
Krishna
Kṛṣṇa, «lo scuro», in sanscrito
per niente paurosa
Krishna è uno degli avatar più amati di Vishnu. Nacque in prigione, perché un re malvagio voleva eliminarlo, e il padre lo portò in salvo di notte attraverso il fiume Yamuna. Crebbe tra i pastori di Vrindavan: era un bambino birichino che rubava il burro, e un ragazzo che suonava il flauto così bene che le mucche smettevano di mangiare per ascoltarlo. Quando il dio Indra mandò una pioggia infinita sul villaggio, Krishna sollevò la collina di Govardhan con un dito e la tenne su come un ombrello per sette giorni.
Lo sai che… alla sua festa di compleanno, in alcune città, squadre di ragazzi fanno piramidi umane per rompere un vaso di yogurt appeso in alto, come faceva lui da bambino.
La storia
C'era una volta un re che aveva paura di un bambino che non era ancora nato.
Si chiamava Kamsa e regnava a Mathura. Un giorno, al matrimonio di sua sorella Devaki, una voce dal cielo gli aveva detto: «L'ottavo figlio di questa donna sarà la tua fine». Da quel momento Kamsa non aveva più dormito. Chiuse Devaki e suo marito Vasudeva in una prigione, con porte di ferro e guardie a ogni angolo, e aspettò.
L'ottavo figlio nacque a mezzanotte, in una notte di tempesta.
Fuori pioveva a dirotto. Il tuono scuoteva le mura. Dentro, nella cella, Devaki sentì un piccolo pianto e vide un neonato scuro come una nuvola di pioggia, con gli occhi luminosi, che sorrideva già. Era Krishna, e si dice che fosse Vishnu stesso, venuto sulla terra per mettere a posto le cose.
In quel momento, tutto cambiò. Le catene di Vasudeva si sciolsero da sole. Le porte di ferro si aprirono con un sospiro. Le guardie, una per una, si addormentarono dove stavano, con la testa appoggiata sulla lancia.
«Portami via», sussurrò il bambino, o almeno così si racconta.
Vasudeva lo avvolse in un panno, lo mise in un cesto, e se lo caricò sulla testa. Uscì dalla prigione. Il vento lo spingeva, la pioggia lo bagnava, e davanti a lui, a un tratto, si allargò il fiume Yamuna, nero e gonfio come non l'aveva mai visto.
Vasudeva non si fermò. Entrò nell'acqua. L'acqua gli arrivò alle ginocchia, alla vita, al petto, al collo. Alle sue spalle, in quel momento, un grande serpente si alzò dalla corrente e aprì le sue teste sopra il cesto, come un ombrello, per ripararlo dalla pioggia.
Il fiume, quando sentì il bambino, si ritrasse. L'acqua si aprì, e Vasudeva attraversò a piedi asciutti.
Dall'altra parte c'era un villaggio di pastori, Gokula. Nella casa di Nanda e di Yashoda era nata proprio quella notte una bambina. Vasudeva posò il suo cesto accanto a Yashoda, che dormiva, prese la piccola e se ne tornò in silenzio. La mattina dopo Yashoda si svegliò con un bambino scuro fra le braccia, e pensò che fosse suo.
E Krishna crebbe così, in mezzo alle mucche.
Era il bambino più birichino del villaggio, e tutti gli altri bambini lo seguivano in fila, come una piccola banda. Rubava il burro. Non per fame, ma per gioco. Si arrampicava sugli scaffali, saliva sulle spalle degli amici per raggiungere i vasi appesi, spingeva giù le brocche, e quando sua madre lo sorprendeva, con le mani nella ciotola e il muso tutto bianco, la guardava con due occhioni così innocenti che a lei passava la rabbia.
«Sei tu che hai mangiato il burro?» gli chiedeva Yashoda.
«No, mamma. È stato il gatto.»
«Il gatto non ha le mani così piccole.»
Un giorno gli amici corsero da lei: «Krishna ha mangiato la terra!». Yashoda lo afferrò. «Apri la bocca!» Lui l'aprì. E lei, dentro quella piccola bocca di bambino, vide il cielo, le stelle, i fiumi, le montagne, tutti gli esseri viventi, e anche se stessa che guardava dentro. Le girò la testa. Poi Krishna fece un sorriso, e lei non ricordò più nulla.
Con gli anni diventò un ragazzo, e imparò a suonare il flauto.
Era un suono che nessuno aveva mai sentito. Quando Krishna suonava, sulle rive del fiume, le mucche smettevano di masticare e alzavano la testa. Gli uccelli si fermavano sui rami. Il fiume rallentava. I pastori, che lavoravano nei campi, posavano gli attrezzi e si mettevano a sedere, anche se non sapevano perché. Le donne uscivano dalle case con il filo ancora in mano, e restavano ferme sulla soglia a sentire.
Un autunno i pastori si prepararono, come ogni anno, a fare le offerte a Indra, il dio della pioggia. Krishna, che aveva soltanto sette anni, domandò: «Perché?».
«Perché se non lo onoriamo non manda la pioggia.»
«E la pioggia da chi la riceviamo? Dalle nuvole. E i nostri campi, e le nostre mucche, da dove mangiano? Dalla collina di Govardhan. Facciamo festa a lei.»
I pastori guardarono la collina. Era vero. Nel dubbio, le offrirono un banchetto: dolci, latte, riso, fiori. Krishna mangiò con loro.
Indra, in cielo, si accorse che nessuno gli portava più niente. Si infuriò. Radunò tutte le nuvole che aveva, le più nere, e le lanciò sul villaggio.
Il cielo si chiuse. Cominciò a piovere come non pioveva da secoli, giorno e notte, sempre più forte. I ruscelli straripavano. I campi sparivano sotto l'acqua. I pastori correvano con le mucche nelle braccia, urlando, ormai senza più un posto dove andare.
«Krishna!» gridarono. «Aiutaci!»
Krishna guardò la collina. Poi tese la mano sinistra. Con un solo dito, il più piccolo, sollevò la collina di Govardhan dal suolo e la tenne alta sulla testa, come un ombrello.
«Venite tutti», disse. «C'è posto per ogni persona e per ogni mucca.»
E vennero. I pastori, le donne, i vecchi, i bambini, i vitelli, tutti sotto la montagna sospesa, a guardare la pioggia che batteva sul bordo e cadeva giù. Passò un giorno. Passarono due, tre, quattro, cinque. Krishna era in piedi, con il dito alzato, e sorrideva. I più piccoli, dopo un po', si addormentarono. Il sesto giorno la pioggia cominciò a rallentare. Il settimo, la pioggia smise.
Indra capì. Scese dal cielo, si inchinò, chiese perdono. E Krishna, senza rancore, gli sorrise.
Poi posò la collina al suo posto, con delicatezza, come si posa una tazza sul tavolo.
Passarono gli anni. Krishna lasciò il villaggio, tornò a Mathura, e la profezia che aveva tolto il sonno a Kamsa si avverò. Molto tempo dopo, su un campo di battaglia, parlò all'amico Arjuna e gli disse cose che sono scritte nella «Bhagavad Gita».
Ma a Vrindavan, quando il vento muove l'erba, i pastori dicono che nella pianura si sente ancora un flauto.
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Parenti nel mondo
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Fonti
- «Bhagavata Purana», libro X
- «Bhagavad Gita»
