
Shango
Ṣàngó, in yoruba
un po' paurosa
Shango è l'orisha del tuono, del fulmine e della giustizia, venerato ancora oggi in Africa occidentale e nelle Americhe. La tradizione lo ricorda anche come un re della città di Oyo, forte, coraggioso e dal carattere focoso, che sputava fuoco quando parlava. Il suo simbolo è un'ascia a doppia lama, e i suoi colori sono il rosso e il bianco. Si dice che punisca con il fulmine chi mente e chi ruba. È anche il signore della danza e dei tamburi.
Lo sai che… i tamburi bàtá, che si suonano in suo onore, sono famosi per il loro suono potente e si usano ancora a Cuba e in Nigeria.
La storia
Chi ha visto un temporale in Africa occidentale lo sa: arriva tutto insieme. Prima l'aria si ferma, e le foglie non si muovono. Poi il cielo diventa nero a mezzogiorno, e il vento cambia direzione, e tutte le galline corrono al riparo, la gente di Oyo sa che cosa sta per succedere. Sa chi sta arrivando. E anche se ha paura, non lo dice con paura. Lo dice con rispetto.
«Shango sta passando», dice.
Prima di essere il signore del tuono, dicono, Shango fu un re.
Regnava a Oyo, in una città di mura alte e di mercati rumorosi. Era uno dei figli di Oranyan, il fondatore, ed era il re più forte che la città avesse mai avuto. Alto, impetuoso, bellissimo, con i capelli intrecciati e gli occhi che brillavano di sfida. Nessun cavallo gli resisteva. Nessun avversario lo guardava negli occhi per più di un istante.
Aveva un carattere fatto di fiamme. Quando si arrabbiava, la sua voce faceva tremare le pareti. E dicevano che, quando parlava con collera, dalla sua bocca uscissero scintille e fumo, come da un forno di fabbro. I cortigiani, in quei momenti, si guardavano i piedi.
Amava la musica. Quando i tamburi suonavano nel suo cortile, ballava per ore, e il suo corpo si muoveva con la stessa energia del suo passo di guerra. Ma amava soprattutto la potenza. E per questo, un giorno, decise di imparare un segreto.
Era un segreto che si trovava in certe radici e in certe parole: una medicina per chiamare il fulmine.
I vecchi di corte lo sapevano, e cercavano di dissuaderlo. «Il fulmine non obbedisce a nessuno», dicevano. «Chi lo chiama deve poi sopportarlo.» Shango li ascoltava con un mezzo sorriso, e il giorno dopo tornava ai suoi esperimenti.
Per mesi, di nascosto, Shango la studiò. Ogni volta che gli sembrava di averla compresa, se ne andava sul tetto del palazzo, e provava. Una nuvola si addensava, un tuono brontolava lontano. Il re sorrideva. Si sentiva grande come il cielo.
Fu in una sera di grande caldo, di quelle in cui l'aria è così pesante che sembra di respirare lana, che Shango tentò la prova più grande. Salì sul tetto, alzò le braccia, pronunciò le parole.
Il cielo si spaccò in due.
Una luce bianca, accecante, scese dal buio e colpì il palazzo. Il tetto prese fuoco. Le grida risuonarono per tutto il cortile. Quando il rumore si spense, Shango era in piedi, immobile, e intorno a lui il palazzo bruciava. Nel fuoco, alcuni dei suoi familiari erano scomparsi.
Non fu il nemico a colpirlo. Fu la sua stessa potenza.
Il re rimase a lungo senza parlare. Poi, a poco a poco, il dolore prese il posto dello stupore. Aveva voluto il fulmine per sentirsi più grande, e il fulmine gli aveva portato via ciò che aveva di più caro.
Oya, sua moglie, gli si avvicinò, senza paura. «Non è stata colpa di nessuno», gli disse piano. «Hai voluto sapere fin dove arriva il cielo.»
«E ora lo so», rispose lui.
Quella notte lasciò Oyo. Non aveva più voglia di governare, e non si voltò a guardare le mura. Con lui partirono pochi fedeli, e fra loro la moglie Oya, che non lo abbandonò. Camminarono per giorni, verso la regione da cui, dicono, veniva la madre di Shango, nelle terre dei Tapa. La strada scendeva fra boschi sempre più fitti. Il silenzio era tale che si sentiva il rumore dei passi.
Intanto, a Oyo, la gente spegneva a fatica il fuoco e si domandava che cosa fosse successo al suo re. Nessuno sapeva dare una risposta.
Man mano che si allontanavano, i seguaci diminuivano. Uno ad uno, stanchi, spaventati, tornavano indietro. Rimasero in pochi. Poi quasi nessuno.
Arrivarono a un posto che si chiamava Koso.
Qui, secondo Johnson, il re si tolse la vita sotto un albero. Ma i suoi fedeli non lo accettano. Quando qualcuno, in città, pronunciò quella voce, ci fu chi rispose: Oba koso. «Il re non si è impiccato.» E raccontarono un'altra storia: che Shango, nel bosco, non finì davvero, ma che il suo corpo scomparve in una luce, e che il re salì al cielo, e che il tuono è la sua voce.
Anche Oya svanì. Dicono che divenne il fiume che gli Yoruba chiamano Odo Oya, il Niger. Ma questa è un'altra storia.
A Oyo, intanto, qualcosa cominciò a cambiare.
Dopo la sua scomparsa, il cielo si riempì di temporali. Fulmini colpivano le case, bruciavano i granai, spaccavano gli alberi. La gente tremava. Alcuni dissero: «È Shango, che si vendica perché lo abbiamo abbandonato.» Altri risposero: «No, ci ha lasciato qualcosa. Chi lo onora, sarà protetto.»
Così molti andarono dai sacerdoti e portarono doni al dio. Dopo i temporali, i contadini cominciarono a trovare nei campi certe pietre scure e levigate, a forma di ascia. Dicevano che erano state lanciate dal cielo. Oggi sappiamo che sono antiche asce di pietra, levigate da uomini vissuti migliaia di anni prima. Le portarono ai sacerdoti, che le custodirono con cura. Le chiamano edun ara, le pietre del tuono.
Nacque il culto. Nacque la danza. Il nome di Shango passò di villaggio in villaggio, oltre i confini di Oyo, e arrivò dove arrivano tutte le cose dei Yoruba: lontano, e con i loro piedi.
I devoti di Shango vestono di rosso e di bianco, il rosso del fuoco e il bianco della luce. Portano in mano la sua ascia a doppia lama, la oshe. Ballano al ritmo dei tamburi bàtá, grandi tamburi a clessidra, che parlano come voci. Il ritmo cresce, lento, potente, e chi guarda sente il petto vibrare.
E dicono che il suo giudizio sia giusto. Chi mente per far del male, chi ruba al povero, chi dimentica il rispetto: sa che il cielo può rispondere.
Ancora oggi, in Nigeria, quando arriva il temporale, la gente non si nasconde soltanto. Resta un momento davanti alla porta, a guardare il primo lampo. E, con la voce bassa, dice il suo nome.
«Shango», dice. «Passa pure. Noi siamo qui.»
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Fonti
- Samuel Johnson, «The History of the Yorubas» (1921)
- Pierre Verger, «Orixás» (1981)
