
Yemoja
Yemọja, «madre i cui figli sono pesci»
per niente paurosa
Yemoja è un'orisha amatissima, la grande madre delle acque. In Nigeria è legata al fiume Ogun; in Brasile e a Cuba, dove la tradizione arrivò con le persone deportate dall'Africa, è diventata la regina del mare. Protegge le donne, le mamme e i bambini, e chi deve affrontare un viaggio per mare. I suoi colori sono il blu e il bianco, come l'acqua e la schiuma delle onde. Si dice che dal suo corpo siano nati molti fiumi e molti altri orisha.
Lo sai che… ogni 2 febbraio, a Salvador de Bahia, in Brasile, migliaia di persone vestite di bianco portano fiori e regali al mare per Iemanjá.
La storia
Il fiume Ogun nasce lontano dal mare, fra colline verdi e piccoli villaggi, e scende per centinaia di chilometri verso sud. Lungo il cammino passa accanto a città di tetti rossi e a mercati di donne. Quando finalmente si apre nel mare, lo fa senza fretta, come chi arriva a casa.
Gli Yoruba dicono che il fiume è una persona. Si chiama Yemoja.
Camminando lungo la riva all'alba, si sente la sua presenza: l'acqua è tiepida, lenta, e porta con sé foglie e petali, e il rumore di un respiro lungo.
Il suo nome, spiegano i vecchi, vuol dire «madre i cui figli sono pesci». Non perché abbia figli soltanto sott'acqua: ma perché i suoi figli sono tanti che non si possono contare, e fra questi ci sono anche i pesci.
Yemoja è una delle madri più antiche. Prima ancora che gli uomini avessero imparato a navigare, lei già abitava l'acqua, e gli orisha, le divinità che vegliano sul mondo, correvano da lei quando avevano paura o fame o sete. Era grande, forte, calma. Con una mano accarezzava, con l'altra proteggeva.
In una delle versioni raccolte, Yemoja si sposò con Aganju, e insieme ebbero un figlio, Orungan. Cresceva, quel figlio, con gli occhi alti, e la madre lo guardava giocare sulla riva e pensava che fosse la cosa più bella che le fosse mai capitata.
Poi venne un tempo difficile, e il racconto, a questo punto, cambia tono. I vecchi non amano raccontare tutta la storia, e non è necessario. Basta sapere che a un certo punto Yemoja si trovò in grande dolore, e cominciò a fuggire. Corse, corse, corse, su per la collina, lontano dalle case. Poi le gambe non la ressero più, e cadde a terra.
Cadde come cade un albero molto grande. Il suo corpo si distese sul terreno, e la terra tremò.
E allora accadde la cosa più straordinaria.
Il corpo di Yemoja cominciò ad aprirsi. Non come si apre una ferita, ma come si apre una sorgente. Dai suoi seni sgorgarono due ruscelli d'acqua chiara, che scesero verso la valle, si unirono, si fecero fiume. Il fiume allargò la sua strada, riempì le conche, formò una grande laguna. Poi altre acque uscirono da lei, e altre ancora, e tutte presero ad avanzare, ciascuna per la sua via.
Dal ventre di Yemoja, infine, venne la sua ultima e più grande sorpresa.
Uscirono gli orisha.
Il primo fu un guerriero con il volto di bronzo, forte come la montagna: Ogun, il signore del ferro. Poi una figura imponente con le braccia piene di fuoco, che portava il tuono nel passo: Shango. Poi Oya, la signora del vento, che correva più veloce del vento stesso. Poi Oshun, dalle mani d'oro e dal sorriso di miele. Poi altri, e altri ancora, finché tutto il bosco fu pieno delle nuove divinità.
Tutti avevano una parte di lei: uno la forza, uno la dolcezza, uno la pazienza, uno l'impeto. Ma tutti, anche i più terribili, in presenza della madre si facevano piccoli.
E lei? Lei non era sparita. Era diventata acqua, e dove c'è acqua c'è lei. Il suo respiro è il vento sul fiume. La sua voce è la risacca. Il suo abbraccio è il mare, che accoglie tutti.
Per questo Yemoja è la protettrice delle donne e dei bambini, delle madri che aspettano e di chi deve partire per mare. Chi ha una pena grande, le parla la sera, in riva all'acqua, a voce bassa. E per questo gli Yoruba, quando si avvicinano a un fiume, non scherzano mai. Salutano, si bagnano le mani, lasciano un fiore. Lungo il fiume Ogun, dicono, ci sono luoghi dove ancora oggi si va a offrirle un po' di cibo e a chiederle un consiglio. Perché sanno che dall'acqua si viene, e che nell'acqua, prima o poi, si torna.
Molti secoli dopo, ci fu un viaggio che nessuno avrebbe voluto fare.
Grandi navi, cariche di persone portate via a forza dalle loro case, attraversarono l'oceano. Erano uomini, donne, ragazzi, deportati in America per essere venduti. Non avevano più nulla: nemmeno il diritto di tenersi i loro nomi. Ma una cosa non poterono togliere loro: la memoria.
Sul ponte, nelle notti senza luna, quando le onde battevano contro lo scafo come un cuore lento, qualcuno sussurrava il nome di Yemoja. Una donna lo insegnava, a bassa voce, a una bambina che non aveva ancora sette anni, perché non andasse perduto. «Madre», diceva. «Porta con noi un pezzo dell'Africa.»
L'oceano era immenso, e per loro era anche un'angoscia e una paura. Ma in quel buio, i racconti dicono, la madre dell'acqua li seguì. Da fiume diventò mare, per non lasciarli soli. Arrivò in Brasile, dove la chiamarono Iemanjá. Arrivò a Cuba, dove la chiamarono Yemayá. Si vestì di blu e di bianco, i colori dell'acqua e della schiuma.
Così oggi, il 2 febbraio, a Salvador de Bahia, quando il sole ancora non è alto, la spiaggia si riempie di gente vestita di bianco.
Arrivano a piedi, a gruppi, con ceste e secchi e fasci di fiori. Una nonna ha portato la nipote, che tiene in mano una rosa bianca con tutte e due le mani, per paura di farla cadere. Un pescatore ha caricato sulla barca un grande cestone pieno di doni: profumi, pettini, specchi, nastri. Cantano. Un gruppo di donne con le gonne bianche fa il giro del cestone, battendo le mani. Qualcuno ride, qualcuno piange, nessuno ha fretta.
Poi le barche si staccano dalla riva e vanno al largo, tutte insieme, come un piccolo corteo. Quando sono lontane abbastanza, mettono i doni sull'acqua e li lasciano andare.
I fiori galleggiano un attimo, bianchi e rossi, poi l'onda li prende e li porta via.
La bambina li guarda finché può. «Dove vanno?» chiede.
«Da lei», risponde la nonna. «Lei li aspettava.»
E il mare, davanti a loro, si muove piano, come se respirasse.
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Fonti
- Pierre Verger, «Orixás» (1981)
- Solimar Otero e Toyin Falola (a cura di), «Yemoja: Gender, Sexuality, and Creativity in the Latina/o and Afro-Atlantic Diasporas» (2013)
