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Atlante dei Miti 0/300
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Un re con la barba riccia e la corona davanti alle grandi mura di una città di mattoni

re ed eroeUruk, nell'attuale Iraq · mitologia mesopotamica

Gilgamesh

Bilgames, in sumerico

un po' paurosa

Gilgamesh era il re di Uruk, due terzi dio e un terzo uomo, fortissimo e all'inizio prepotente con il suo popolo. Gli dèi crearono per lui un rivale, Enkidu, che invece diventò il suo migliore amico. Insieme vissero grandi avventure, finché Enkidu si ammalò e morì. Disperato, Gilgamesh partì per cercare il segreto dell'immortalità. Trovò una pianta che ridava la giovinezza, ma mentre si lavava in una sorgente un serpente gliela rubò. Tornò a Uruk e capì che le opere degli uomini, come le grandi mura della sua città, restano.

Lo sai che… l'«Epopea di Gilgamesh» è uno dei testi letterari più antichi del mondo: le prime versioni hanno più di quattromila anni ed erano scritte su tavolette d'argilla.

La storia

Dopo la morte dell'amico, Gilgamesh non volle più essere re.

Lasciò le mura di Uruk, la sua città, e si mise a vagare nella steppa, con una pelle di leone sulle spalle e i capelli arruffati, e il viso sporco di polvere. Quelli che incontrava non lo riconoscevano. Lui diceva a tutti la stessa cosa: «Anch'io morirò, come Enkidu. Il terrore mi è entrato nello stomaco».

Era strano, in un uomo come lui.

Gilgamesh era per due terzi dio e per un terzo uomo. Era alto, forte, il più bello e il più coraggioso. Era anche prepotente, e il suo popolo si lamentava con gli dèi. Allora gli dèi presero un po' di argilla e ne fecero Enkidu, un selvaggio che viveva con le gazzelle, per tenere testa al re.

I due lottarono, e finirono per abbracciarsi. Da allora non si separarono più. Insieme andarono nella Foresta dei Cedri, a sconfiggere il mostro Umbaba, e insieme uccisero anche il Toro del Cielo, mandato dalla dea Ishtar. Gli dèi, però, decisero che uno dei due doveva pagare.

Enkidu si ammalò. Rimase a letto dodici giorni. Gilgamesh gli stette accanto, e quando l'amico morì lo pianse per sei giorni e sette notti. Aspettò fino a capire che Enkidu non si sarebbe più alzato.

Allora decise di cercare l'unico uomo che non era morto: Utnapishtim, il Lontano, colui che aveva visto il diluvio e a cui gli dèi avevano dato la vita eterna.

Il cammino portava ai monti di Mashu, dove il sole entra di notte per attraversare la terra. L'ingresso era sorvegliato da due uomini-scorpione.

«Nessun uomo è mai passato di qui», dissero. «La galleria è lunga dodici ore doppie, ed è tutta buia.» Ma lo lasciarono entrare.

Gilgamesh camminò nel buio. Non vedeva niente davanti a sé e niente dietro. Camminava e il tempo non passava. Quando fu in fondo, finalmente, davanti a lui si aprì un giardino di gemme: gli alberi avevano frutti di corniola e foglie di lapislazzuli.

Più avanti c'era il mare, e sulla riva una taverna. Dentro viveva una donna di nome Siduri, che vide un uomo con la pelle di leone, magro, affamato, e si chiuse dentro.

«Dove corri, Gilgamesh?» gridò attraverso la porta. «La vita che cerchi non la troverai. Quando gli dèi crearono gli uomini, assegnarono a loro la morte, e si tennero la vita. Tu riempi la pancia, balla e fai festa, giorno e notte. Vesti abiti puliti, lavati la testa, guarda il bambino che ti tiene la mano, e che tua moglie sia felice fra le tue braccia. Questo è il destino degli uomini.»

Gilgamesh non l'ascoltò. Chiese la strada.

La strada era il mare, e sull'altra riva c'era Utnapishtim. Su questa riva c'era il barcaiolo Urshanabi, e le acque, in mezzo, erano le acque della morte: se un uomo le toccava con la mano, moriva. «Taglia un centinaio di pali», gli disse il barcaiolo. «Uno per ogni spinta, e non lasciare che l'acqua ti sfiori.» Gilgamesh li tagliò. Quando i pali finirono, aprì i vestiti e li usò come vela.

Sull'altra riva lo aspettava un vecchio.

«Perché sei così stanco?» domandò Utnapishtim. «Perché hai il viso consumato dal dolore?»

Gilgamesh gli raccontò di Enkidu. Poi domandò: «Come hai fatto a ottenere la vita eterna?».

Utnapishtim sorrise, e gli raccontò una storia. Un giorno gli dèi decisero di mandare un diluvio. Il dio Ea lo avvisò, parlando a un muro di canne: «Muro, ascolta! Costruisci una barca, e porta con te il seme di ogni essere vivente». Per sei giorni e sette notti la tempesta soffiò. Quando si calmò, la barca si posò sul monte Nimush. Utnapishtim mandò una colomba, poi una rondine, poi un corvo. Il corvo non tornò. Allora uscì e offrì un sacrificio, e gli dèi, che avevano sentito l'odore, vennero a mangiare. Il dio Enlil benedisse lui e sua moglie, e disse: «Prima eravate uomini, adesso sarete come noi».

«Ma chi riunirà gli dèi per te?» concluse. «Prova invece a restare sveglio sei giorni e sette notti.»

Gilgamesh si sedette. Subito, come una nebbia, il sonno lo prese. Dormì per sette giorni. La moglie di Utnapishtim cuoceva ogni giorno un pane e lo posava vicino al suo capo. Quando Gilgamesh si svegliò, disse: «Mi sono addormentato un attimo, e tu mi hai toccato». «Guarda i pani», rispose Utnapishtim. Il primo era secco, il secondo duro come cuoio, l'ultimo ancora caldo.

Gilgamesh si prese la testa fra le mani. «Dove andrò, adesso? La morte è nel mio letto, e dove metto il piede, trovo la morte.»

Prima che partisse, la moglie di Utnapishtim convinse il marito a dargli un segreto. «Esiste una pianta, in fondo al mare, che somiglia a un rovo. Punge le mani come una rosa. Se la prendi, un vecchio ridiventa giovane.»

Gilgamesh si legò due pietre ai piedi e si lasciò andare sul fondo. Strappò la pianta, anche se gli ferì le mani, tagliò le pietre e tornò a galla.

«Guarda, Urshanabi», disse. «Questa pianta ci ridarà la giovinezza. La porterò a Uruk e la darò a mangiare ai vecchi. Poi la mangerò anch'io.»

Camminarono per molte leghe, verso casa. A un certo punto videro una sorgente d'acqua fresca, e Gilgamesh vi scese per bagnarsi. Posò la pianta sulla riva.

Un serpente sentì il profumo. Silenzioso, strisciò fuori e la prese. Poi, mentre tornava indietro, cambiò pelle.

Gilgamesh se ne accorse tardi. Si sedette e pianse, e le lacrime gli scorrevano sul viso. «Per chi ho faticato? Per chi ho speso il sangue del mio cuore? Non ho guadagnato niente per me. Ho fatto un favore al serpente, il leone della terra.»

Tornarono a Uruk. Davanti alle mura, Gilgamesh si fermò a guardarle, a lungo, e le indicò a Urshanabi.

«Sali sul muro di Uruk, camminaci sopra. Guarda le fondamenta, tocca i mattoni. Non sono forse mattoni cotti? Non furono i Sette Saggi a posare le fondamenta?»

Il re non aveva trovato la vita eterna. Ma intorno a lui c'era una città grande, con le sue mura, che sarebbe rimasta lì anche dopo di lui. E così finisce il poema.

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  • Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music

Fonti

  • «Epopea di Gilgamesh», versione ninivita, tavolette I-XII (biblioteca di Assurbanipal, VII secolo a.C.)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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