
Kukulkán
K'uk'ulkan, «serpente piumato» in maya yucateco
per niente paurosa
Kukulkán era il serpente piumato dei Maya dello Yucatán, molto simile al Quetzalcóatl degli Aztechi: il suo nome vuol dire la stessa cosa. A Chichén Itzá gli fu dedicata la grande piramide chiamata El Castillo, con quattro scalinate e in cima un tempio. Alla base della scalinata nord ci sono due grandi teste di serpente di pietra. Era legato al vento, alla pioggia e al potere dei re. Il frate Diego de Landa, nel Cinquecento, lo ricorda soprattutto come un grande signore che regnò a Chichén Itzá e che, dopo la sua partenza, fu onorato come un dio.
Lo sai che… agli equinozi di primavera e d'autunno, al tramonto, le ombre della piramide disegnano sulla scalinata un serpente che sembra scendere verso la sua testa di pietra; gli studiosi discutono se i costruttori lo volessero davvero.
La storia
Nei primi giorni di primavera, verso le quattro del pomeriggio, a Chichén Itzá succede una cosa strana: la gente smette di parlare.
Sono centinaia, a volte migliaia. Hanno i cappelli di paglia, le bottiglie d'acqua, le macchine fotografiche. Si sono messi tutti nello stesso punto, davanti alla grande piramide a gradoni, e guardano la scalinata del lato nord come se dovesse succedere qualcosa. Aspettano da un'ora in piedi sul prato, con il sole sulla nuca, e nessuno si lamenta più. C'è un bambino con un cappello troppo grande che tira la manica della madre. «Quando comincia?»
«Sta' zitto e guarda.»
La luce si abbassa. La piramide, per tutto il giorno, è stata una massa chiara e piatta. Ora, piano, sul bordo della scalinata, compare una cosa nuova: una striscia di ombra a denti, come una sega o come la schiena di un animale. Poi un'altra. Poi una fila intera di triangoli scuri, uno dopo l'altro, che scendono lungo la pietra, e in fondo, ai piedi della scala, c'è una grande testa di serpente scolpita, con la bocca aperta e le zanne.
Le ombre scendono. Sembra che il corpo di un serpente si stia srotolando dal tempio in cima, gradino dopo gradino, e vada verso la sua testa.
Qualcuno applaude. Qualcuno ha la pelle d'oca. Una donna anziana si asciuga gli occhi con il dorso della mano, e non saprebbe dire perché. La luce, sulla pietra, ha il colore del miele. Il bambino ha smesso di tirare la manica.
Quel serpente, che è fatto soltanto di luce e di pietra, si chiama Kukulkán.
Il nome, in lingua maya, dice già tutto: kukul vuol dire «piumato», come le piume dell'uccello quetzal, con la coda verde lunga quasi un metro, kan è il serpente. Il serpente piumato. Per gli Aztechi, nel Messico centrale, aveva un nome parente stretto, Quetzalcóatl, che vuol dire la stessa cosa. Era legato al vento, alla pioggia che fa crescere il mais, al potere dei re.
Ma chi era davvero? Una creatura? Un dio? Una persona?
Se lo chiedete a un frate spagnolo del Cinquecento, vi dà una risposta diversa da quella che vi aspettate.
Il frate si chiamava Diego de Landa, e arrivò nello Yucatán pochi decenni dopo l'arrivo di Cortés. Era un francescano, non uno studioso come quelli di oggi, e voleva convertire. Ma si prese il tempo di ascoltare. Chiese agli anziani maya la storia dei loro antenati, e scrisse tutto in un libro, che è arrivato fino a noi. Gli raccontarono che a Chichén Itzá, quando gli Itzá vi si stabilirono, regnava un grande uomo, un capo venuto da lontano, da occidente. Si chiamava Kukulkán.
Landa non dice che fosse un mostro. Non dice che avesse le ali. Racconta di un signore, che regnava insieme agli Itzá. Descrive il grande edificio a gradoni di Chichén Itzá, con una scalinata su ogni lato, un tempio in cima e ai piedi della scala delle teste di serpente: l'edificio, secondo la tradizione, dedicato a lui.
Poi Kukulkán se ne andò. Landa lo dice in poche righe, senza drammi.
Gli anziani non sapevano bene perché. Dicevano che era tornato da dove era venuto, nel paese lontano. Ma la sua gente non lo dimenticò, perché dopo la sua partenza cominciarono a pensare a lui come a un essere che stava più in alto di un uomo. Lo onorarono come un dio. Gli costruirono templi. A Mayapán, un'altra grande città, gliene dedicarono uno rotondo, con il suo nome.
Così, dice Landa, l'uomo diventò dio. E dentro il dio rimase quel nome che parlava di un serpente con le piume.
Altri libri, scritti più tardi dai maya stessi, dopo la conquista, raccontano le stesse cose da un'altra parte. Si chiamano Chilam Balam, dal nome di un sacerdote-profeta, e sono pieni di profezie, di calendari, di storie di guerra e di cacciate. In quei libri il nome di Kukulkán ricorre accanto a quello di Chichén Itzá, come se le due cose non potessero stare separate.
Perciò ci sono due Kukulkán, e non è facile scegliere. Uno è un signore venuto da lontano, che ha guidato un popolo e poi è sparito. L'altro è il serpente piumato, che porta la pioggia e lo scorrere dell'anno. Forse era la stessa figura: un uomo a cui, quando non c'era più, la gente cominciò a rivolgere preghiere. Forse erano due storie intrecciate da chi, per secoli, ha avuto bisogno di spiegare perché una città nata nella foresta si fosse alzata così in alto.
Dalla città rimane la piramide, che i conquistatori chiamarono El Castillo, il castello. Ha quattro scale, una per lato, e gli studiosi contano su ognuna novantuno gradini: con la piattaforma in cima fanno trecentosessantacinque, come i giorni dell'anno. Non è sicuro che i costruttori ci pensassero. È sicuro che, a contarli, viene da sorridere.
E poi c'è l'ombra.
Nessun testo antico dice che l'ombra del serpente fosse stata progettata. Landa non ne parla. Oggi gli archeologi dell'istituto messicano che custodisce il sito vedono l'ombra ogni primavera e ogni autunno, e sanno quando arriva, e a che ora. Se i costruttori l'avessero cercata, o l'avessero trovata per caso e poi se ne fossero innamorati, nessuno può dirlo con certezza.
Ma alle quattro del pomeriggio, nel giorno giusto, il serpente di luce arriva ai piedi della scala. Si unisce alla sua testa di pietra. Per qualche minuto sembra intero, un animale lunghissimo e immobile che beve alla terra.
Poi il sole si abbassa ancora, le ombre si confondono, e il serpente si scioglie nella pietra, come era venuto.
Il bambino con il cappello troppo grande guarda la madre.
«Torna?»
«Torna. Fra sei mesi.»
«Sei mesi sono tanti.»
«Per noi. Per lui sono un respiro.»
«E se non lo vediamo?»
La madre ci pensa un momento, guardando la scala ormai grigia.
«Allora lo racconti tu a qualcuno che non c'era.»
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Fonti
- Diego de Landa, «Relazione delle cose dello Yucatán» (1566)
- INAH, Zona archeologica di Chichén Itzá
