
Arjuna
Arjuna, «il luminoso»
un po' paurosa
Arjuna è il più grande arciere del Mahabharata, uno dei cinque fratelli Pandava. Per sposare la principessa Draupadi superò una prova impossibile: colpire l'occhio di un pesce che girava in alto, guardandolo solo riflesso nell'acqua. La storia più famosa arriva prima della grande battaglia di Kurukshetra: Arjuna vede tra i nemici i suoi parenti e maestri, e non vuole più combattere. Il suo amico e auriga, Krishna, gli parla a lungo del dovere e del senso della vita. Quel dialogo è la Bhagavad Gita.
Lo sai che… il Mahabharata ha circa centomila strofe: è uno dei poemi più lunghi mai composti.
La storia
Per colpire l'occhio di un pesce, Arjuna non guardò il pesce.
Il pesce era di metallo e girava in alto, sopra una ruota che non si fermava mai. Per prendere la mira bisognava voltargli le spalle e guardare in basso, dentro una vasca d'acqua dove la sua immagine tremava. Un respiro fuori tempo, e la freccia sarebbe volata chissà dove, nel cielo del regno di Panchala.
Era la gara per la mano di Draupadi, figlia del re Drupada. Principi venuti da ogni terra avevano teso l'arco uno dopo l'altro, e uno dopo l'altro avevano sbagliato. Alcuni non erano riusciti nemmeno a piegarlo. Arjuna si fece avanti per ultimo, vestito da brahmano, un povero sacerdote fra tanti, perché lui e i suoi quattro fratelli, i Pandava, dovevano restare nascosti ai loro nemici. Guardò l'acqua. Non guardò la folla, non guardò i re. Vide soltanto l'occhio del pesce.
La freccia partì, e l'occhio cadde a terra.
Così il Mahabharata presenta il suo eroe: il più grande arciere del mondo. Ma non è per questo che lo si ricorda ancora. Lo si ricorda per un giorno di molti anni dopo, su una pianura chiamata Kurukshetra, quando Arjuna non volle più tirare nemmeno una freccia.
La famiglia era divisa da tempo. I cinque Pandava e i loro cugini, i Kaurava, si contendevano un regno. C'erano stati inganni, anni d'esilio, trattative fallite. Alla fine non restava che la guerra, e i due eserciti si erano schierati uno di fronte all'altro, enormi, con i carri, gli elefanti, le bandiere.
Arjuna salì sul suo carro, tirato da cavalli bianchi. Alle redini c'era l'amico che amava di più, Krishna, che per quella guerra aveva scelto di non combattere e di fare soltanto l'auriga. Da una parte e dall'altra suonarono le conchiglie da battaglia: quella di Krishna, quella di Arjuna, quelle dei suoi fratelli. Il suono riempì la pianura e fece tremare la terra.
«Portami in mezzo ai due eserciti», disse Arjuna. «Voglio vedere con chi devo combattere.»
Krishna spinse i cavalli, e il carro si fermò nello spazio vuoto fra le due schiere. Arjuna guardò a destra. Guardò a sinistra.
Vide i suoi zii. Vide cugini, cognati, compagni di gioco. Vide il maestro che gli aveva insegnato a tendere l'arco e il vecchio nonno che lo teneva sulle ginocchia quando era bambino. Tutti davanti a lui, pronti a morire; e quasi tutti, se avesse combattuto, sotto le sue frecce.
Sentì cedere le gambe. La bocca gli si seccò. Le mani, che non avevano mai tremato davanti a un nemico, cominciarono a tremare, e il suo grande arco, il Gandiva, gli scivolò via dalle dita.
«Krishna», disse piano. «Non posso. Non voglio la vittoria, non voglio il regno, non voglio nemmeno vivere, se per averli devo uccidere loro.»
Si sedette sul fondo del carro e lasciò cadere le frecce. Intorno a lui, per un momento, sembrò che anche il rumore della battaglia aspettasse.
Krishna lo guardò, e non rise di lui.
«Da dove ti viene questo smarrimento», disse, «proprio adesso? Alzati.»
Ma Arjuna non si alzò, e Krishna capì che le parole brevi non bastavano. Allora cominciò a parlare davvero, e la sua voce era calma come un lago senza vento.
«Piangi per chi non va pianto», disse. «Non c'è mai stato un tempo in cui io non fossi, né tu, né questi re; e non ci sarà un tempo in cui non saremo. Ciò che vive in ognuno di noi non nasce e non muore. La spada non lo taglia, l'acqua non lo bagna, il vento non lo asciuga. Come una persona si toglie un vestito consumato e ne indossa uno nuovo, così chi abita un corpo lo lascia e ne prende un altro.»
Arjuna ascoltava, senza alzare la testa.
«Tu sei un guerriero, e questo è il tuo compito. Compi il tuo dovere. Ma ricorda: hai diritto all'azione, non ai frutti dell'azione. Fai ciò che è giusto, e lascia andare ciò che ne verrà.»
Parlarono a lungo, in mezzo alla pianura ferma. Questo dialogo è la Bhagavad Gita: circa settecento versi dentro un poema di centomila strofe. Krishna gli parlò della mente, che deve restare immobile come la fiamma di una lampada dove non soffia vento. Gli parlò dell'azione fatta senza attaccamento. E Arjuna fece le sue domande, anche quelle difficili.
A un certo punto Arjuna chiese di più.
«Voglio vedere come sei davvero.»
«Con questi occhi non puoi», rispose Krishna. «Te ne do altri.»
E il carro, i cavalli, il cielo di Kurukshetra sparirono.
Arjuna vide una forma senza confini. Bocche e occhi senza numero, innumerevoli braccia, meraviglie mai viste da nessuno; una luce come mille soli accesi insieme nel cielo. Vide tutti i guerrieri dei due eserciti entrare nelle fauci di quella forma come fiumi che corrono verso il mare. Gli si rizzarono i capelli. Congiunse le mani, si inchinò, e la voce gli tremò.
«Chi sei?»
«Io sono il Tempo», rispose la voce, «che porta a compimento i mondi. Anche senza di te, questi guerrieri non vivranno. Alzati, e sii soltanto lo strumento.»
Arjuna non resse a lungo. «Ti prego», disse, «mostrami di nuovo il volto che conosco.» E vide ancora l'amico dal sorriso gentile, il suo auriga, seduto davanti a lui sul carro. Il cuore gli si calmò.
«Ora che vedo il tuo volto di uomo», sussurrò, «ho ritrovato la mia mente.»
Krishna aspettò. Il vento passò sulla pianura. Lontano, da qualche parte, un cavallo scalpitò.
Arjuna si alzò in piedi. Raccolse il Gandiva e lo strinse con tutte e due le mani.
«Il mio smarrimento è finito», disse. «Il dubbio è sparito. Farò ciò che mi dici.»
Dalle due parti i corni suonarono per la seconda volta, e la battaglia ebbe inizio. Durò diciotto giorni, e fu terribile; ma il poema non ricorda quelle frecce. Ricorda un uomo seduto sul fondo di un carro, che a un certo punto alza la testa.
Per milioni di persone la Gita è ancora oggi un testo sacro, e ognuno la legge a modo suo. Ma tutti partono dallo stesso punto: dal giorno in cui il più grande arciere del mondo ebbe paura di sé stesso, e qualcuno restò accanto a lui, sul carro, abbastanza a lungo da rispondere.
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Fonti
- «Mahabharata»
- «Bhagavad Gita»
