
Huginn e Muninn
«Pensiero» e «Memoria», in norreno
per niente paurosa
Huginn e Muninn sono i due corvi del dio Odino, e i loro nomi vogliono dire «Pensiero» e «Memoria». Ogni mattina Odino li manda in volo sopra tutto il mondo; all'ora di colazione tornano, si posano sulle sue spalle e gli sussurrano all'orecchio tutto quello che hanno visto. Così il re degli dèi sa sempre cosa succede, anche nei posti più lontani. In un poema antico Odino confessa di avere paura che un giorno non tornino, e di temere di più per Memoria che per Pensiero.
Lo sai che… i Vichinghi portavano in battaglia stendardi con un corvo: la Cronaca anglosassone ne ricorda uno catturato nell'878.
La storia
Ogni mattina, prima che nel mondo si alzasse il primo fumo dai camini, due corvi neri aspettavano sulle spalle di un vecchio.
Il vecchio era Odino. Sedeva su un alto seggio, un trono che si chiamava Hliðskjálf, e da lì poteva vedere tutti i mondi: il cielo, il mare, le montagne dei giganti, le case degli uomini. Gli mancava un occhio. Lo aveva lasciato in pegno, tanto tempo prima, in fondo a un pozzo, per bere una sola volta la sapienza. Con l'occhio che gli restava vedeva più di chiunque altro, e ancora non gli bastava.
Ai suoi piedi dormivano due lupi, Geri e Freki, a cui dava da mangiare con le sue mani tutto quello che gli veniva servito a tavola. Lui non mangiava. Per lui bastava il vino.
Ma erano i corvi la sua forza.
Si chiamavano Huginn e Muninn. Il primo voleva dire Pensiero, il secondo Memoria. Huginn era più magro, con le ali strette e un volo dritto come una freccia. Muninn era più pesante, più lento, e non partiva senza guardarsi indietro.
«Andate», diceva Odino, ogni mattina. Non diceva altro.
I due corvi aprivano le ali e scendevano fra le nuvole, e Asgard diventava piccola sotto di loro.
Volavano sopra tutto il mondo. Sorvolavano il mare grigio, dove una nave stava lottando contro un'onda alta come una casa, e i marinai tenevano le corde a denti stretti. Passavano sui boschi di abeti, così fitti che sembravano un solo animale addormentato. Sfioravano i tetti di torba delle fattorie, quando le donne uscivano a buttare l'acqua, e i bambini correvano dietro alle galline. Vedevano un pescatore ritirare le reti. Una donna ferma davanti a una tomba, a testa bassa. Due uomini che litigavano per un confine, e due che si abbracciavano per lo stesso motivo.
Più in alto, dove l'aria si faceva sottile, passavano sopra le montagne dei giganti, dove nessun uomo era mai salito e la neve non si scioglieva neanche d'estate. Là sotto, qualcosa si muoveva nelle grotte. I corvi lo vedevano, e lo ricordavano.
Huginn guardava tutto una volta sola, e la sua mente scattava come una trappola. Poi passava oltre, già a pensare a quello che c'era dopo.
Muninn invece si fermava. Scendeva su un ramo, su una pietra, sul bordo di un tetto, e restava lì a guardare, finché ogni cosa non gli entrava in testa fino in fondo. Il pescatore, la nave, la donna sulla tomba. Quello che era stato, quello che era sempre stato, cosa c'era sotto quello che sembrava. E poi riprendeva il volo, pesante, e recuperava a fatica.
Quando era l'ora del pasto, tornavano.
Si posavano sulle spalle di Odino, uno a destra, uno a sinistra, e si chinavano sul suo orecchio. Non c'era nessun altro che sentisse. Per questo il re degli dèi sapeva sempre quello che accadeva nel mondo, anche nei posti più lontani. Per questo, dicevano i poeti, lo chiamavano il dio dei corvi.
Poi, una mattina, accadde una cosa.
Era un giorno senza vento, con una luce bassa e bianca. I corvi partirono come sempre, e Odino li guardò sparire, seduto sul suo trono, con le mani sulle ginocchia. A mezzogiorno gli dèi si sedettero a tavola. Nella sala del Valhalla c'era il rumore dei piatti e delle voci.
Huginn tornò per primo. Come sempre. Si posò sulla spalla sinistra, scosse le ali, parlò piano nell'orecchio del vecchio, e Odino ascoltò senza muovere il viso.
Ma la spalla destra restò vuota.
Odino non disse niente. Non si alzò, non chiamò nessuno, non mandò altri a cercarlo. Aspettò che il vino fosse versato e bevuto, che gli altri dèi smettessero di parlare, che i lupi si stendessero sotto il tavolo. La luce nella sala cambiò, si fece gialla, poi rossa. Fuori, nel cortile, il vento aveva ripreso a soffiare, e dal basso, molto lontano, saliva il grido di un uccello di mare. Gli dèi uscirono uno a uno. Qualcuno gli lanciò uno sguardo, e subito lo abbassò.
Il re degli dèi restò solo, davanti al cielo che si faceva scuro.
Pensò a una cosa che aveva detto una volta, in una sera come quella, con parole che gli uomini ricordavano ancora. Aveva detto: ho paura che Huginn non torni, ma ho ancora più paura per Muninn.
Non lo aveva mai spiegato a nessuno. Ma lo sapeva, in fondo, perché. Un pensiero se ne va e ne arriva un altro: la testa ne ha sempre di nuovi. La memoria no. Quando la memoria si perde, quello che c'era dentro non si rifà più. Anche uno che vede tutti i mondi, e che ha lasciato un occhio in un pozzo per saperne di più, non può rimettere insieme quello che ha dimenticato.
Il cielo si spense. Cominciarono a comparire le stelle. Huginn, sulla spalla, rimase fermo, con la testa ritirata nelle penne, a fare compagnia.
Poi, molto in alto, ci fu un battito.
Era un battito pesante, lento, come di chi ha volato troppo lontano e ha ancora un pezzo di strada da fare. Odino alzò la testa. Una sagoma nera scendeva a spirale nell'ultima luce, stanca, con le ali che quasi toccavano le travi del tetto.
Muninn si posò sulla spalla destra e per un momento non riuscì nemmeno a chiudere il becco. Odino gli accarezzò le penne, una volta, piano. Il corvo si chinò verso il suo orecchio e disse qualcosa, a lungo, a voce bassissima.
Era qualcosa che Odino aveva dimenticato da un tempo così lungo che nemmeno si ricordava di averlo dimenticato.
Non lo disse a nessuno, quella sera. Il giorno dopo i due corvi partirono come sempre, e come sempre li guardò sparire.
E ancora oggi, dicono, quando in un campo d'inverno vedi un corvo solo che si è fermato su una pietra e guarda, senza fretta, e sembra che stia pensando a qualcosa di molto lontano, non è detto che sia un corvo qualunque. Potrebbe star ricordando per qualcun altro.
Parenti nel mondo
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Fonti
- «Edda poetica», Grímnismál, strofa 20
- Snorri Sturluson, «Edda in prosa», Gylfaginning
