
Ixchel
Ix Chel, in maya yucateco
per niente paurosa
Ixchel era una dea dei Maya, che gli studiosi collegano alla luna, alla tessitura, alla medicina e alla nascita dei bambini. Secondo la tradizione avrebbe insegnato alle donne a tessere al telaio, e che proteggesse le madri e le levatrici. Il suo santuario più importante era sull'isola di Cozumel: un frate spagnolo del Cinquecento racconta che i pellegrini maya attraversavano il mare in canoa per andare a pregarla. Gli studiosi discutono ancora su quali immagini dei libri maya rappresentino proprio lei, perché le dee maya avevano molti nomi e aspetti.
Lo sai che… dei libri maya dipinti ne sono sopravvissuti solo tre, più il frammento di un quarto, il Codice Grolier, a lungo discusso; uno dei più belli è a Dresda, in Germania.
La storia
Una sera di tanto tempo fa, in un villaggio della costa dello Yucatán, una ragazza stava tessendo.
Il telaio era semplice: una cinghia attorno alla vita, un'asta legata a un palo, e i fili tesi fra le due. Le mani andavano su e giù, lente, e il cotone, sotto le dita, diventava una striscia di tessuto bianco, con un disegno di piccoli rombi. La ragazza aspettava un figlio. Mancavano poche lune. Ogni tanto smetteva di tessere, appoggiava le mani sul ventre e restava ferma, ad ascoltare.
Sua madre la osservava dalla porta della capanna.
«Dobbiamo andare a Cozumel», disse.
La ragazza alzò la testa. Cozumel era l'isola davanti alla costa, un'ombra bassa sul mare, a mezza giornata di canoa. Tutti sapevano cos'era: il posto della dea.
«Adesso? Con la pancia così?»
«Proprio per la pancia. Lei sa cosa fare.»
Nessuno, in quel villaggio, si sarebbe sognato di far nascere un figlio senza chiedere alla signora dell'isola di guardare da quella parte. Si chiamava Ixchel. Era la dea delle donne che aspettano, di chi aiuta a nascere, di chi cura. Si diceva che qualcuno, in un tempo molto antico, avesse imparato da lei il segreto del telaio: tenere insieme i fili, farne una cosa sola.
Partirono all'alba.
Il mare era color latte, con una luce bassa che veniva da est. La canoa era scavata in un unico tronco, lunga e stretta, con quattro rematori. Sul fondo c'erano una zucca d'acqua, un cesto di tortillas, un sacchetto di resina profumata, e un involto di stoffa bianca: il dono. La ragazza lo aveva tessuto lei, la sera prima.
Il braccio di mare fra la terra e l'isola non è facile. Sotto la superficie liscia c'è una corrente che spinge verso nord, forte e silenziosa. I rematori lo sapevano. Remarono senza parlare, con colpi regolari, tenendo la prua un poco di lato. A un certo punto un dorso scuro e lucido uscì dall'acqua accanto alla canoa, soffiò, rientrò. Il rematore di prua sorrise: nel villaggio lo prendevano per un buon segno.
A metà strada la ragazza ebbe paura.
La riva era scomparsa. L'isola non si vedeva ancora. C'erano solo l'acqua, il cielo e la fatica dei remi. Il ventre si strinse per un momento. La madre le prese la mano, senza dire nulla, e la tenne finché la pelle non si scaldò.
Poi, davanti a loro, comparve la linea scura degli alberi. Poi una spiaggia chiara. Poi altre canoe, tirate a secco: moltissime, di ogni villaggio. Dietro la spiaggia partiva un sentiero largo, ripulito dall'erba, che portava dentro l'isola.
C'era gente dappertutto. Donne con i bambini in braccio, uomini con ceste di frutta e di miele, vecchie che camminavano piano appoggiate a un bastone. Si sentiva un mormorio continuo, come di un alveare. L'aria sapeva di resina bruciata e di mare.
Il frate che molti anni dopo mise per iscritto tutto questo, Diego de Landa, scrisse che i Maya andavano a Cozumel come noi andiamo a Gerusalemme o a Roma. Per lui era una cosa strana: un popolo intero che attraversa il mare per pregare.
Il santuario era una piccola costruzione di pietra, con un'ombra fresca all'interno. La ragazza lasciò le scarpe sulla soglia. Entrò. Dentro c'era silenzio, e una luce rossastra, e il fumo sottile della resina che saliva diritto verso il tetto.
Non c'era nessun discorso da fare. Posò il dono sulla pietra, davanti all'immagine. Poi restò inginocchiata, con la fronte bassa, e per la prima volta da molte settimane smise di avere paura.
La madre non aveva bisogno di spiegare. Le donne, nel tempio, erano molte. Alcune pregavano ad alta voce, altre piangevano piano, altre ridevano di sollievo. Una vecchia, seduta in un angolo, canticchiava una nenia senza parole che sembrava venire da molto lontano, dal tempo in cui anche lei era arrivata con la pancia piena di paura. Qualcuna aveva già i bambini in braccio e veniva a ringraziare. Un'altra, giovane e spaventata, era alla sua prima gravidanza, proprio come lei. Si guardarono e si sorrisero.
Tornarono a casa il giorno dopo. Il mare era più calmo.
Il bambino nacque dieci giorni più tardi, a luna calante, una mattina presto. La levatrice era la nonna. Quando il pianto riempì la capanna, nessuno si stupì: ognuno, in quel villaggio, aveva già fatto il viaggio.
Questa storia è inventata. Ma quello che la regge viene dalle fonti: l'isola esiste, si chiama ancora Cozumel e ha le spiagge chiare e il mare azzurro. Il santuario di Ixchel c'è stato davvero, e i pellegrini ci sono andati davvero, e un frate lo ha scritto.
Ed è curioso che sia stato lui. Perché lo stesso Landa, nel 1562, in una cittadina che si chiama Maní, fece bruciare molti dei libri dipinti dei Maya, quelli dove le loro storie erano scritte con i loro segni. Lo racconta nel suo libro, e dice che ai Maya dispiacque moltissimo. Di quei libri, in tutto il mondo, se ne sono salvati solo tre, più un frammento, il Codice Grolier, che gli studiosi hanno discusso a lungo. Uno è il Codice di Dresda, piegato a fisarmonica, con le sue pagine di corteccia coperte di numeri, di segni, di dei e di animali dipinti con linee nere e rosse. Nessuno sa con certezza quali di quelle figure siano Ixchel. Le dee maya avevano molti nomi e molti volti, e i nomi, quando si parla di dee, a volte cambiano come i vestiti.
Poi c'è la luna, che gli studiosi di oggi le hanno dato in dono, e che non sta in Landa. E c'è il telaio, che sta ancora oggi in molte case maya, con la cinghia attorno alla vita e i fili tesi, e i disegni a rombi.
Tessere è un modo di aspettare. Ci vuole pazienza, ci vogliono mani calme.
Forse è per questo che una dea delle nascite finì per essere anche una dea di fili.
Parenti nel mondo
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Fonti
- Diego de Landa, «Relazione delle cose dello Yucatán» (1566)
- «Codice di Dresda» (XI-XII secolo)
