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Atlante dei Miti 0/300
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Una dea con la testa di leonessa e il disco del sole sopra il capo, seduta su un trono di pietra scura

dea leonessaMenfi · mitologia egizia

Sekhmet

Sḫmt, «la potente»

paurosa

Sekhmet era una dea con la testa di leonessa, potente e terribile. Un mito racconta che gli uomini avevano smesso di rispettare il vecchio dio del sole, e lui mandò sulla terra il suo occhio di fuoco, in forma di leonessa, per punirli. Ma Sekhmet si scatenò e nessuno riusciva più a fermarla. Allora gli dèi colorarono di rosso grandi quantità di birra e la versarono sui campi: lei vide nell'acqua rossa il proprio bel viso, la bevve e le piacque: si addormentò e si calmò. Nella tradizione egizia Sekhmet poteva mandare le malattie, ma anche guarirle.

Lo sai che… il faraone Amenofi III fece scolpire centinaia di statue di Sekhmet; alcune sono oggi al Museo Egizio di Torino.

La storia

Il sole invecchiò.

Succede anche agli dèi, almeno a quelli che vivono in mezzo agli uomini. Ra, che aveva creato gli uomini e li governava dal cielo, aveva ormai le ossa d'argento, la carne d'oro e i capelli di lapislazzuli, e camminava lento, come chi porta il peso di tutti i giorni che ha acceso.

Gli uomini se ne accorsero.

Prima fu solo un sussurro, la sera, nei cortili. Poi fu una voce più sicura nelle taverne. «È vecchio», dicevano. «Non vede più bene. Non sente più. Perché dobbiamo obbedire a un re stanco?» Qualcuno cominciò a metter da parte armi, e a scegliersi i compagni, e a guardare il cielo senza abbassare gli occhi.

Ra sentiva tutto. Il sole sente quello che si dice sotto di lui, anche a bassa voce.

Chiamò gli dèi a consiglio. Vennero Nun, il padre delle acque, che esisteva da prima di tutto, e Shu, e Tefnut, e Geb, e Nut. Si sedettero in silenzio.

«Gli uomini, che sono nati dai miei occhi», disse Ra, «hanno deciso di colpirmi. Ditemi che cosa devo fare. Non voglio ucciderli prima di aver sentito voi.»

Nun parlò piano, con la voce dell'acqua profonda. «Manda il tuo Occhio. Che cada su di loro. Nessuno resiste al tuo Occhio.»

Così fu. L'Occhio di Ra scese dal cielo, e prese la forma di una dea con la testa di leonessa, e si chiamò Hathor. Ma presto ebbe un altro nome. Quello nuovo voleva dire «la potente»: Sekhmet.

Gli uomini capirono il giorno stesso che avevano sbagliato.

Le porte delle case rimasero aperte, i forni accesi, i telai fermi a metà del lavoro. Le madri presero i bambini per mano e non si voltarono. Chi prima parlava forte, ora non parlava più.

Scapparono verso il deserto. Corsero verso le colline, dove le rocce sono rosse, e si nascosero dietro le pietre e nei burroni. Non servì. Sekhmet li inseguiva senza fretta, e senza stancarsi. Si sentiva prima il silenzio: gli uccelli che smettevano di cantare, i cani che non abbaiavano più. Poi un respiro, grande, regolare, fra le rocce. Poi nient'altro.

Non c'è bisogno di raccontare che cosa trovò. Basti dire che quando la dea tornava, a sera, il deserto aveva cambiato colore sotto i suoi passi. Per molte notti camminò nel rosso, fino alle ginocchia, e a ogni alba ricominciava.

Dall'alto, Ra guardava. E a un certo punto, il suo cuore non resse.

«Basta», disse. «Fermati. Ne ho visto abbastanza. Il mio cuore è troppo debole per continuare a guardare.»

Sekhmet alzò la testa. Aveva gli occhi dorati, e sembravano non vedere nessuno.

«Per la tua vita», disse, «io ho avuto la meglio sugli uomini, e mi è piaciuto.»

Ra capì allora che l'Occhio non era più suo. Quando lo aveva mandato, lo aveva lasciato partire, ma non c'era modo di richiamarlo. La leonessa nata dal suo sguardo non si sarebbe fermata finché ci fosse stato qualcuno da inseguire.

Ci voleva un'idea. Una sola, e subito.

Ra chiamò dei messaggeri, i più veloci, quelli che corrono come il vento. «Andate a Elefantina, a sud», disse, «e portatemi più ocra rossa che potete.»

Il carico arrivò a Eliopoli. I sacerdoti la macinarono fino a ridurla a polvere sottile. Nello stesso tempo le serve preparavano la birra, con l'orzo, tanta birra, in settemila giare. Quando fu pronta, la polvere rossa fu mescolata dentro, e la birra, che era color miele, diventò del colore del sangue.

Ra venne a vedere insieme a tutti gli dèi. Guardò le giare, una a una, e per la prima volta da molti giorni riuscì quasi a sorridere.

«Com'è bella», disse. «Con questa salverò gli uomini.»

Quella notte, mentre la leonessa riposava, la birra fu portata nei campi. Giara dopo giara fu versata nel buio, finché i campi non furono sommersi per un'altezza di tre palmi, in un lago rosso e piatto, che brillava appena sotto le stelle. Nessuno parlava. Gli dèi lavoravano con le torce basse, perché la luce non svegliasse la leonessa, e si sentiva solo il rumore dell'acqua rossa che scorreva fra i solchi.

All'alba arrivò lei.

Veniva dal deserto, con il primo sole alle spalle, a passo lento, con la coda che sfiorava la polvere e le zampe pesanti. Si fermò sul bordo dei campi. Davanti a lei si stendeva un'acqua rossa e quieta, e dentro, molto nitido, si vedeva un viso.

Era il suo. Sekhmet non l'aveva mai guardato. Era un viso bello.

Si chinò. Annusò. Poi cominciò a bere.

Bevve poco, poi di più. Dopo un po' non riusciva più a stare in piedi dritta. La coda si fece lenta. Gli occhi si chiusero a metà. Camminò nell'acqua rossa, barcollando, a destra e a sinistra, e da lontano la gente nascosta fra le pietre la sentì ridere, piano, come ride chi non sa più perché.

Quando uscì dai campi non riconosceva più nessuno. Passò accanto a una donna che si era nascosta dietro un muro, e non la vide. Si sdraiò su una pietra calda, e dormì. Dormì un giorno intero e una notte intera, mentre intorno a lei la gente usciva piano dai nascondigli, a piccoli gruppi, senza il coraggio di avvicinarsi, e tornava a guardare da lontano quel respiro lento che alzava e abbassava il fianco.

Quando si svegliò era un'altra.

Ra la aspettava sul bordo dei campi, con le mani vuote. «Vieni in pace», disse, «vieni in pace, bella.»

Così, dicono, nacquero le belle donne. E così nacque una festa: ogni anno, nel giorno di Hathor, nei templi si preparava la birra dolce, in tante giare quante erano le sacerdotesse della dea.

Ma chi la conosceva bene non dimenticò mai la sua faccia di leonessa. A Menfi la chiamavano ancora la Potente, e nelle case di chi aveva paura delle malattie c'erano statuette di lei, perché chi può mandare un male può anche guarirlo.

E nei templi, quando la birra rossa passava di mano in mano, nessuno dimenticava da dove veniva.

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  • Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music

Fonti

  • «Libro della Vacca Celeste», tombe della Valle dei Re (Nuovo Regno)
  • Geraldine Pinch, «Egyptian Mythology», Oxford University Press (2004)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

Altri miei lavori: audiolibri gratis su YouTube · ebook su Gumroad · Apple Books · musica su Spotify e YouTube Music