Vai al contenuto
Atlante dei Miti 0/300
IT
Un serpente coperto di piume verdi e brillanti che si avvolge intorno a una piramide a gradini

serpente piumatoTeotihuacan e Cholula, Messico · mitologie azteca e maya

Quetzalcóatl

«serpente piumato», in nahuatl

per niente paurosa

Quetzalcóatl era il «serpente piumato», una divinità del vento, della conoscenza e del sapere. Veniva immaginato come un serpente coperto delle piume verdi del quetzal, un uccello bellissimo delle foreste. Gli Aztechi raccontavano che, quando il mondo fu ricreato, Quetzalcóatl scese nel regno dei morti per recuperare le ossa degli uomini delle ere passate e, bagnandole con il proprio sangue, fece nascere l'umanità di oggi. Si diceva anche che avesse donato agli uomini il mais, dopo aver seguito una formica fino al monte dove i semi erano nascosti.

Lo sai che… il quetzal, l'uccello delle sue piume, è oggi il simbolo nazionale del Guatemala, e anche la sua moneta si chiama quetzal.

La storia

Nel regno dei morti non c'è luce, e quel giorno un dio ci scese a piedi.

Il mondo aveva già conosciuto quattro Soli, quattro età, e ognuna era finita male. La prima, quando i giaguari avevano divorato gli uomini. La seconda, quando un vento enorme li aveva spazzati via. La terza, sotto una pioggia di fuoco. La quarta, in un diluvio, e gli uomini erano diventati pesci. Gli uomini di quei tempi erano morti, e le loro ossa riposavano nel Mictlan, il regno dei morti, dove comandava Mictlantecuhtli. Ora stava per cominciare il Quinto Sole. Il cielo era pronto, la terra anche. Mancava chi dovesse abitarla.

«Chi vivrà quaggiù?» domandarono gli dèi. Per un po' nessuno rispose, perché per trovare un uomo bisognava andare dove gli uomini erano finiti.

Quetzalcóatl, il Serpente Piumato, si fece avanti. «Vado io. Andrò a prendere le ossa preziose.»

Scese per strade senza vento, in un buio così fitto che nemmeno un dio riusciva a vedersi le mani. Sotto i piedi sentiva la polvere di tutti quelli che erano passati prima di lui. Arrivò davanti a Mictlantecuhtli, che sedeva in mezzo alle ossa, bianche, ordinate, pazienti, e disse: «Sono venuto a prendere le ossa preziose che custodisci».

«E che ne farai?» domandò il Signore dei morti.

«Gli dèi si chiedono chi abiterà la terra.»

Mictlantecuhtli rimase in silenzio, poi disse: «Va bene. Suona la mia conchiglia, e fai quattro giri intorno al mio cerchio».

La conchiglia non aveva fori. Come si poteva farla suonare? Quetzalcóatl ci pensò, poi chiamò dei vermi, e i vermi la bucarono da parte a parte. Chiamò anche delle api, e le api entrarono nella conchiglia e vi ronzarono dentro, tutte insieme, come in un alveare. Il suono si sparse nel regno dei morti, profondo e dolce.

Mictlantecuhtli lo sentì da lontano. «Va bene», disse. «Prendile pure.»

Ma poi ci ripensò. Chiamò i suoi servi: «Dite a quel dio di lasciare le ossa dove sono».

Quetzalcóatl rispose: «No. Le prendo per sempre».

Il suo doppio, che gli parlava all'orecchio, gli suggerì: «Di' loro: le lascio». Quetzalcóatl fece come gli aveva detto. «Le lascio», disse ai servi. Intanto aveva già raccolto le ossa e le portava via.

Il Signore dei morti si infuriò. «Scavate una fossa!» ordinò ai suoi.

Quetzalcóatl corse. Ma non vide la fossa nel buio, e ci cadde dentro. Fu in quel momento che dal buio si levò un fruscio di piume, un battito d'ali, un grido. Alcune quaglie si alzarono in volo, a pochi passi da lui, e lo spaventarono: il dio cadde svenuto, come morto. Le ossa gli sfuggirono dalle mani e si sparsero ovunque, e le quaglie, curiose, le beccarono e le rosicchiarono una per una.

Quando si svegliò, Quetzalcóatl pianse. «Che cosa faccio adesso?» chiese al suo doppio.

«Che cosa si può fare?» rispose quello. «Ormai è andata così. Che sia così.»

Il dio si rialzò. Raccolse una per una le ossa rotte, le legò in un fagotto, e risalì dal buio fino alla luce. Le portò a Tamoanchan, il luogo dove nascono le cose. Il fagotto pesava poco, ma al dio sembrava di portare un mondo intero.

Lì la dea Cihuacóatl le macinò in una ciotola preziosa, fino a farne una polvere. Per un bel po' non si sentì altro che il rumore della macina, come quando si prepara il pane. Quetzalcóatl si ferì, e lasciò cadere il suo sangue sull'impasto. Poi anche gli altri dèi fecero penitenza, uno dopo l'altro, offrendo qualcosa di sé.

«Sono nati i macehuales», dissero. Vuol dire: i meritati. Gli uomini nati grazie al sacrificio degli dèi.

Gli uomini c'erano, ma avevano fame. Camminavano sotto il Quinto Sole, guardavano il cielo, e non sapevano che cosa mettersi in bocca.

Gli dèi si chiesero che cosa potessero mangiare. Quetzalcóatl si mise a cercare. Una mattina presto vide una formica rossa che camminava in fretta, con un chicco di mais sulla schiena, e andava verso un monte che si chiamava Tonacatepetl, il Monte del Nostro Sostentamento.

«Formica, dove l'hai trovato?» le domandò.

La formica non rispose. Camminò senza fermarsi.

Lui insistette. «Dimmelo. Dove hai preso quel chicco?»

Più la formica andava avanti, più il dio la seguiva. Alla fine, stanca di essere incalzata, la formica disse: «Vieni».

Quetzalcóatl si trasformò in una formica nera. Seguì la compagna fino ai piedi del monte, entrò con lei in una fessura piccolissima e arrivò in una sala piena di semi di tutti i colori, bianchi, neri, gialli e rossi. Ne prese una manciata e uscì, in punta di piedi, come un ladro.

Li portò a Tamoanchan. Gli dèi li masticarono e li misero in bocca ai piccoli degli uomini, perché diventassero forti. Fu così che l'umanità imparò a mangiare il mais.

Quetzalcóatl, però, voleva portar via tutto il monte. Lo legò con le corde e provò a sollevarlo. Non ci riuscì. Era troppo pesante, anche per un dio.

Chiese consiglio a due indovini, Oxomoco e Cipactonal, che tirarono a sorte con i grani. I segni dissero: «Il monte lo aprirà Nanahuatzin».

Nanahuatzin si avvicinò e spaccò il monte. Si udì un rumore di tuono, e dalle crepe cominciarono a cadere i semi, come pioggia. Subito arrivarono i Tlaloque, i signori della pioggia, di tutti i colori: bianco, nero, azzurro, giallo, rosso. Rubarono i semi del mais bianco, nero, giallo e rosso, e i fagioli, e l'amaranto, e la chia. Quello che il dio non era riuscito a portare via da solo, la pioggia lo portò sulla terra.

Così il mais, che stava chiuso dentro un monte, arrivò nelle mani degli uomini.

E ogni volta che mangi una tortilla ricordati che qualcuno è sceso nel buio, è caduto in una fossa, ha raccolto le ossa rotte, ha dato il suo sangue per farti vivere, e poi ha seguito una formica.

Nei percorsi

Ascolta / Leggi anche

  • Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music

Fonti

  • «Leyenda de los Soles» (1558)
  • Bernardino de Sahagún, «Codice Fiorentino» (circa 1577)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

Altri miei lavori: audiolibri gratis su YouTube · ebook su Gumroad · Apple Books · musica su Spotify e YouTube Music