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Una ragazza con una corona di fiori e un melograno aperto, e una donna con un fascio di spighe dorate

dee delle stagioniEleusi e la Sicilia · mitologia greca

Persefone e Demetra

Persephónē e Dēmḗtēr

un po' paurosa

Demetra era la dea del grano e dei raccolti, e aveva una figlia amatissima, Persefone. Un giorno, mentre la ragazza raccoglieva fiori, Ade aprì la terra e la portò nel suo regno per farne la sua regina. Demetra, disperata, smise di far crescere le piante e sulla terra arrivò la fame. Zeus allora trovò un accordo: Persefone avrebbe passato una parte dell'anno con la madre e una parte con Ade, perché laggiù aveva mangiato alcuni chicchi di melograno. Quando torna dalla madre, è primavera.

Lo sai che… secondo il poeta Ovidio, Persefone fu rapita mentre coglieva fiori vicino al lago di Pergusa, in Sicilia.

La storia

C'era una volta una ragazza che raccoglieva fiori.

Si chiamava Persefone, ed era la figlia di Demetra, la dea del grano. Quel giorno era in un prato, con le compagne, le figlie dell'Oceano, e tutte correvano tra l'erba cercando rose, viole, gigli, iris. L'aria era tiepida, il cielo limpido. Non c'era nessun motivo di avere paura.

A un certo punto Persefone vide qualcosa di diverso da tutto il resto.

Era un narciso. Ma non uno solo: dal terreno saliva un cespo di cento fiori, bianchi e dorati, che profumavano così forte da far girare la testa. La terra l'aveva fatto spuntare per un solo scopo, quello di attirarla, e Persefone, ingenua, si staccò dalle altre e si avvicinò per coglierlo.

Allungò la mano.

Sotto di lei, la terra si aprì con un boato.

Dalla spaccatura uscì un carro d'oro, tirato da cavalli immortali. Sopra, in piedi, c'era un uomo con il mantello scuro: Ade, il re dei morti, il fratello di Zeus. La prese per un braccio, la tirò sul carro, e senza una parola frustò i cavalli.

Persefone gridò. Gridò il nome di suo padre, Zeus, e quello di sua madre, e le sue compagne, lontane, non udirono. Le montagne risposero con un'eco, il mare con un brontolio. Ma nessun altro sentì, a parte due: Ecate, la dea dalle torce, nella sua grotta, e il Sole, che tutto vede dall'alto.

Poi la terra si richiuse. Il prato rimase com'era, con i fiori nel cesto e il profumo del narciso nell'aria.

Demetra sentì quell'eco da lontano.

Fu come se le avessero strappato qualcosa di dentro. Si tolse il velo dai capelli, si gettò sulle spalle un mantello scuro e volò sulla terra e sul mare come un uccello, cercando. Per nove giorni non mangiò, non bevve, non si lavò. Girò il mondo con due torce accese in mano e chiamò sua figlia ad ogni passo. Nessuno le rispose.

Il decimo giorno incontrò Ecate. «Ho sentito un grido», disse la dea. «Non ho visto chi fosse. Chiediamo al Sole.»

Il Sole, dall'alto del suo carro, parlò chiaro. «È stato Ade. Zeus stesso, suo fratello, glielo ha concesso. Non te la prendere troppo: non è un marito indegno. È il fratello del re degli dèi, e regna su tanti.»

Demetra non lo ascoltò. Il dolore le diede un'altra forma. Lasciò l'Olimpo e vagò per la terra sotto l'aspetto di una vecchia, e si sedette a Eleusi, accanto a un pozzo, come chiunque abbia perso tutto. Le figlie del re del luogo la trovarono, la portarono a casa loro, la fecero entrare. Lei non voleva né cibo né vino. Stette seduta, immobile, con gli occhi bassi. Non voleva parlare con nessuno.

Le offrirono del vino rosso, ma lei lo rifiutò e chiese invece una scodella d'orzo mescolato ad acqua e a menta. Una di loro, Iambe, con le sue battute e i suoi scherzi, le strappò finalmente un sorriso.

Intanto, sul mondo, qualcosa cambiava.

Demetra, per il dolore, impedì ai semi di nascere. I contadini ararono, i buoi tirarono l'aratro, ma la terra non lasciò uscire nemmeno una spiga. I campi restarono nudi. Il pane sparì. Per un anno intero la gente ebbe fame, e i vecchi si spensero per primi. Rischiava di estinguersi la stirpe umana, e gli dèi non avrebbero più ricevuto né offerte né sacrifici.

Zeus mandò messaggeri. Mandò Iride, mandò gli altri dèi, con doni e promesse. Demetra rispose a tutti nello stesso modo: «Non tornerò sull'Olimpo e non farò crescere il grano finché non rivedrò mia figlia».

Allora Zeus mandò Ermes nel regno di Ade.

Laggiù, nel buio, Persefone aveva passato tutto quel tempo seduta, senza parlare, a pensare alla luce. Ermes scese e trovò Ade seduto sul trono, con Persefone al fianco, pallida e silenziosa, che si rifiutava di mangiare per il dolore. Ade ascoltò. Non discusse.

«Va bene», disse. «Torni da sua madre.»

Poi, mentre Persefone si alzava, le porse di nascosto qualcosa. «Prima, prendi questo.»

Era un chicco di melograno, dolce, rosso come il rubino. Lei lo mangiò, spaventata, quasi senza volerlo. Era un gesto piccolo, ma Ade sapeva che un solo chicco bastava a legare chi lo mangiava al suo regno.

Ermes la riportò a Eleusi, con il carro d'oro.

Quando Demetra la vide, corse come una menade. Si abbracciarono, e per un po' non dissero niente.

Poi Demetra chiese: «Figlia mia, hai mangiato qualcosa laggiù?».

Persefone abbassò gli occhi. Raccontò tutto, anche del chicco.

Demetra rimase un attimo in silenzio. Poi disse, piano: «Allora non sarà per sempre».

Zeus, a quel punto, mandò Rea, la madre degli dèi, con un messaggio: Persefone avrebbe passato due terzi dell'anno con la madre, e un terzo con lo sposo, sotto terra. Altri poeti, come Ovidio, dicono metà e metà, e raccontano che i chicchi furono sette. L'«Inno» parla di un solo chicco, e due terzi. Ma il senso non cambia.

Demetra sorrise per la prima volta dopo tanti mesi. Guardò la campagna e la campagna rifiorì: i campi si coprirono di spighe, gli alberi di foglie, le valli di fiori. Poi insegnò agli abitanti di Eleusi i suoi riti, e quei riti furono segreti per secoli.

Ma ogni anno, quando il tempo dell'accordo finisce, Persefone si alza dal suo trono e sale la lunga scala, fino alla luce. E Demetra, dall'altra parte, la aspetta.

Quando si abbracciano, è primavera: i campi che sembravano morti si coprono di verde in poche settimane, e persino i sassi sembrano più morbidi.

Quando si lasciano, la terra si fa silenziosa, e le foglie cadono, e il freddo scende nei campi. Ma nessuno, ormai, ha più paura dell'inverno, nemmeno i bambini che lo guardano dalla finestra. Perché tutti sanno che lei, da qualche parte, sta per tornare.

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Fonti

  • «Inno omerico a Demetra» (VII-VI secolo a.C.)
  • Ovidio, «Metamorfosi», libro V
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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