
Horus
Ḥr, «quello che sta in alto»
per niente paurosa
Horus era il figlio di Osiride e di Iside, con la testa di falco. Quando divenne grande, sfidò lo zio Seth per riprendersi il trono del padre. Il giudizio degli dèi tra i due durò ottant'anni e fu pieno di gare e di trucchi: una volta si trasformarono in ippopotami per vedere chi resisteva più a lungo sott'acqua. In uno scontro Seth ferì gli occhi di Horus, che furono guariti dalla dea Hathor. Alla fine gli dèi diedero ragione a Horus, e ogni faraone si considerava il suo erede sulla terra.
Lo sai che… l'«occhio di Horus», l'occhio guarito, era un amuleto portafortuna usatissimo in Egitto per proteggere la salute.
La storia
Gli dèi litigarono per ottant'anni.
Non con le spade, non con i fulmini: con le parole. Sedevano in una grande sala, in cerchio, davanti a Ra, il re degli dèi, e discutevano. Ogni giorno qualcuno si alzava, parlava, si risedeva, e il giorno dopo si ricominciava da capo. La questione era una sola: chi doveva avere il trono di Osiride, il re che Seth aveva ucciso?
Da una parte c'era Horus. Era giovane, con la testa di falco e gli occhi vivaci, il figlio di Osiride e di Iside. Diceva che il trono spettava a lui perché un trono si eredita dal padre.
Dall'altra parte c'era Seth, suo zio. Era grosso, rosso in viso, forte come tre uomini. Diceva che un regno ha bisogno di un re che sappia difenderlo, e che un ragazzino non lo avrebbe mai saputo fare.
Gli dèi erano divisi. Alcuni stavano con Horus, perché la legge era dalla sua parte: Thot, il dio della scrittura, e Shu, il dio dell'aria, si alzavano a ogni seduta per dire che il figlio viene prima dello zio, e che così è sempre stato. Altri stavano con Seth, perché la forza fa sempre colpo. Ra, che presiedeva, sembrava inclinare dalla parte dello zio. Si discuteva, si votava, si litigava, e ad ogni seduta nessuno cedeva di un passo. Gli anni passavano sopra la sala come passano le piene sul fiume. Iside, la madre di Horus, ascoltava con gli occhi che le brillavano di rabbia.
Così Iside decise di agire.
Una mattina Seth camminava da solo vicino a un'isola, e vide una ragazza in lacrime, seduta sulla riva. Era bella, e piangeva senza rumore. Seth si fermò.
«Che cos'hai?» chiese.
«Ero sposata a un pastore» disse la ragazza. «Mio marito è morto e mi ha lasciato un figlio, che si occupava del suo bestiame. Poi è venuto uno straniero, e ha detto a mio figlio: ti picchierò e ti caccerò via, e prenderò le tue vacche. Io sono qui perché voglio che qualcuno mi dia giustizia.»
Seth si indignò. «Come? Si dà il bestiame a un estraneo, mentre c'è il figlio dell'uomo che lo ha posseduto? Bisogna cacciare lo straniero.»
In quel momento la ragazza si trasformò in un nibbio, volò su un ramo d'acacia e gridò: «Piangi, Seth. È la tua bocca che ha parlato. Hai detto tu stesso come si deve giudicare.»
Seth scoppiò a piangere di rabbia e corse da Ra. Ma Ra, per quanto avesse un debole per lui, non poté che dirgli la verità, con un sospiro lungo: «Hai pronunciato tu la tua condanna».
Seth non si diede per vinto. «Facciamo altre gare» disse.
Prima sfidò Horus su due barche di pietra. Seth andò su una montagna, ne staccò la cima con le mani e ne ricavò una barca enorme, liscia come un sasso di fiume. Horus la guardò e non disse niente. Se ne andò. Costruì la sua barca di legno di pino, la ricoprì di gesso e la dipinse, e quando fu asciutta sembrava pietra anche lei, ma pesava come una piuma.
Il giorno della gara, tutti gli dèi si radunarono sulla riva. Seth salì sulla sua barca e la spinse in acqua. Un attimo dopo era sul fondo del Nilo, e Seth sbucava fuori ansimando, bagnato fino ai capelli, ridicolo come un gatto caduto in un secchio.
Furibondo, si trasformò in un ippopotamo. Si lanciò sulla barca di Horus e la ridusse in schegge.
Allora Horus si trasformò a sua volta. Due ippopotami nel fondo del fiume, uno di fronte all'altro, a vedere chi sarebbe riemerso per primo. Passarono giorni. Passarono settimane. Passarono tre mesi, dice il papiro, e sulla riva Iside, che non dormiva più, decise di aiutare suo figlio: prese un arpione, lo lanciò in acqua, e colpì Seth.
Seth gridò: «Sorella, che cosa ti ho fatto? Lasciami, sono tuo fratello!».
Iside ebbe pietà e lo liberò. Quando Horus lo seppe, si arrabbiò così tanto con lei che scappò sulle montagne.
Lì Seth lo trovò. Lo colpì agli occhi e lo lasciò disteso sotto un albero, cieco, al buio. Horus si coprì il viso con le mani. Per un po' non vide più nulla.
Ma lo trovò Hathor, la dea dell'amore e della gioia. Si sedette accanto a lui, prese il latte di una gazzella e glielo versò sugli occhi. E la luce tornò.
Alla fine gli dèi, stanchi di ottant'anni di discussioni, scrissero una lettera a Neith, una dea antichissima, e le chiesero chi dovesse regnare. La risposta arrivò rapida: «Date l'ufficio di Osiride a suo figlio Horus». E a Seth, per consolarlo, promisero un posto d'onore.
Seth ascoltò. Rimase in silenzio a lungo. Poi disse: «Sia così. Che Horus sia chiamato».
Portarono Horus davanti a tutti. Gli dissero: «Tu sei il re. Sali sul trono di tuo padre.» Iside gioì, e la sua voce si udì fino in cielo. Fu proclamato re degli Egizi: Horus, figlio di Osiride, signore delle Due Terre.
E Seth?
Ra lo prese con sé, in cielo, come un figlio. Da quel giorno, dice il papiro, Seth tuona sopra la terra e gli uomini ne hanno timore. Aveva perduto il trono, ma non il suo posto.
In tutto l'Egitto, quel giorno, si accesero fuochi. A Edfu, la città del falco, la gente ballò nelle strade fino a notte, e i bambini corsero fra le case gridando il nome del nuovo re. Dopo ottant'anni di parole, la questione era finita.
Per questo i faraoni, da allora in poi, scrivevano il nome di Horus nel primo dei loro nomi. Ognuno di loro si considerava il suo erede.
Ogni volta che sul trono saliva un nuovo re, in Egitto, era come se il giovane dio dagli occhi guariti sedesse di nuovo al suo posto.
Parenti nel mondo
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Fonti
- Papiro Chester Beatty I, «La contesa tra Horus e Seth» (XII secolo a.C.)
- Plutarco, «Iside e Osiride»
