
Troll, elfi e nani
troll, álfar e dvergar, in norreno
un po' paurosa
Nei miti nordici non ci sono solo dèi e giganti. Gli elfi della luce vivono nell'Alfheim e sono più belli del sole. I nani, nati sotto terra come piccoli vermi nel corpo del gigante Ymir, sono i fabbri più bravi di tutti: hanno forgiato il martello di Thor, la lancia di Odino e la catena magica che lega il lupo Fenrir. I troll, nelle fiabe nate più tardi in Norvegia e in Islanda, sono creature grandi e sciocche che vivono nelle montagne e nei boschi. Molte storie dicono che la luce del sole li trasforma in pietra.
Lo sai che… nel poema «Alvíssmál» Thor tiene a chiacchierare un nano fino all'alba, e il poema finisce quando il sole entra nella sala.
La storia
Fuori nevicava da tre giorni, e il vento tirava la neve contro i vetri come manciate di sabbia.
Nella fattoria c'era una stanza sola con il fuoco acceso. Intorno ci stavano una vecchia che lavorava a maglia, un cane addormentato e due bambini, un maschio e una femmina, che non avevano più nessuna voglia di giocare.
«Nonna, raccontaci una storia.»
«Quale?»
«Una con i troll.»
La nonna smise di lavorare. Guardò il fuoco, e poi la finestra, dove non si vedeva niente.
«Va bene», disse. «Ma un troll da solo non sta in piedi. Vi racconto tutto il popolo che c'è dietro il mondo, quello che non si vede. Comincio da quello che brilla.»
I bambini si strinsero nella coperta.
«Lassù», disse la nonna, «in un posto che si chiama Alfheim, vivono gli elfi della luce. Sono più belli del sole. Se li guardaste, vi farebbero male gli occhi, come quando guardate la neve a mezzogiorno. Ma ci sono anche altri elfi, che vivono sotto terra, e sono neri come la pece. Gli antichi dicevano che erano diversi nell'aspetto, e ancora più diversi dentro.»
«Cattivi?» chiese la bambina.
«Diversi», disse la nonna. «Non è la stessa cosa.»
Un ciocco si spaccò nel camino.
«Poi ci sono i nani. Loro non nacquero come noi. Quando il mondo era ancora tutto da fare, c'era un gigante enorme che si chiamava Ymir, e dal suo corpo uscirono dei vermi, piccoli e bianchi. Gli dèi li guardarono, e decisero di dare loro la testa per pensare e la forma di un uomo. Così nacquero i nani. Vivono nella roccia, sotto le montagne, dove non entra il sole, e lavorano.»
«Che cosa?»
«Tutto. Hanno fatto il martello di Thor e la lancia di Odino, e quella catena che nessun lupo ha mai spezzato. Si chiama Gleipnir. Sapete come l'hanno fatta?»
I bambini scossero la testa.
«Con sei cose. Il rumore dei passi di un gatto. La barba di una donna. Le radici di un monte. I tendini di un orso. Il fiato di un pesce. La saliva di un uccello.»
«Ma i gatti non fanno rumore!» disse il maschio.
«Esatto. E le donne non hanno la barba, e i pesci non hanno fiato, e i monti non hanno radici che si vedano. È perché i nani le hanno prese tutte per fare la catena. Ecco dove sono andate a finire.»
Il bambino rifletté, e decise che era una spiegazione ragionevole.
«E c'è una storia di un nano», continuò la vecchia, «che si chiamava Alvíss, che vuol dire Sapientone, e che un giorno si presentò da Thor. Thor non c'era. Il nano trovò sua figlia e disse che gli era stata promessa in moglie.»
«Ma era piccolo e brutto!»
«E pallido come un morto. Quando Thor tornò, lo guardò e disse: sei bianco intorno al naso, che hai fatto, hai dormito con un cadavere? Il nano rispose che veniva da sotto terra e che sapeva più cose di chiunque. Allora Thor disse: bene, se sai tanto, rispondimi. Come si chiama la terra? E il cielo? E la luna? E il vento? E la birra?»
«Ma sono nomi normali!»
«Ma in ogni mondo ne hanno uno diverso. Gli dèi dicono una cosa, i giganti un'altra, gli uomini, gli elfi, i nani. E il nano li sapeva tutti. Per tutta la notte rispondeva, una domanda dopo l'altra. Thor continuava a fargli domande, con una faccia innocente, e intanto la notte passava.»
«E poi?»
«E poi Thor disse: non ho mai trovato tanta sapienza in un solo petto. Ma sei stato ingannato, nano. Vedi? Nella sala adesso è giorno.»
Nella stanza, per un momento, nessuno disse niente.
«E il nano?» chiese la bambina.
«Il poema non lo dice. Dicono che il sole in faccia, a quelli come lui, fa un brutto effetto. Che li fa diventare di pietra. È quello che succede anche ai troll.»
La bambina tirò la coperta fin sopra il mento.
«I troll», disse la nonna, abbassando la voce, «sono altra gente. Grandi, pesanti, non molto svegli. Vivono nelle montagne e sotto i ponti. Si racconta di uno che aspettava sotto un ponte di legno, e aveva gli occhi grandi come piatti, e un naso lungo come un manico di scopa. Passarono tre caproni, tutti e tre della stessa famiglia, dal più piccolo al più grande, tutti diretti al prato, dall'altra parte del fiume. Il primo passò sul ponte, trip, trap, trip, trap.»
Fuori, in quel momento, qualcosa batté contro la porta.
Trip.
La bambina gridò. Il maschio saltò in piedi. Il cane alzò la testa. Poi il vento riprese a soffiare e la porta batté di nuovo, e si capì che era soltanto il chiavistello, che qualcuno non aveva chiuso bene.
La nonna rise. «Siete bianchi come il nano.»
«E dopo?» chiese il bambino, sedendosi vicino al fuoco, ma più vicino alla nonna di prima.
«Il troll voleva mangiarli. Ma il primo caprone gli disse: aspetta quello dopo, è più grasso. Anche il secondo gli disse lo stesso. Quando passò il terzo, il più grande, non disse niente. Corse sul ponte, scosse le corna, e buttò il troll nel fiume. Poi andò a mangiare l'erba, e da quel giorno tutti e tre ingrassarono.»
La bambina rise. Il maschio sospirò, sollevato.
Poi, a poco a poco, a mano a mano che la storia finiva, i bambini si addormentarono.
La mattina dopo la neve era finita. Il cielo era di un azzurro duro, e il sole entrava dalla finestra come un colpo. I bambini uscirono. Su un lato della valle, in alto, c'era una roccia grigia e lunga, che avevano visto mille volte, e che di sera aveva la forma di una faccia con un naso. Alla luce del giorno era soltanto una roccia.
«Nonna», disse il maschio, «ora è giorno nella sala.»
La vecchia, dietro di loro, non rispose. Sorrise, e stette a guardare la montagna.
Parenti nel mondo
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Fonti
- Snorri Sturluson, «Edda in prosa», Gylfaginning e Skáldskaparmál
- «Edda poetica», Alvíssmál
- Peter Christen Asbjørnsen e Jørgen Moe, «Fiabe popolari norvegesi» (1841-1844)
