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Una figura serena vestita di bianco su un fiore di loto, con un vasetto e un ramo di salice in mano

bodhisattva della compassioneCina e Asia orientale · mitologia cinese

Guanyin

觀音, «colei che ascolta i suoni del mondo»

per niente paurosa

Guanyin è venerata dai buddhisti come la bodhisattva della compassione: un essere illuminato che ha scelto di restare vicino al mondo per aiutare chi soffre. Il suo nome vuol dire «colei che ascolta i suoni del mondo», perché si crede che senta ogni richiesta d'aiuto. Arriva dall'India, dove era una figura maschile chiamata Avalokiteshvara; in Cina col tempo divenne una figura femminile, vestita di bianco. Tiene spesso in mano un vasetto con l'acqua che purifica e un ramo di salice.

Lo sai che… in Giappone si chiama Kannon, e da lei prese il nome «Kwanon» la prima macchina fotografica dell'azienda che oggi si chiama Canon.

La storia

Una barca piccola, in mezzo al mare, e un cielo che si chiude come un pugno.

Il vento ha strappato la vela. Le onde, alte come case, si rovesciano sul ponte. Il barcaiolo ha smesso di remare da un pezzo, perché non serve più. Non ha un tempio con sé, né un maestro, né niente da offrire. Ha soltanto un nome, che sua madre gli ripeteva da bambino, e lo pronuncia con tutto il fiato che gli resta.

«Guanyin.»

Così, in tanti racconti, comincia la salvezza. Nel venticinquesimo capitolo del Sutra del Loto, un discepolo domanda al Buddha perché la bodhisattva si chiami Guanshiyin, che vuol dire «colei che ascolta i suoni del mondo». E il Buddha risponde: perché quando innumerevoli esseri soffrono e la chiamano con tutto il cuore, lei ascolta la loro voce, e li libera.

Il fuoco non brucia chi la invoca. Nell'acqua che sale, chi pronuncia il suo nome trova la riva. Davanti alla spada alzata, la lama si spezza. E se serve un monaco, lei si fa monaco; se serve una regina, si fa regina; se serve un bambino, si fa bambino. Prende la forma che serve a quel dolore.

I cinesi, che la amano da molti secoli, volevano sapere un'altra cosa. Volevano sapere come fosse diventata così.

E raccontano una storia.

Molto tempo fa, in un regno lontano, un re di nome Miaozhuang aveva tre figlie. Le prime due si sposarono come voleva il padre. La terza, Miaoshan, era diversa. Fin da piccola amava il silenzio e gli animali, e non sopportava vedere qualcuno soffrire. Quando il re le disse che era ora di prendere marito, lei rispose con dolcezza:

«Padre, non voglio sposarmi. Voglio imparare a liberare chi soffre.»

Il re non la capì. Si arrabbiò, poi minacciò, poi provò a convincerla con i doni. Miaoshan non cedette. Gli chiese solo il permesso di entrare in un monastero, e il padre, per metterla alla prova, la mandò in uno dove le monache avevano l'ordine di darle i lavori più duri: portare l'acqua da lontano, spaccare la legna, pulire le cucine.

Ma il bene fatto agli altri torna indietro. Si racconta che nel monastero gli animali del bosco venissero ad aiutarla. Le tigri portavano la legna sulle schiene; un drago fece sgorgare un pozzo proprio nel cortile, così lei non dovette più camminare fino al fiume. Le monache la guardavano senza parole.

Il re, quando lo seppe, perse la pazienza. La sua collera fu tale che la vita di Miaoshan sulla terra finì, in un modo che le storie non amano raccontare.

Allora la principessa scese nel regno dei morti. Camminò fra le anime tristi, e invece di tremare, cominciò a recitare il nome del Buddha. Un'eco dolce si diffuse nell'oscurità. Il buio si schiarì, le fiamme si spensero, i prati fiorirono dove c'erano stati solo ciottoli roventi. Il signore degli inferi, Yama, osservò quel prodigio e capì che quel posto non poteva trattenerla.

La rimandò sulla terra, e Miaoshan, tornata fra i vivi, si ritirò su una montagna, il Monte Profumato. Visse lì in solitudine, pregando, accogliendo chiunque salisse a chiederle consiglio.

Su quel monte arrivavano contadini con i campi bruciati dalla siccità, madri con i bambini malati, viaggiatori che avevano perso la strada. A nessuno chiedeva da dove venisse o che cosa avesse fatto. Offriva acqua, ascoltava, e quando parlava, parlava poco. Chi scendeva a valle non ricordava le sue parole. Ricordava di essere stato ascoltato fino in fondo, e questo, per molti, era già una medicina.

Passarono gli anni. Il re, ormai vecchio, si ammalò di un male che nessun medico sapeva curare. Fu allora che un monaco gli annunciò, con voce calma, che esisteva una sola medicina: un paio di mani e un paio d'occhi donati da qualcuno che non avesse mai conosciuto la collera. «Su un monte, non lontano, vive qualcuno che forse li darebbe.»

Il re non seppe che fare. Mandò messaggeri sul monte. Quando arrivarono, la persona che abitava lassù rispose senza esitare: «Prendete quello che serve.»

Era Miaoshan. Non disse chi era.

Il re guarì. Pieno di gratitudine, salì con tutta la corte fino al monte per ringraziare chi aveva salvato la sua vita. Vide una figura che sedeva, immobile e serena, senza mani e senza occhi. E riconobbe la voce che gli parlò.

«Padre», disse lei. «Non c'è nulla da perdonare.»

Il re cadde in ginocchio. Pianse, e con lui la regina, e le due sorelle, e tutti i ministri. Non c'era nulla che potesse restituirle ciò che aveva dato. Pregarono, soltanto.

Allora, dicono, il cielo si fece luminoso come d'oro. Miaoshan si trasformò davanti ai loro occhi. Le mani tornarono, ma non due: mille, ciascuna con un occhio nel palmo, tese verso il mondo. Così si racconta che Guanyin abbia imparato a guardare ovunque e ad aiutare ovunque.

Questa è una leggenda, e non tutti i buddhisti la raccontano allo stesso modo. Ma tutti riconoscono il volto di quella bodhisattva: vestita di bianco, con un vasetto d'acqua pura in una mano e un ramo di salice nell'altra. In India, dove la sua storia è cominciata, era un uomo, Avalokiteshvara. In Cina, a poco a poco, divenne una madre.

Per questo, dicono, nei templi la si trova in tanti modi diversi: seduta sul loto, in piedi sopra le onde, con un bambino in braccio, con mille braccia aperte come i raggi di una ruota. Ogni volta è lei, perché una forma sola non basterebbe a tutti i dolori.

Sul mare, intanto, la barca del barcaiolo ondeggiava ancora. Poi un'onda più bassa, e un'altra, e un'altra ancora, lo portarono verso una spiaggia che non aveva mai visto. Il vento calò. Le nuvole si aprirono.

Per un attimo gli parve di vedere, sull'acqua, una figura bianca che sorrideva. Ma forse era soltanto la schiuma.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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Fonti

  • «Sutra del Loto», capitolo 25
  • Chün-fang Yü, «Kuan-yin: The Chinese Transformation of Avalokiteśvara», Columbia University Press (2001)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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