
Heimdall
Heimdallr, in norreno
per niente paurosa
Heimdall è il guardiano degli dèi. Vive accanto a Bifröst, il ponte arcobaleno che collega il mondo degli uomini con Asgard, e fa la guardia giorno e notte. Ha bisogno di dormire meno di un uccello, vede lontano cento leghe sia di giorno che di notte, e il suo udito è così fine che sente crescere l'erba e la lana sul dorso delle pecore. Ha un corno, il Gjallarhorn: lo suonerà una sola volta, quando arriverà il Ragnarök, per svegliare tutti gli dèi.
Lo sai che… secondo Snorri i suoi denti erano d'oro, e per questo uno dei suoi soprannomi era «denti d'oro».
La storia
Heimdall non dormiva.
O meglio: dormiva meno di un uccello, che già non è tanto. Chiudeva gli occhi per il tempo di un respiro, li riapriva, e il mondo era ancora lì, con le sue stelle, i suoi fiumi e i suoi rumori.
Abitava in una casa che si chiamava Himinbjörg, all'estremo del cielo, proprio dove cominciava il ponte. Il ponte era l'arcobaleno. Lo chiamavano Bifröst, ed era la strada con cui gli dèi scendevano ogni giorno dal cielo alla terra. Chi lo guardava da lontano vedeva sette colori. Chi lo guardava da vicino vedeva che il rosso era fuoco vero, che ardeva senza mai spegnersi, perché i giganti non avessero mai la tentazione di salire fino alla città degli dèi.
Tutto questo, però, non sarebbe bastato. Serviva qualcuno che stesse di guardia, notte e giorno, senza distrazioni.
Heimdall stava di guardia. Raccontavano che fosse nato da nove madri, nove sorelle, ai bordi del mondo, e che da bambino si fosse nutrito della forza della terra e dell'acqua fredda del mare. Forse per questo non aveva mai avuto bisogno di dormire.
Aveva i denti d'oro, e quando sorrideva, cosa che capitava di rado, era come se una lanterna si accendesse nel buio. Aveva un cavallo dalla criniera d'oro, ma lo montava poco. Passava il tempo seduto sulla soglia, con il mento appoggiato alla mano, e ascoltava.
Vedeva a cento leghe di distanza, di giorno e di notte, e per lui non c'era differenza. Sentiva l'erba che cresceva sulla terra: un fruscio sottile, continuo, come un respiro. Sentiva persino la lana che cresceva sulla schiena delle pecore, in qualche valle lontana, dove nessuno avrebbe mai saputo di essere ascoltato.
Quella notte, come le altre, ascoltava.
Sentì una volpe attraversare un prato. Sentì il vento muovere le fronde di un frassino. Sentì il mare, molto lontano, ripetere la stessa frase di sempre. Sentì la brina posarsi sulle foglie, e un ragno chiudere il suo filo tra due rami. Sentì un bambino che si girava nel sonno, una porta che si chiudeva, un corvo che si aggiustava le piume. E poi, a una distanza che nessun altro avrebbe saputo misurare, sentì un passo.
Un passo leggero, di chi non vuole farsi sentire. Veniva verso il ponte.
Heimdall non si alzò. Aspettò, e quando la figura fu abbastanza vicina da vedersi, sollevò gli occhi.
«Buonasera, Loki.»
Loki si fermò sul primo gradino del ponte, con un'aria di innocenza che gli veniva molto male.
«Come hai fatto a sapere che ero io?»
«Ti sento da quando hai lasciato il bosco.»
«Sono stato in giro.»
«Lo so dove sei stato.»
Loki si grattò il collo. Si conoscevano da tempo, loro due, e non si piacevano. C'era stata una volta, a quel che si diceva, in cui Loki aveva rubato una collana a una dea, e Heimdall l'aveva inseguito, e i due avevano combattuto, sulla riva del mare, in forma di foca. Heimdall aveva vinto e aveva riportato la collana. Non era stata una cosa da raccontare ai bambini. Ma né l'uno né l'altro l'aveva dimenticata.
«Posso passare?» disse Loki.
«È il tuo ponte.»
«Allora passo.»
«Passa.»
Loki salì, sfiorando con la mano il corrimano di luce, e scomparve verso la città degli dèi. Il fuoco rosso gli sfiorò il mantello e non lo bruciò.
Heimdall lo seguì con lo sguardo finché ebbe senso farlo. Poi guardò il fuoco rosso del ponte e pensò che, in fondo, lui e Loki avevano una cosa in comune: tutti e due sapevano come sarebbe finita, e tutti e due andavano avanti lo stesso.
Tornò ad ascoltare.
Sotto di lui, sulla terra, un contadino accendeva un fuoco per la notte. Un pastore contava le sue pecore. Un bambino chiedeva alla madre perché il cielo fosse così pieno di puntini.
C'era una cosa, però, che Heimdall non ascoltava mai. La teneva in fondo, come si tiene un pensiero che non si ha voglia di avere: il suo corno.
Il Gjallarhorn era un corno enorme, argentato, senza età. Non era nella casa e non era alla cintura. Secondo alcune traduzioni dell'antico poema, era nascosto sotto una radice dell'albero più grande del mondo, in un luogo che solo Heimdall conosceva. Nessuno l'aveva mai suonato. Quando qualcuno lo avesse suonato, il suono si sarebbe sentito in tutti i mondi, sopra e sotto, dal ghiaccio alla terra dei morti.
Sarebbe stato quel giorno.
Non sapeva quando. Sapeva soltanto che veniva. Un inverno più lungo degli altri, poi un altro, e un altro ancora senza estate in mezzo. Fratelli che si sarebbero uccisi tra loro. Un lupo che avrebbe divorato il sole. E poi, da sud, i figli di Muspell, il regno del fuoco, che avrebbero cavalcato sul ponte con le spade accese, e il ponte, sotto di loro, si sarebbe spezzato.
Allora Heimdall si sarebbe alzato in piedi, avrebbe preso il corno e vi avrebbe soffiato con tutto il fiato che aveva. Un suono che nessun dio avrebbe potuto ignorare, che sarebbe arrivato fino al Valhalla, fino alle sale in cui gli eroi dormivano, fino a Odino, che sarebbe corso a chiedere consiglio alla testa del saggio Mímir. Tutti gli dèi si sarebbero svegliati, avrebbero preso le armi, sarebbero scesi nella pianura per l'ultima battaglia.
Lui avrebbe affrontato Loki, e l'uno avrebbe ucciso l'altro.
Lo sapeva. Lo sapeva da sempre, come si sa il proprio nome.
Ma non era quella notte.
Quella notte c'era il fruscio dell'erba, e le pecore, e il mare, e il bambino che si era addormentato con la fronte contro il vetro della finestra. E c'era il ponte, bellissimo, rosso e blu e oro nella luce della luna, che aspettava di essere attraversato.
Heimdall sbadigliò, per un istante soltanto. Poi si raddrizzò, appoggiò il mento sulla mano e ascoltò ancora.
Perché qualcuno doveva farlo. E la notte, dopotutto, era lunga.
Parenti nel mondo
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Fonti
- Snorri Sturluson, «Edda in prosa», «Gylfaginning» e «Skáldskaparmál»
- Edda poetica, «Völuspá» e «Hyndluljóð»
