
Olodumare
Olódùmarè, in yoruba
per niente paurosa
Nella religione tradizionale yoruba, ancora praticata in Nigeria, in Benin e, nelle sue forme nate in America, in Brasile e a Cuba, Olodumare è l'essere supremo, il creatore lontano che sta al di sopra di tutto. Non ha templi né sacerdoti propri: di solito il culto passa dagli orisha, divinità più vicine alla vita di tutti i giorni, ma lo si invoca nelle preghiere e nei proverbi, soprattutto nelle difficoltà. Un racconto della creazione dice che all'inizio c'era solo acqua, e che uno degli orisha, Oduduwa, scese dal cielo lungo una catena con un guscio pieno di terra e una gallina che la sparse, formando la terraferma a Ile-Ife.
Lo sai che… la città di Ile-Ife, in Nigeria, è considerata dalla tradizione yoruba il luogo dove è cominciato il mondo.
La storia
All'inizio, dicono gli Yoruba, il mondo era a metà.
Sopra c'era Orun, il cielo, dove vivevano gli orisha e dove abitava Olodumare. Sotto c'era solo acqua e fango: una distesa grigia e silenziosa, dove l'unica cosa viva era la nebbia. Non c'erano alberi, non c'erano case, non c'erano uomini. Nessuno aveva ancora detto a quella distesa di diventare terra.
Olodumare è difficile da raccontare. Non ha una statua, perché nessuna statua potrebbe contenerlo. Non ha un tempio, perché nessun tempio potrebbe contenerlo. Non è un re seduto su un trono. È colui che c'era prima di tutti e che vedrà la fine di tutto: chi sta sopra gli altri, chi regge le cose senza farsi vedere. Lo dicono i vecchi, e lo dicono con rispetto, a voce bassa, come si parla di chi è molto vicino.
Un giorno, in cielo, gli orisha si riunirono davanti a lui.
«Guarda quel basso mondo, Olodumare», disse uno. «È tutto acqua. Non ci si può costruire sopra una casa, non ci si può piantare un seme. Che cosa se ne farà?»
Olodumare ascoltò in silenzio. Poi chiamò Obatala, il grande orisha dalla veste bianca, quello che sapeva modellare con le mani.
«Va' e fa' la terra», disse.
Gli diede quattro cose, ciascuna con il suo compito.
Una era una lunga catena, che andava dal cielo fino al basso mondo, e che doveva servirgli da scala. Una era un guscio di lumaca (secondo altre versioni una zucca) riempito di terra, ben chiuso, che Obatala doveva portare sul petto, perché non si perdesse un granello. Poi una gallina, dalle zampe con cinque dita. Infine una noce di palma.
«Quando sarai in fondo alla catena», disse Olodumare, «e non avrai più catena, rovescia la terra sull'acqua. Poi lascia andare la gallina.»
Obatala si inchinò e si mise in cammino. Ma il viaggio era lungo, e il cielo aveva tante case. Strada facendo, passò davanti a una casa dove si festeggiava. Gli offrirono del vino di palma, dolce e fresco. Lui ne bevve una coppa, poi un'altra, poi un'altra ancora.
Dopo un po' si sedette per riposare un attimo. E si addormentò.
Lo trovò così un altro orisha, Oduduwa, che passava di lì. Vide il guscio con la terra sul petto, vide la catena appesa, vide la gallina che beccava per terra. E capì che toccava a lui.
Prese la catena. Prese il guscio, con delicatezza, per non svegliare Obatala. Prese la gallina e la noce di palma. E cominciò a scendere.
Giù, giù, giù. L'aria si faceva sempre più densa, l'oscurità sempre più umida. La catena scricchiolava, le maglie battevano l'una contro l'altra con un suono di campanelle. Nel buio, Oduduwa sentiva l'acqua sotto di sé, ma non la vedeva. Gli venne un dubbio: e se il guscio fosse troppo poco? E se l'acqua se lo mangiasse in un sorso? Ma indietro non si tornava, e la catena, almeno, non tremava.
Poi la catena finì. Le maglie dell'ultimo anello dondolavano nel vuoto, ancora sopra l'acqua.
Fu allora che Oduduwa ricordò le parole di Olodumare. Aprì il guscio e rovesciò la terra, un granello dopo l'altro, sulla superficie. Il fango la accolse con un soffio. Poi tirò fuori la gallina, e la lasciò cadere.
La gallina atterrò su quel piccolo mucchio di sabbia e cominciò a razzolare, a spargere, a grattare, a battere le zampe. Dove razzolava, la terra si allargava. Dove le zampe si fermavano, la terra si fermava. Presto da quell'unico mucchio si formò una collina, poi una pianura, poi una distesa.
Per sapere se il suolo reggeva, Olodumare mandò giù un camaleonte. Era un messaggero lento e prudente, come tutti i camaleonti.
Scese, mise una zampa e poi l'altra, e tornò su a riferire.
«È larga», disse. «Ma non è ancora abbastanza asciutta.»
Lo mandarono giù una seconda volta, dopo un po'.
«Adesso è larga e asciutta», disse. «Si può camminare.»
Così nacque la terra. E il posto dove era nato il primo granello fu chiamato Ile-Ife, la Casa dell'Espansione (è la spiegazione popolare del nome), perché da lì tutto si era allargato. Oduduwa piantò la noce di palma, e dal suo seme crebbe una palma altissima che gettò sedici rami.
Nel frattempo, nel cielo, c'era qualcuno che aveva visto tutto senza muovere un dito. Olodumare non fermò Oduduwa e non svegliò Obatala. Aspettò, come aspetta chi sa già come finisce.
Quando Obatala si svegliò, si accorse subito che il guscio era vuoto.
Vergognandosi, andò da Olodumare, a testa bassa.
«Ho sbagliato», disse. «Mi sono lasciato vincere dal vino.»
Olodumare non alzò la voce. «Il compito di fare il mondo è stato eseguito», disse, «e non importa da chi. Ma c'è un altro compito che resta. Il mondo è vuoto. Va' a riempirlo.»
Obatala scese e prese dell'argilla dal suolo di Ife. Con le mani, con grande pazienza, cominciò a modellare dei corpi: teste, braccia, gambe. Li allineò sul terreno, a decine, e guardò la sua opera. Erano belli, ma non si muovevano.
Soltanto Olodumare poteva dare loro quel che mancava. Dall'alto, piano, soffiò. Fu come un respiro leggero, che gli Yoruba chiamano èmí. E uno dopo l'altro gli esseri di argilla aprirono gli occhi, si sedettero, guardarono il cielo.
Gli uomini erano nati. Olodumare li guardò un momento, e nessuno poté dire che cosa pensasse. Gli Yoruba dicono che quel soffio è ancora in ciascuno di noi, e che per questo ogni persona, anche la più piccola, ha dentro qualcosa che non è sua soltanto.
Dicono i vecchi che, una volta, Obatala bevve ancora del vino di palma mentre lavorava, e che qualche figura gli uscì imperfetta. Da quel giorno prese sotto la sua protezione chi nasce con un corpo diverso, e proibì ai suoi fedeli di bere vino di palma. Ma ogni figura, perfetta o no, aveva il suo soffio di Olodumare.
Ancora oggi, a Ile-Ife, i discendenti di quella gente dicono che il mondo cominciò lì. E quando un anziano, in Nigeria, alza gli occhi al cielo e invoca il Creatore, lo fa senza immagini e senza templi: gli basta il suo nome, e il silenzio che viene dopo.
Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.
Parenti nel mondo
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Fonti
- E. Bolaji Idowu, «Olódùmarè: God in Yoruba Belief» (1962)
- Wande Abimbola, «Ifá: An Exposition of Ifá Literary Corpus» (1976)
