
Kali
Kālī, «la nera», in sanscrito
paurosa
Kali è una forma potente e feroce della Dea, venerata come madre protettrice soprattutto nel Bengala. Il suo nome si lega al colore nero e al tempo, che tutto trasforma. La «Devi Mahatmya» racconta che nacque dalla fronte della dea Durga durante una battaglia contro i demoni, e che poi aiutò a sconfiggere Raktabija, un demone che si moltiplicava ogni volta che una goccia del suo sangue toccava terra. Viene raffigurata con la pelle scura e la lingua fuori: una tradizione bengalese dice che la tira fuori per la vergogna, quando si accorge di aver messo il piede su Shiva.
Lo sai che… a Calcutta, il cui nome secondo una tradizione viene dal tempio di Kalighat, la sua festa principale cade nella stessa notte di Diwali.
La storia
Il campo di battaglia era silenzioso.
Era l'ora in cui tutto sembrava finito. Il sole stava per tramontare, la polvere si posava, e sulla montagna restava una donna sola, con un leone accucciato ai suoi piedi. Era la dea, Durga, che il libro chiama anche Ambika. Aveva davanti a sé un esercito di demoni che da giorni voleva schiacciarla.
I demoni erano comandati da due fratelli, Shumbha e Nishumbha, che si erano impadroniti del cielo e avevano cacciato gli dèi. Per questo gli dèi avevano chiamato lei: sola, bellissima, imperturbabile, senza paura.
I fratelli mandarono due capitani. Si chiamavano Chanda e Munda, e arrivarono al galoppo con un esercito di migliaia di guerrieri, con le lance alte e le bandiere nere. Guardarono la dea. Lei non si mosse.
E il suo viso, a poco a poco, diventò scuro.
I sopraccigli si aggrottarono. L'aria sulla montagna si fece pesante, come prima di un temporale. I demoni, che pure erano duri, rallentarono il passo senza sapere perché. Un cavallo nitrì e si impennò.
Dalla fronte della dea, proprio nel punto in cui si univano le sopracciglia, uscì qualcuno.
Era una donna. Nera come la notte senza luna, magra, altissima. Aveva i capelli sciolti, gli occhi infossati e rossi, e la bocca spalancata, con la lingua che pendeva fuori. Portava una spada in una mano, un laccio nell'altra, e intorno al collo una lunga collana di teschi. Non fece nessun rumore. Poi aprì la bocca e fece un grido solo.
Era Kali.
Quel grido riempì tutta la valle e rimbalzò sulle montagne. I demoni lasciarono cadere le armi. Alcuni scapparono. Altri rimasero fermi, paralizzati, perché non ricordavano più come si faceva a muoversi.
Kali si gettò in mezzo a loro. Era più veloce del vento. Dove passava lei, le file si aprivano e non si richiudevano più. Gli elefanti da guerra si inginocchiavano, i carri si spezzavano, le bandiere nere cadevano una dopo l'altra, senza rumore, come foglie d'autunno.
Quando le trombe tacquero, Chanda e Munda non c'erano più. Kali tornò dalla dea, e le portò i segni della vittoria su entrambi. Ambika sorrise. «Da oggi», disse, «sarai famosa nel mondo col nome di Chamunda.»
Ma la guerra non era finita. Il peggio doveva ancora venire.
Per un momento la valle fu calma. Gli dèi, in alto, si abbracciavano e qualcuno rideva. Nessuno guardava verso l'orizzonte, dove la polvere si stava alzando di nuovo, lenta, da una sola direzione.
Perché Shumbha e Nishumbha, per rimediare alla sconfitta, mandarono un campione. Si chiamava Raktabija, «il seme di sangue», e non c'era al mondo guerriero più strano di lui.
Era alto e forte. Ma la sua forza era un'altra: ogni goccia del suo sangue che toccava terra generava un altro demone, identico a lui, con la stessa forza, lo stesso volto e le stesse armi.
Non lo sapevano, gli dèi. Lo scoprirono subito.
La dea lo colpì, e ogni goccia che cadde nella polvere si alzò in piedi. Un secondo Raktabija. Poi un terzo. Poi dieci. Poi cento. Ognuno brandiva la sua mazza, ognuno rideva, ognuno aveva lo stesso volto, e mentre gli dèi li guardavano, i nuovi nati ne generavano altri.
La valle si riempiva. Dove prima c'era un campione, adesso c'erano migliaia di campioni. Si spingevano, si urtavano, si chiamavano fra loro con la stessa voce. Il rumore di tutte quelle armi, di tutti quei passi, fece tremare il suolo.
Un soldato dell'esercito dei demoni, in cima a una collina, provò a contare i Raktabija. Arrivò a cento, poi a duecento. Poi smise, perché si accorse che non gli bastavano più le dita, e nemmeno la voce, e che anche lui, che era dalla parte dei demoni, aveva paura.
Gli dèi, in alto, smisero di respirare. Più la dea colpiva, più il campo si affollava. Ogni vittoria era una sconfitta.
Ambika capì. Si voltò verso Kali, che si era fermata, e le parlò piano.
«Apri la bocca», disse. «Più che puoi. Devi prendere ogni goccia, prima che arrivi a terra. E devi divorare i demoni che nascono, uno dopo l'altro. Non lasciarne scappare nessuno.»
Kali non rispose. Ma la sua bocca si aprì, e si aprì tanto, tanto che per un istante sembrò non avere più fondo.
Allora la dea colpì di nuovo. Con la spada, con il tridente, con la freccia, con la mazza. A ogni colpo Kali era lì, con la bocca aperta, a raccogliere ogni goccia prima che toccasse la polvere. I nuovi demoni, quelli che si erano già alzati, correvano verso di lei, e lei li afferrava, e li inghiottiva. Uno dopo l'altro. Senza fretta.
Il campo si svuotò. A poco a poco, i volti uguali scomparvero, uno alla volta, come candele che si spengono. E alla fine rimase un solo Raktabija, quello vero, pallido, stanco, che guardava l'ultima goccia che non aveva toccato terra.
Cadde.
Gli dèi si guardarono, increduli. Poi dal petto di tutti loro uscì un solo, lungo respiro.
Kali, vincitrice, cominciò a danzare. Danzava per la gioia, per la furia, per la fine della paura, e il suo ballo fu così selvaggio che la terra si piegò sotto i suoi piedi. Le montagne tremarono. I mari si sollevarono. Il mondo stava per cedere.
Si racconta in Bengala che Shiva, allora, si sdraiò sul campo, fra i morti, per fermarla. Kali, danzando, non lo vide. Ci posò il piede sopra. E quando si accorse di chi fosse, si fermò di colpo, spalancò gli occhi e, per la vergogna, si morse la lingua.
Per questo, dicono, la raffigurano con la lingua fuori.
I nemici la temono. Chi la prega la chiama invece «Ma», madre. Perché è lei, dicono, la madre che arriva quando non c'è più nessuno, e che non si ferma finché i suoi figli non sono salvi.
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Fonti
- «Devi Mahatmya» (circa VI secolo)
- David Kinsley, «Hindu Goddesses», University of California Press (1986)
