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Atlante dei Miti 0/300
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Una sirena dai capelli lunghi seduta su uno scoglio davanti a un castello sul mare, al tramonto

sirenaNapoli, isolotto di Megaride · Campania

La sirena Partenope

«Parthenope», fanciulla, in greco

per niente paurosa

Partenope era una delle Sirene del mito greco, che con il loro canto attiravano i marinai. Quando Ulisse passò davanti a loro senza farsi incantare, legato all'albero della nave, secondo una versione Partenope fu così disperata che si gettò in mare. Le onde portarono il suo corpo fino a un isolotto nel golfo, Megaride, dove secondo la tradizione oggi c'è Castel dell'Ovo. Dei marinai greci la seppellirono e lì nacque una città greca chiamata col suo nome. Matilde Serao racconta un'altra versione, in cui Partenope è una ragazza greca fuggita per amore.

Lo sai che… le Sirene più antiche erano donne-uccello: quelle con la coda di pesce sono un'idea del Medioevo.

La storia

C'è una cosa che ogni napoletano sa, anche se non ricorda dove l'ha imparata: Napoli ha una nascita che non viene dalla terra, ma dal mare. E non da un re, né da un eroe con la spada. Da una voce.

La voce era quella di una sirena.

Si chiamava Partenope, e non era sola. Con lei c'erano due sorelle, Ligea e Leucosia. Dicono che in origine fossero tre fanciulle, compagne di Persefone, la ragazza rapita dal dio dei morti sotto terra. Quando Persefone sparì, la madre Demetra cercò la colpa, e la trovò in loro: non avevano saputo proteggerla. Le trasformò in sirene, creature mezze donne e mezze uccello, condannate al mare per sempre.

Da allora cantarono.

Il loro era un canto che nessun marinaio poteva dimenticare. Arrivava da riva, di sera, quando l'acqua è liscia come olio, e prometteva tutto: un porto, una casa, il ritorno. I marinai si voltavano verso quella voce, e le loro navi andavano a spezzarsi contro gli scogli. Le sirene non odiavano nessuno. Ma il loro canto era fatto così: chi lo ascoltava non poteva più andarsene.

Finché un giorno, su quel mare, passò una nave diversa.

Sull'albero maestro c'era un uomo legato con funi robuste, e intorno a lui l'equipaggio, con le orecchie piene di cera. Era Ulisse. Aveva voluto ascoltare il canto delle sirene senza cadere, e per questo si era fatto legare. Le sirene cantarono, cantarono con tutta la voce che avevano, cantarono come non avevano mai cantato.

La nave passò. Nessuno si fermò. Nessuno si voltò.

Per la prima volta, il loro canto non aveva funzionato.

Non sappiamo perché si uccisero. Qui le storie si dividono, e chi le racconta lo dice con voce bassa. In una versione fu la disperazione: non erano più nessuno, se nessuno ascoltava. In un'altra fu colpa di Ulisse, che con la sua astuzia le aveva lasciate vuote. Qualcuno dice che era scritto, nel loro destino, che sarebbero morte il giorno in cui un uomo avesse resistito.

Comunque sia stato, le tre sorelle si gettarono in mare.

Le onde le presero, e le portarono via. E a questo punto la storia diventa dolce. Il mare, che aveva visto morire tre voci, decise di non perderle del tutto.

Portò Ligea fino a una spiaggia lontana, dove sarebbe nata la città di Terina. Portò Leucosia dove oggi si trova Paestum, allora Posidonia. E Partenope la portò più vicino, in una baia dove il mare è azzurro come un occhio, davanti a un piccolo scoglio che oggi si chiama Megaride, nei pressi della foce di un fiume, il Sebeto. Proprio lì, dice la tradizione, dove ora sorge Castel dell'Ovo.

Sulla spiaggia trovarono il suo corpo dei marinai greci. Era una creatura strana, bellissima, non più viva. La guardarono a lungo. Poi, senza sapere bene perché, le fecero una tomba.

E intorno alla tomba nacque un villaggio.

Piccolo, all'inizio. Poche case, poche barche. Lo chiamarono Partenope, dal nome della sirena. Quel villaggio crebbe, poco a poco, e quando secoli dopo arrivarono i coloni di Cuma, gente greca venuta da nord, vi fondarono vicino una città nuova. La chiamarono Neapolis, la «città nuova». Napoli. La vecchia Partenope restò, come un ricordo, come una madre.

I napoletani non si dimenticarono di lei.

Gli antichi raccontano che, in onore della sirena, ogni anno si teneva una festa. Giovani atleti correvano con fiaccole accese lungo la riva, e la luce sulle onde, di sera, doveva sembrare un fiume di stelle. Era una promessa fatta alla morta: non ti dimenticheremo. Lo sapevano così bene, i primi abitanti, che secondo la tradizione fu un oracolo a chiedere quella festa, per tenere buona la sirena.

C'è perfino una statua di lei nelle cronache antiche.

Per questo, ancora oggi, a Napoli, quando si vuole dire che una cosa è davvero napoletana, si dice che è «partenopea». Perché la città non ricorda un fondatore con la barba e il mantello. Ricorda una ragazza con una voce, che cantava sulla riva, e che il mare riportò a casa.

E quando la sera scende sul golfo, e il Vesuvio diventa una sagoma blu, qualcuno dice di aver sentito, tra le onde, un suono lontano. Forse è il vento. Forse è il rumore dell'acqua tra gli scogli.

Forse è una sirena, che non ha mai smesso di cantare.

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Fonti

  • Licofrone, «Alessandra»
  • Matilde Serao, «Leggende napoletane» (1881)
  • Omero, «Odissea», libro XII
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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