Vai al contenuto
Atlante dei Miti 0/300
IT
Un volto con grandi cerchi intorno agli occhi da cui scendono gocce di pioggia su un campo di mais

dio della pioggia e del tuonoTemplo Mayor, Città del Messico · mitologie azteca e maya

Tlaloc

Tlāloc, in nahuatl

un po' paurosa

Tlaloc era il dio della pioggia, del tuono e dei fulmini, importantissimo per un popolo di contadini che viveva di mais. Lo raffiguravano con grandi cerchi intorno agli occhi, come occhiali, e con zanne. Si diceva che tenesse la pioggia in grandi vasi sulle montagne: quando i suoi aiutanti, i tlaloque, rompevano i vasi con i bastoni, nasceva il tuono e cadeva la pioggia. Il suo paradiso, il Tlalocan, era un giardino sempre verde dove andavano le persone morte nell'acqua.

Lo sai che… in cima al Templo Mayor, la grande piramide di Tenochtitlan, c'erano due templi gemelli: uno per Tlaloc, uno per Huitzilopochtli.

La storia

Quell'anno la pioggia tardava.

Era già la fine della stagione secca, e il lago rimpiccioliva ogni giorno. Intorno alle capanne la terra era dura come un coccio e spaccata in mille linee sottili. Il mais, seminato in fretta nella speranza del cielo, alzava foglie gialle e basse, che non dicevano niente di buono.

La bambina guardava il cielo ogni mattina. Era sempre uguale: azzurro, vuoto, impassibile.

«Perché non piove?» chiese a suo nonno, che stava seduto sul muretto con le mani sulle ginocchia.

Il nonno non rispose subito. Guardò le montagne lontane, dove di solito, in quella stagione, si ammassavano le nuvole.

«Perché Tlaloc sta pensando», disse. «E quando Tlaloc pensa, bisogna avere pazienza.»

«Chi è Tlaloc?»

Il nonno sorrise. Era la domanda che aspettava da tutta la mattina, e gli occhi gli si illuminarono come a un ragazzo.

«Siediti. Te lo racconto come lo racconta chi lo sa.»

«La pioggia», cominciò, «non cade dal nulla. Ha una casa. È una casa grandissima, nascosta in cima alle montagne, dove le cime toccano il cielo. Lì abita Tlaloc, il Signore della Pioggia. Se lo incontrassi, lo riconosceresti subito: ha il viso azzurro, e attorno agli occhi due grandi cerchi, come occhiali fatti di serpenti. Dalla bocca spuntano zanne. Sembra spaventoso, ma non è cattivo. Nutre tutti i campi.»

«E la casa?»

«La casa ha quattro cortili. In ogni cortile ci sono grandi vasi di terracotta, pieni d'acqua fino all'orlo. E accanto ai vasi vivono gli aiutanti di Tlaloc, i tlaloque. Sono tanti, e sono piccoli. Corrono su e giù per le montagne, hanno ciascuno un bastone, e il loro compito è uno solo.»

«Rompere i vasi?»

«Esatto. Quando Tlaloc dà il segnale, un tlaloque alza il bastone e colpisce un vaso. Il vaso si spacca con un rumore enorme. Quel rumore, bambina mia, è il tuono. E l'acqua che esce è la pioggia, che scende dalla montagna fino ai nostri campi. Il lampo, dicono i più vecchi del villaggio, è la luce dei cocci che schizzano via.»

La bambina guardò il cielo, adesso con altri occhi. Le sembrò che l'azzurro avesse un fondo e che dietro quel fondo ci fosse qualcuno, chissà dove, con un bastone in mano.

«Ma perché non rompe i vasi, allora?»

«Perché i vasi non sono tutti uguali.» Il nonno abbassò la voce. «Quello del primo cortile contiene l'acqua buona, quella che fa crescere il mais. Gli altri tre sono un'altra cosa. Uno ha l'acqua che fa marcire le spighe. Uno ha l'acqua che porta il gelo. Uno ha l'acqua che, quando cade, il mais si secca lo stesso. Tutto dipende da quale vaso viene rotto. E per questo, quando Tlaloc è di cattivo umore, noi dobbiamo andargli incontro con rispetto.»

«Come?»

«Gli portiamo dei doni, e cantiamo per lui. Sulle montagne ci sono i luoghi dove lo si invoca. Nelle feste del suo mese, la gente sale a portargli piume verdi, giada, mais, fiori, e gli dice: sappiamo che sei tu, sappiamo che da te dipende tutto. Non è una cosa da avere paura. È come bussare alla porta di chi ti sfama.»

Era un pomeriggio senza vento. Le mosche ronzavano sul muretto, e nessuno dei due ebbe voglia di scacciarle. Lontano, sul bordo del lago, un uccello cominciò a gridare, e poi tacque di colpo, come se avesse capito di non essere stato chiamato.

«E quelli che muoiono nell'acqua?» chiese la bambina, che qualche volta aveva sentito parlare di barche capovolte e di pescatori che non tornavano.

«Anche loro sono di Tlaloc», disse il nonno, con dolcezza. «Chi muore annegato, o colpito da un fulmine, non va dove vanno gli altri morti, nel buio del Mictlan. Tlaloc lo chiama a sé. Lo porta nel Tlalocan, il suo giardino. È un posto dove è sempre estate, dove non manca mai niente, dove il mais è alto come una casa e le zucche sono grosse come buoi, e i fiori non appassiscono mai. Il fulmine, per questo, non lo si piange soltanto. Il fulmine è una chiamata.»

La bambina rimase zitta a lungo.

«Allora non bisogna avere paura del temporale?»

«Un poco di paura è giusta», disse il nonno. «Il temporale è una cosa grande. Ma la paura più grande è quando il temporale non viene.»

Come se avesse sentito, in quel momento, lontano, sopra le montagne, qualcosa si mosse.

Era un lampo, un filo bianco in mezzo al grigio. Poi un silenzio, lungo quanto un respiro. Poi un rumore sordo, che sembrava rotolare sul fondo del cielo come un grande vaso di terracotta che si rompe.

La bambina sobbalzò.

«Hai sentito?» sussurrò il nonno, e per la prima volta era lui ad avere gli occhi lucidi. «Hanno cominciato.»

Il vento arrivò per primo, e portò l'odore della terra bagnata che si sente prima che l'acqua scenda. Le foglie del mais si alzarono tutte insieme, come se si svegliassero. Poi le prime gocce, larghe come monete, picchiarono sul muretto, sulla polvere, sulle mani aperte della bambina.

Il nonno si tolse il mantello e lo tenne sopra di lei, ridendo. Dal lago, da lontano, qualcuno gridò: «Piove! Piove!»

E giù per le strade, in fila, tutti uscirono ad accogliere l'acqua.

Molti anni dopo, a Tenochtitlan, gli Aztechi costruirono il Templo Mayor, la grande piramide della loro città. In cima aveva due templi gemelli, uno accanto all'altro. Uno era per Huitzilopochtli, il dio della guerra. L'altro era per Tlaloc, e gli archeologi dicono che fosse dipinto di azzurro e di bianco, come l'acqua e le nuvole. Così, ogni volta che si saliva la scalinata, i due più grandi doni che gli Aztechi potevano chiedere, la vittoria e la pioggia, si trovavano vicini.

E ancora oggi, nelle rovine di quel tempio, nel centro di Città del Messico, quando arriva un temporale le pietre si bagnano e si scuriscono, e a chi guarda piace pensare che per un istante tornino azzurre, com'erano allora.

Nei percorsi

Ascolta / Leggi anche

  • Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music

Fonti

  • Bernardino de Sahagún, «Codice Fiorentino», libri I e II
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

Altri miei lavori: audiolibri gratis su YouTube · ebook su Gumroad · Apple Books · musica su Spotify e YouTube Music