Vai al contenuto
Atlante dei Miti 0/300
IT
Un balcone di pietra coperto d'edera in un cortile, con una rosa rossa appoggiata sulla balaustra

storia d'amoreVerona · Veneto

Romeo e Giulietta a Verona

la storia dei due innamorati di Verona

per niente paurosa

Due ragazzi di Verona si innamorano, ma appartengono a due famiglie nemiche, i Montecchi e i Capuleti. Si sposano di nascosto, poi una serie di equivoci li separa e la storia finisce male per tutti e due. Non è una leggenda antica tramandata a voce: una storia simile c'era già in Masuccio Salernitano (1476, a Siena), ma fu Luigi da Porto, un vicentino, intorno al 1530, a portarla per primo a Verona; poi la rese famosa in tutto il mondo William Shakespeare. Eppure Verona l'ha fatta sua: c'è una «casa di Giulietta» con il balcone e la statua, visitata ogni anno da tantissime persone.

Lo sai che… a Verona arrivano ogni anno migliaia di lettere indirizzate a Giulietta, e un gruppo di volontari risponde a tutte.

La storia

C'è una città, nel Veneto, dove una storia inventata cinquecento anni fa è diventata più vera dei suoi monumenti. La città è Verona. E la storia comincia, come tante, con una festa.

Quella sera i Capuleti avevano aperto le porte del loro palazzo, e dentro c'erano musica, torce, mantelli, maschere. Tutta la città sapeva che i Capuleti e i Montecchi si odiavano. Nessuno ricordava più il perché. Si erano odiati i padri, si odiavano i figli, e nelle strade si incontravano soltanto per portare la mano all'elsa della spada.

Eppure c'era un ragazzo, tra gli invitati, che non avrebbe dovuto essere lì. Si chiamava Romeo, ed era un Montecchi. Era entrato con la maschera sul viso, in mezzo agli amici, perché gli avevano detto che alla festa ci sarebbe stata una ragazza di cui tutti parlavano.

Non cercava lei. Non sapeva ancora che l'avrebbe trovata.

Giulietta aveva quasi diciotto anni. Era la figlia dei padroni di casa, e quella sera ballava come si balla quando si è giovani e si sa che tutti guardano. Fu in una pausa di danza che Romeo le prese la mano. La sua mano era fredda, per il vento di fuori, e le disse una frase leggera, per scherzo. Lei rispose con un'altra.

Bastò questo. Dicono che si parlarono pochi minuti, tra una danza e l'altra, in mezzo a gente che rideva. Poi li separarono, come si separano due cose che non devono toccarsi.

Soltanto dopo, uno dei due chiese all'altro come si chiamava. E fu lì che il mondo si fermò. Lui era un Montecchi. Lei era una Capuleti.

Da quella sera non pensarono più ad altro. Romeo tornò sotto le sue finestre, di notte, e si parlarono nel buio, sottovoce, senza poter toccarsi. E dopo qualche giorno decisero la cosa più folle e più semplice: sposarsi.

Per farlo ebbero un solo aiuto, un frate. Si chiamava Lorenzo, ed era un uomo buono, che sperava che quel matrimonio potesse fare pace tra le due famiglie. Nella piccola cella del convento, con il profumo di cera e di erbe secche, il frate li sposò di nascosto. Nessuno doveva sapere. Nessuno seppe.

Per qualche giorno furono felici, in segreto.

Poi, in una piazza, scoppiò una rissa.

Fu un incontro come tanti, tra giovani con la spada al fianco. Tebaldo, un cugino di Giulietta, cercò Romeo per ucciderlo. Romeo non voleva combattere: ormai quell'uomo era parente suo, anche se Tebaldo non lo sapeva. Ma le spade, quando escono dal fodero, non sentono ragioni. Tebaldo cadde. Romeo l'aveva ucciso.

La notizia corse per Verona prima che il sangue si asciugasse. Il principe, che non voleva altre morti, condannò Romeo all'esilio: se fosse tornato, sarebbe stato ucciso.

Quella notte Giulietta pianse due lutti insieme: il cugino morto e il marito lontano.

Passarono i giorni. E suo padre, che nulla sapeva, decise di darla in sposa a un altro: un nobile ricco, adatto, che andava bene a tutti. Lei disse di no. Disse di no con ogni parola possibile, ma in quel tempo le figlie non decidevano. Le dissero: o l'obbedisci, o te ne vai.

Giulietta corse dal frate. Era disperata, e lui, per salvarla, ebbe un'idea pericolosa.

Le diede una bevanda fatta di erbe. Quando l'avrebbe bevuta, avrebbe dormito così profondamente da sembrare morta: il cuore quasi fermo, il corpo freddo, il respiro invisibile. La famiglia l'avrebbe pianta e sepolta nella tomba di casa. Poi lui, il frate, avrebbe avvisato Romeo, e Romeo sarebbe venuto a prenderla quando si fosse svegliata. Sarebbero scappati insieme, lontano da Verona e dai suoi nomi.

Giulietta bevve.

Tutto andò come il frate aveva detto. La trovarono immobile, bianca, e la piansero davvero. La portarono in chiesa con i fiori, poi la chiusero nella tomba.

Ma il messaggio per Romeo non arrivò mai.

Lui seppe soltanto una cosa, e la seppe da un uomo che era corso a cercarlo con la notizia più crudele: Giulietta era morta. Romeo non ascoltò altro. Prese del veleno, montò a cavallo, e tornò a Verona nel cuore della notte, con la certezza di un ragazzo che non ha più niente da perdere.

Aprì la tomba. Giulietta era lì, immobile, bellissima. Si inginocchiò accanto a lei, le prese la mano, e bevve il veleno.

E proprio allora Giulietta si svegliò.

Questo è il momento più crudele di tutta la storia. Nella versione che ci ha lasciato Da Porto, i due ebbero ancora qualche istante. Lei lo vide, lui la vide viva. Si dissero poche parole, le ultime. Lui capì il suo errore troppo tardi, e il veleno aveva già fatto il suo lavoro. Poi morì tra le sue braccia.

Giulietta restò sola con lui, in quella tomba, senza più nessun motivo di tornare a una vita senza di lui. Trattenne il fiato, racconta Da Porto, e il dolore fece il resto.

Fu così che i Montecchi e i Capuleti, che per anni non erano stati capaci di fare pace, la fecero davanti a due corpi giovani, in una tomba, quando era troppo tardi.

Questa storia non era mai stata una leggenda. Una storia simile l'aveva già scritta Masuccio Salernitano nel 1476, ambientata a Siena, con due innamorati che si chiamavano Mariotto e Ganozza. Fu un gentiluomo vicentino, Luigi da Porto, intorno al 1530, a portarla per primo a Verona e a dare ai due i nomi di Romeo e Giulietta. Dopo di lui la raccontò, in mille modi, William Shakespeare. Ma Verona se l'è tenuta. Oggi c'è un cortile con un balcone di pietra, e sotto il balcone una statua di bronzo. Le persone che passano le toccano il seno per portare fortuna in amore, e lasciano biglietti sui muri.

E ogni anno arrivano a Verona migliaia di lettere con un solo indirizzo: «A Giulietta». Un gruppo di volontari le apre tutte, e risponde a tutte.

Forse è per questo che la storia non muore. Perché c'è sempre qualcuno, da qualche parte, che ha bisogno di sentirsi dire che l'amore, anche quando perde, vale la pena.

Ascolta / Leggi anche

Fonti

  • Luigi da Porto, «Historia novellamente ritrovata di due nobili amanti» (circa 1530)
  • William Shakespeare, «Romeo and Juliet» (1597)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

Altri miei lavori: audiolibri gratis su YouTube · ebook su Gumroad · Apple Books · musica su Spotify e YouTube Music