

Insieme viaggiarono fino alla Foresta dei Cedri, dove abitava il mostro Humbaba. Enkidu conosceva quella foresta dai tempi in cui correva con le gazzelle, e provò a convincere l'amico a non andarci. Fu Gilgamesh a rincuorarlo, e poi, nel momento peggiore, fu Enkidu a rincuorare lui. Insieme sconfissero il guardiano. Insieme uccisero il Toro del Cielo, mandato contro di loro da una dea offesa. Erano fratelli. Il re e l'uomo di argilla.

Ma gli dèi, quando videro quello che avevano fatto, si riunirono in consiglio. E dissero: uno dei due deve morire.

Scelsero Enkidu.

Si ammalò. Per prima cosa maledisse tutto ciò che gli aveva dato la vita da uomo: la porta, il cacciatore, perfino Shamhat. Poi il dio del sole gli parlò dal cielo, e gli ricordò chi gli aveva dato il pane e la birra, i vestiti, e il fratello. Enkidu capì, e la benedisse.

In sogno vide il luogo dove vanno i morti, la Casa della Polvere, dove nessuno esce, dove si mangia argilla e si cammina nel buio vestiti come uccelli. Lo raccontò a Gilgamesh con voce sempre più bassa.

«Ho paura», disse. «Non è come morire in battaglia.»

Gilgamesh gli teneva la mano.

Dodici giorni durò la malattia. Poi Enkidu non parlò più.

Gilgamesh lo chiamò. Lo chiamò ancora, ancora, e ancora. Lo coprì con un velo, come si copre una sposa. Rimase accanto a lui per sei giorni e sette notti, e non lo lasciò seppellire. Pianse, e piangeva da re, senza vergogna.

Disse: «Ho paura anch'io».

E la steppa, lontano, non rispose.

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Fonti

  • «Epopea di Gilgamesh», tavolette I-II e VII
Ciro Simone Irmici

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Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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