
Tezcatlipoca
«specchio fumante», in nahuatl
paurosa
Tezcatlipoca era una delle divinità più potenti degli Aztechi, il signore della notte, del destino e dei re. Il suo nome significa «specchio fumante»: portava uno specchio di ossidiana, una pietra vulcanica nera, in cui poteva vedere tutto ciò che accadeva nel mondo. Era il grande rivale di Quetzalcóatl: i due si scontrarono più volte, e nel racconto della caduta di Tollan, la città dei Toltechi, Tezcatlipoca lo ingannò e lo spinse ad abbandonarla. In un mito perde un piede, mangiato da un mostro della terra, e al suo posto ha uno specchio.
Lo sai che… gli specchi di ossidiana degli Aztechi erano così lucidi che alcuni furono portati in Europa: uno appartenne al mago inglese John Dee ed è oggi al British Museum.
La storia
Gli Aztechi dicevano che a Tezcatlipoca mancava un piede.
Lo aveva perso nei giorni in cui il mondo era ancora un mare scuro e la terra non esisteva, quando un mostro enorme, la Signora della Terra, nuotava sotto la superficie con la bocca spalancata. Per attirarla, Tezcatlipoca aveva calato nell'acqua il proprio piede, come si cala un'esca. Il mostro lo aveva morso, e non lo aveva restituito. Al suo posto, il dio portava da allora uno specchio di ossidiana, nero e lucido, che fumava di una nebbia che nessuno vedeva.
Il suo nome voleva dire proprio questo: «specchio fumante». Lo chiamavano anche Titlacauan, che significa «noi siamo i suoi schiavi». Lo chiamavano Moyocoyani, «colui che si inventa da sé». Dicevano che fosse invisibile e inafferrabile, che vedesse tutto quello che accadeva e che il suo sguardo, dalle notti di Tenochtitlan, arrivasse in ogni stanza. Dicevano di non guardare mai troppo a lungo uno specchio nero.
Questa è la storia di quando lo specchio guardò Tollan.
Tollan era la città più bella del mondo. Le case dei suoi abitanti, i Toltechi, avevano pareti di turchese e di piume rosse. Il mais cresceva grosso come un braccio, e il cotone, nei campi, nasceva già colorato, rosso e giallo e verde, senza bisogno di essere tinto. Gli uccelli cantavano in ogni giardino. Nessuno aveva fame. Nessuno aveva paura.
Su Tollan regnava un re e sacerdote che si chiamava Quetzalcoatl, il Serpente Piumato. Era saggio, era buono, amava il digiuno e la preghiera e la pace, e il suo popolo lo amava come si ama un padre. Aveva una grande casa con stanze per ogni stagione, e in quella casa, la sera, ci si raccoglieva in silenzio.
Ma c'era uno che di quel silenzio non sopportava la pace.
Una sera, mentre Quetzalcoatl si ritirava, i cani di Tollan smisero di abbaiare, tutti insieme, come a un ordine. Poi si spensero i suoni dei cortili, e dopo i cortili le voci dei vicoli. Sulle terrazze di turchese scese un silenzio che nessuno ricordava.
Fu allora che arrivò alla sua porta un vecchio.
Era molto, molto vecchio. Aveva i capelli bianchi, il viso pieno di rughe, e camminava piegato in due, appoggiandosi a un bastone. I servitori lo fermarono sulla soglia.
«Il signore non riceve», dissero. «È malato. Non vuole vedere nessuno.»
«Lo so», disse il vecchio. La sua voce era rauca e bassa, come una cosa che striscia. «Per questo sono venuto. Ho una medicina per lui.»
I servitori si guardarono. Non c'era nessun rumore, in tutta la casa. Le candele tremavano. Dal fondo del corridoio, la voce di Quetzalcoatl, debole, chiese chi fosse. I servitori, a quel punto, non ebbero il coraggio di dire di no.
Il vecchio entrò. Attraversò il corridoio senza far rumore. Nella stanza del re, tirò fuori da sotto il mantello una coppa, e la posò sul tavolo.
«Bevi, signore», disse. «Ti rimetterà in forze.»
Quetzalcoatl guardò la coppa. Dentro c'era un liquido biancastro, denso, che odorava di cose dolci e di cose marce. Non l'aveva mai visto. Era pulque, una bevanda che lui, il re del digiuno, non aveva mai toccato.
«Una sola goccia», disse il vecchio. «Ti basta assaggiare.»
Il re assaggiò. Poi bevve un sorso. Poi un altro. Il vecchio, in silenzio, lo guardava con occhi che sembravano di vetro nero.
Quando la coppa fu vuota, il mondo di Quetzalcoatl era diventato più largo. Rise. Disse cose che non avrebbe mai detto, fece cose di cui, la mattina dopo, non avrebbe avuto il coraggio di parlare.
Si svegliò all'alba. La stanza era vuota. Il vecchio non c'era più. Sul tavolo, la coppa era rovesciata.
Quetzalcoatl si coprì il viso.
Nel corridoio, qualcuno lo stava aspettando. Ma questa volta non era un vecchio. Era una figura alta, avvolta in un mantello nero, che teneva fra le mani una cornice di ossidiana.
«Guardati», disse la voce.
Il re non voleva. Ma i suoi occhi, da soli, si abbassarono sulla superficie nera. Dapprima non vide niente. Poi, nel fondo, apparve una faccia. Una faccia gonfia, pesante, con le palpebre cadenti e la pelle segnata. Gli occhi arrossati. Una faccia che non riconobbe.
«Se i tuoi sudditi ti vedessero così», disse la voce, «scapperebbero tutti.»
Quetzalcoatl si ritrasse. Il cuore gli batteva forte. Capì che quel volto era il suo, ma capì anche, e questo era peggio, che qualcuno aveva voluto che lo vedesse. Capì, troppo tardi, di chi era lo specchio. Guardò in su, per vedere chi gli parlava, ma nel corridoio non c'era più nessuno. C'erano solo la luce grigia del mattino e un'eco, lontana, di una risata sommessa.
Quella mattina stessa Quetzalcoatl radunò le sue cose. Non volle spiegare niente a nessuno. Chiamò i suoi uomini più fedeli, uscì da Tollan, e si mise in cammino verso est, verso il mare. La gente lo guardò partire dalle finestre di turchese, senza capire. Gli uccelli smisero di cantare. Il cotone, dicono, cominciò a nascere bianco.
Arrivato alla riva, il re si fermò. Si dice che costruì una zattera di serpenti, e salpò. Si dice anche che si diede alle fiamme, e che dalle sue ceneri uscirono uccelli di mille colori, e che il suo cuore salì in cielo e diventò la stella del mattino, quella che brilla prima dell'alba. Si dice che promise di tornare.
A Tollan non tornò nessuno. La città, senza il suo re, non fu più la stessa.
E Tezcatlipoca? Nessuno lo vide più, ma dicevano che continuava a osservare. A Tenochtitlan lo adoravano, e lo temevano più di tutti gli altri dèi, perché non faceva nulla di quello che ci si aspettava. Dava ricchezze e le toglieva. Alzava un uomo e lo faceva cadere. E non si sapeva mai quando.
Dicono che, ancora oggi, certi specchi di ossidiana siano più scuri di altri. Che a guardarli a lungo, nella penombra, a un certo punto si veda comparire dietro la propria spalla una forma, e non sia un riflesso.
Se vi succede, non voltatevi.
Probabilmente è già troppo tardi.
Parenti nel mondo
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Fonti
- Bernardino de Sahagún, «Codice Fiorentino», libro III
- «Histoyre du Mechique» (XVI secolo)
