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Atlante dei Miti 0/300
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Un volto di pietra con due facce barbute che guardano in direzioni opposte, sopra una porta

dio delle porteRoma · mitologia romana

Giano

Ianus, in latino

per niente paurosa

Giano è un dio tutto romano, che i Greci non avevano. Ha due facce, una che guarda avanti e una che guarda indietro, perché è il dio delle porte, dei passaggi e degli inizi. Si pregava per primo, prima di ogni altro dio, quando si cominciava qualcosa di nuovo. A Roma il suo tempio aveva le porte aperte quando la città era in guerra e chiuse quando c'era pace: lo storico Livio racconta che, da Numa fino ai suoi giorni, furono chiuse soltanto tre volte.

Lo sai che… gennaio, il mese che apre l'anno, prende il nome proprio da lui: Ianuarius, il mese di Giano.

La storia

Il primo giorno dell'anno, a Roma, nessuno litiga.

Così voleva l'usanza. Ci si alzava all'alba, ci si salutava con parole gentili anche se non ci si voleva bene, e a colazione si mangiavano cose dolci: datteri, fichi secchi, miele. Chi aveva un debito non veniva disturbato. Chi aveva un nemico gli augurava, a bassa voce, un buon anno. Si credeva che il primo giorno dettasse la musica a tutti gli altri.

E il primo giorno, a Roma, apparteneva a un solo dio.

Il poeta Ovidio stava scrivendo il calendario in versi. Gli bastava una lampada e una tavoletta. Era già notte fonda quando sentì un rumore nella stanza, come il cigolio di un cardine, e una luce, che non era quella della lampada, gli illuminò la scrivania.

Alzò la testa. Davanti a lui c'era un uomo con due facce.

Una guardava verso di lui. L'altra guardava dietro le sue spalle, verso il muro, e verso tutto ciò che nel muro non si vedeva. Una era più giovane e una più vecchia. Tutte e due sorridevano, con un sorriso che aveva già visto troppe cose. Nella mano destra l'uomo teneva una chiave, e nella sinistra un lungo bastone.

«Non spaventarti, poeta», disse una bocca. L'altra, nello stesso momento, finì la frase. «Mi stai scrivendo. Tanto vale che mi domandi.»

«Chi sei?», chiese Ovidio, che lo sapeva benissimo.

«Giano.»

E Ovidio, che a quel punto aveva dimenticato la paura e ritrovato la curiosità, fece la prima domanda che gli venne in mente.

«Perché hai due facce?»

«Perché una porta ha due lati», rispose Giano. «Nessuno è mai entrato in un posto senza prima uscire da un altro. Io guardo avanti e indietro, perché è così che si custodiscono le soglie. Io tengo il cielo: sono il portiere dei cancelli dove passa il sole. Per questo ho la chiave e il bastone, la chiave per aprire, il bastone per tenere lontano chi non deve passare.»

Ovidio scrisse. Poi ne chiese un'altra.

«Perché ti si prega per primo? Prima di Giove, prima di tutti?»

«Perché ogni preghiera, per arrivare agli dèi, deve passare da una porta», disse Giano. «E la porta sono io. Se vuoi qualcosa da qualcuno, bussi a me prima. Il primo mese dell'anno è mio, il primo giorno è mio, il primo gesto di ogni cosa è mio. Gennaio porta il mio nome: il mese di Giano. E ho anche due soprannomi, Patulcio e Clusio, perché sono quello che apre e quello che chiude. Una porta ha sempre bisogno di tutti e due.»

«E una volta ti chiamavano in un altro modo.»

«Una volta», disse Giano, con un'espressione che somigliava a un sospiro, «mi chiamavano Caos. Quando il mondo era una massa informe, senza cielo e senza terra, e tutto era confuso. Poi quel gran miscuglio si separò: il fuoco salì, la terra scese, il mare si mise nel mezzo. Io rimasi, sospeso fra una cosa e l'altra, e quella forma che avevo allora la conservo ancora oggi. Due volti, perché non ero più una cosa sola.»

Ovidio lo guardò con rispetto. Poi gli venne in mente una domanda più pratica.

«I Romani a Capodanno si fanno dei regali. Datteri, fichi, miele. Perché?»

«Perché si vuole che l'anno cominci con la dolcezza. E c'è anche chi regala monete di bronzo. Su una faccia c'è la mia doppia testa, e sull'altra c'è la prua di una nave.»

«Una nave?»

«Il dio Saturno arrivò per mare, e io lo accolsi. Questa è la ragione per cui la mia moneta ha la nave.»

Poi Ovidio chiese quello che voleva sapere da sempre.

«Il tuo tempio, giù nel Foro. Perché in tempo di guerra le sue porte sono aperte, e in tempo di pace chiuse?»

Giano si fece serio. Entrambe le facce.

«Perché una volta, tanto tempo fa, la città era in pericolo.»

Raccontò che dopo il ratto delle Sabine i Sabini erano venuti a Roma in armi, con il loro re Tito Tazio. La rocca era difesa da una ragazza di nome Tarpea, che per avidità aveva aperto loro la porta, e già i nemici entravano nella città. Le strade erano vuote, e il Foro ancora sguarnito. I Sabini salivano verso il Foro.

«Allora io feci una cosa», disse Giano. «Aprii una fonte. Dal terreno, sotto i loro piedi, feci sgorgare acqua bollente, che puzzava di zolfo. I Sabini si fermarono. Alcuni scapparono, altri rimasero inchiodati. Quando i Romani tornarono, trovarono il passaggio libero.»

«E per questo le porte restano aperte?»

«Restano aperte in guerra, perché chi esce dalla città possa sempre tornare. Si chiudono in pace, così che la pace resti dentro e non esca.»

Il poeta rimase con la penna sospesa.

La storia non finisce lì. Lo storico Livio, nei suoi libri, racconta che fu il re Numa, il secondo re di Roma, a costruire quel tempio, e a chiudere per la prima volta le sue porte. Poi, per secoli, restarono aperte. Roma era sempre in guerra con qualcuno. Fino ai suoi tempi, Livio contò soltanto altre due occasioni in cui furono chiuse: dopo la prima guerra contro Cartagine, e dopo la battaglia di Azio, quando la guerra civile finì e Augusto portò la pace.

Tre volte, da Numa fino ai giorni di Livio.

Quando Ovidio rialzò la testa, l'uomo con due facce non c'era più. La lampada era quasi spenta, il gallo cantava, e dalla finestra entrava la prima luce di un anno nuovo.

Il poeta sorrise. Raccolse la tavoletta, spense la lampada con due dita e aprì la porta di casa. Fuori la strada era grigia e silenziosa. In fondo, qualcuno spalancava le imposte; più avanti, una donna usciva con un cesto di fichi.

Ovidio le fece un cenno con la mano.

«Buon anno», disse.

E fu il primo a parlare, in tutta la città.

Parenti nel mondo

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Fonti

  • Ovidio, «Fasti», libro I
  • Tito Livio, «Storia di Roma», libro I
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

Altri miei lavori: audiolibri gratis su YouTube · ebook su Gumroad · Apple Books · musica su Spotify e YouTube Music