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Una donna con i capelli lunghi e i piedi girati all'indietro, che lascia impronte strane sulla neve

donne selvaticheValli del Natisone, Monte Matajur · Friuli-Venezia Giulia

Le Krivapete

«piedi storti», nel dialetto sloveno delle valli

un po' paurosa

Nelle Valli del Natisone, dove si parla un dialetto sloveno, vivevano le Krivapete: donne selvatiche dai piedi storti, il segno che le distingueva e che dà loro il nome. Nelle notti di luna piena, si dice, danzavano nelle radure. Abitavano grotte vicino alle sorgenti, conoscevano le erbe e sapevano quando sarebbe arrivata la pioggia. A Vernasso si racconta che gli abitanti ne catturarono una giovane: in cambio della libertà lei insegnò a fare il formaggio, il pane e i cesti. Solo i dolci, dice la storia, non li insegnò.

Lo sai che… il Monte Matajur, la montagna delle Krivapete, nel dialetto delle valli è chiamato anche «la grande nonna».

La storia

Nelle Valli del Natisone, in Friuli, vicino al confine con la Slovenia, la gente parla ancora una lingua che ha un suono morbido, diverso dall'italiano e diverso dal friulano. È la lingua di montagne verdi, di valli strette, di paesi che si chiamano Vernasso, San Pietro, Pulfero. E su queste montagne, raccontano, vivevano le Krivapete.

Il nome vuol dire «piedi storti». Era questo il loro segno, il particolare che tutti notavano. Per il resto, di loro si sa poco, e quel poco è avvolto di mistero. Erano donne, o qualcosa che somigliava a donne.

Vivevano nei posti più nascosti. In piccole grotte vicino ai ruscelli, dove l'acqua nasce dalla roccia. In radure protette dagli alberi. Sui pendii scoscesi dove nessuno saliva. E soprattutto sul Monte Matajur, la cima più alta delle valli, che gli abitanti chiamano anche «Monte Re», o «la Grande Nonna».

Sapevano un sacco di cose. Conoscevano le erbe che guariscono, e quelle che fanno male. Sapevano quando sarebbe arrivata la pioggia e quando il raccolto sarebbe andato bene. Sapevano tessere, e sapevano leggere il destino. Chi si ammalava poteva chiedere il loro consiglio, e loro rispondevano. Ma guai a chi rovinava un bosco o una sorgente senza rispetto. Le Krivapete sapevano anche punire.

Nelle notti di luna piena, dicono, uscivano dalle grotte e danzavano.

Ora, questa è una storia che si racconta a Vernasso, ed è la più famosa.

Un giorno, dei pastori di San Pietro portarono le mucche a pascolare lungo il torrente, poco distante dalle grotte. Non volevano disturbare nessuno, ma videro lo stesso. Alcune Krivapete erano scese al ruscello e si lavavano i piedi. Piedi storti, curiosi, che i pastori guardarono da lontano, trattenendo il fiato.

La notizia arrivò nei paesi. E in un paese, a Vernasso, c'era un uomo che si fece venire un'idea. Le Krivapete sapevano tante cose. Se ne avesse preso una, forse avrebbe imparato qualcuna.

Aspettò. Un giorno trovò una giovane Krivapeta addormentata sull'erba, in un angolo tranquillo. Piano piano, la prese e la portò a casa.

Quando si svegliò, la ragazza si trovò in un villaggio sconosciuto, circondata da persone che la guardavano. Non gridò. Non si ribellò. Rimase calma. E propose un patto.

«Se mi lasciate andare», disse, «vi insegnerò tutto quello che so.»

Gli uomini si guardarono. Accettarono.

La Krivapeta mantenne la parola. Per giorni, per settimane, insegnò. Mostrò come fare il burro, sbattendo la panna nella zangola finché non si addensava. Insegnò a trasformare il latte in formaggio, con il caglio e la pazienza. Insegnò a fare il pane, a intrecciare i cesti, a lavorare il cuoio per farne scarpe. Insegnò ad affilare le falci, perché tagliassero meglio l'erba. Insegnò a conservare la carne per l'inverno.

Alla fine, gli abitanti di Vernasso sapevano più cose di quante ne avessero mai immaginato. E la ragazza chiese quello che le spettava.

Gli uomini mantennero il patto. La lasciarono andare.

Lei corse via, veloce, senza voltarsi, verso la montagna. Quando fu abbastanza lontana, si fermò sul pendio, si voltò, e con una risata gridò verso il basso:

«Ma i dolci, non ve li ho insegnati!»

E da quel giorno, dice la storia, nel paese di Vernasso nessuno ha mai saputo fare un dolce.

Ora, sulle Krivapete gli studiosi hanno idee diverse. Due studiose, Luciana Percovich e Aldina De Stefano, ne hanno scritto a lungo. Secondo loro, queste figure non sono semplici folletti, ma i resti di una religione antichissima, quella di una grande dea madre venerata nelle montagne prima ancora dei cristiani. Pensano che con il tempo, quelle dee siano state rimpicciolite, trasformate in streghe, ridotte a creature da nascondere nei boschi. E che i piedi storti siano un modo che le persone avevano di prendere in giro e svalutare donne indipendenti e sapienti. Nelle valli furono celebrati quattro processi per stregoneria, e gli inquisitori di Aquileia andarono a caccia di donne con conoscenze simili.

È una tesi affascinante, non una verità sicura. Ma ricorda una cosa vera: dietro ogni storia di creature strane, spesso, ci sono persone vere, con saperi veri.

Oggi, se sali sul Matajur in una giornata limpida, vedi le valli stendersi sotto di te come un tappeto verde. Se hai fortuna, trovi una sorgente nascosta tra le rocce. Ferma un momento. Ascolta l'acqua.

E se ti viene voglia di un dolce, ricordati di Vernasso.

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Fonti

Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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