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Una donna vestita di bianco e un giovane con un ombrello sotto la pioggia, su un ponte di un lago con una pagoda

storia d'amoreHangzhou, Lago dell'Ovest · mitologia cinese

La leggenda del Serpente Bianco

白蛇傳, «Baishe zhuan»

un po' paurosa

Una serpente bianca, dopo mille anni di meditazione, imparò a trasformarsi in una bellissima donna, Bai Suzhen. Sul Lago dell'Ovest, a Hangzhou, durante un acquazzone, incontrò un giovane, Xu Xian, che le prestò il suo ombrello. Si innamorarono e si sposarono. Ma un monaco severo, Fahai, convinto che una serpente non potesse stare con un uomo, fece di tutto per dividerli e alla fine imprigionò Bai Suzhen sotto una pagoda. È la versione popolare nata nel Settecento e amata dal teatro, in cui anni dopo il figlio diventato grande riesce a liberarla; nel racconto più antico, di Feng Menglong, lei è un demone pericoloso e il figlio non c'è.

Lo sai che… sul Lago dell'Ovest c'è davvero una pagoda chiamata Leifeng, quella della leggenda: crollò nel 1924 ed è stata ricostruita nel 2002.

La storia

È la versione più amata in Cina, nata dopo il Settecento: la donna serpente è una moglie innamorata.

A Hangzhou, nel giorno in cui si va a visitare le tombe degli antenati, il cielo si coprì all'improvviso.

Il Lago dell'Ovest era pieno di barche. Le famiglie tornavano verso riva con i cesti vuoti, i ragazzi si riparavano sotto i salici, e le prime gocce picchiettavano forti sull'acqua. Su una barca, in mezzo alla folla che si affrettava, un giovane stringeva un ombrello e guardava il lago.

Si chiamava Xu Xian. Faceva l'aiutante in una bottega di medicine, non era ricco, ma era gentile e non sapeva dire di no.

Fu allora che vide due donne sulla riva, senza riparo. Una, giovane e bellissima, vestita di bianco. L'altra, più piccola, vestita di verde, che la seguiva a un passo.

«Signore», disse la donna in bianco. «Ci permettete di salire sulla vostra barca?»

Xu Xian era arrossito fino alle orecchie. Le fece salire. Quando la barca si avvicinò alla riva, lui, vedendo che la pioggia non smetteva, prestò loro l'ombrello. La donna in bianco si chiamava Bai Suzhen. Disse che glielo avrebbe riportato.

Era solo l'inizio.

Perché Bai Suzhen non era una donna. Mille anni prima era stata un serpente bianco, e per mille anni aveva meditato in una grotta, immobile, finché la sua mente era diventata abbastanza chiara da imparare un'arte difficile: prendere le sembianze di una persona. Anche la sua amica in verde, che chiamava sorella, non era una ragazza: era una creatura animale come lei. Erano due spiriti, scesi alla città per capire che cosa c'era di tanto bello in quella vita breve che gli esseri umani vivono con tanto affetto.

Bai Suzhen lo scoprì in fretta. Xu Xian andò a ritrovare l'ombrello, e ritrovò anche lei. Si videro ancora. Parlarono lunghe ore, sulla riva, mentre l'acqua del lago brillava. Lui le raccontò della bottega, delle ricette, dei clienti strani; lei lo ascoltava come se ogni parola fosse un dono. Dopo poco si sposarono.

Furono mesi felici. Aprirono una piccola bottega di medicine, e Bai Suzhen, che conosceva le erbe come nessun altro, guariva persone che il medico del villaggio aveva dato per perse. Una mattina portarono un bambino bruciante di febbre, e la sera il bambino rideva sulla soglia. La gente cominciò a venire da lontano, con i cesti e con i malati. Di notte, dopo la chiusura, Bai Suzhen pestava le erbe nel mortaio, e Xu Xian la guardava, senza dirglielo, come si guarda una cosa che non si crede di meritare. Xu Xian non aveva mai avuto tanta pace.

Ma non tutti erano contenti.

Sulla collina, nel tempio di Jinshan, viveva un monaco severo di nome Fahai. Era un uomo sapiente e rigido, che guardava il mondo come un libro in cui ogni cosa ha il suo posto. E nel suo libro, un serpente non poteva stare accanto a un uomo. Una sera lo fermò per strada.

«Giovane», gli disse. «Ho visto il segno sulla tua fronte. Tua moglie non è una donna. È un mostro, e un giorno ti ucciderà.»

Xu Xian rise, a disagio. Ma non riuscì a dimenticare.

Arrivò la festa del Drago, all'inizio dell'estate. Era usanza, in quel giorno, bere un vino speciale, con una polvere rossa e arancio, il realgar, che si dice allontani i veleni e gli animali striscianti. Xu Xian, ancora turbato dalle parole del monaco, ne versò una coppa alla moglie.

«Bevi anche tu», disse piano. «È la festa.»

Bai Suzhen lo guardò. Capì tutto. Poteva rifiutare, dire che stava male. Non lo fece. Bevve, per amore, una coppa intera, e poi un'altra.

Il vino la fece stare male. Barcollò, si ritirò in camera, si stese sul letto.

Quando, più tardi, Xu Xian aprì la porta della stanza, sul letto non c'era più sua moglie. Una cosa lunga, bianca, enorme, arrotolata sulle coperte, alzò verso di lui la testa e lo guardò.

Xu Xian gridò. Cadde all'indietro. Il cuore gli smise di battere.

Bai Suzhen, che aveva ripreso la sua forma di donna, trovò il marito per terra, senza vita. Si inginocchiò accanto a lui. Pianse. Poi si asciugò il viso e si rimise in piedi, perché una moglie che ama non rinuncia così, e andò a cercare ciò che serviva per riportarlo indietro. Dicono che ci riuscì, a un prezzo che non volle mai dire. Xu Xian riaprì gli occhi. Non sapeva più che cosa credere.

Fu quella fragilità che il monaco Fahai aspettava. Lo chiamò a Jinshan. Gli diede una ciotola di metallo.

«Quando tornerai a casa», gli disse, «mettila sulla testa di tua moglie. Non devi dire niente.»

Xu Xian tornò. Bai Suzhen lo accolse sorridendo, con una tazza di tè. Lui, le mani gelide, con la ciotola dietro la schiena, esitò. Poi, lentamente, gliela posò sul capo.

Per un attimo non successe niente. Poi la donna cominciò a rimpicciolire. Le spalle si strinsero, i capelli si ritirarono, la veste bianca si afflosciò. Quando Xu Xian sollevò la ciotola, sotto c'era un serpente piccolo, bianco, con gli occhi lucidi e fissi, che lo guardava.

Il monaco prese la ciotola con il serpente. Scese sulla riva del lago, dove si alzava una pagoda chiamata Leifeng, e sotto le sue fondamenta la rinchiuse.

«Resterà qui», disse, «finché il lago non si sarà prosciugato e la pagoda non sarà caduta.»

Fahai intendeva dire per sempre. Il lago non si asciuga e le pagode non cadono.

Xu Xian, dicono, non tornò mai più a vivere come prima. Tanti anni dopo, secondo certe versioni, il figlio nato dal loro amore, ormai diventato grande, andò alla pagoda a pregare per la madre.

E poi, nel 1924, una mattina, la pagoda di Leifeng crollò.

Il lago era ancora pieno. Ma la torre era caduta, e per quasi ottant'anni non ci fu nulla, sulla collina, a ricordare il sigillo. Nel 2002 l'hanno ricostruita, più bella di prima.

Chi va oggi sulla riva dell'Ovest, quando piove, vede ancora gli ombrelli aprirsi sulle barche, uno dopo l'altro, come fiori. E c'è sempre qualcuno che alza lo sguardo alla collina, dove la torre è stata rifatta, e si chiede se dentro ci sia ancora qualcuno.

Oppure se, da qualche parte, in una sera di pioggia, una donna in bianco abbia ritrovato il suo ombrello.

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Fonti

  • Feng Menglong, «Jingshi tongyan» (1624), racconto della Pagoda di Leifeng
  • Fang Chengpei, «Leifeng ta» (1771), versione teatrale
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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